Commissione per la famiglia

28 Settembre 2011 - Categoria: Commissioni
MATERIALE PER LA RIFLESSIONE DI GENITORI E DI ADULTI CHE SENTONO L’IMPEGNO DI EDUCARE LE NUOVE GENERAZIONINOI GENITORI CI IMPEGNAMO:

  1. A crescere nella saggezza senza la quale anche i figli sono impediti nel crescere.
  2. A proporre ai figli valori quali il rispetto, l’onestà, l’amore per la fatica, per la relazione e la convivenza costruttiva con gli altri.
  3. A seguire la crescita dei figli in tutte e tre le dimensioni della persona: corpo, psiche, spirito.
  4. A “farli arrangiare” come condizione indispensabile della loro autostima.
  5. A non temere di dire “sì” e “no” chiari, con severità amorevole, ma senza cedimenti.
  6. A dare loro il permesso di superare i genitori, di essere più bravi, più felici, più realizzati.
  7. A offrire loro tutte le opportunità di studio, ricerca, esperienze positive.
  8. A rispettare la loro unicità di persone, le loro scelte, il loro compito nella comunità.
  9. A seguire la loro crescita come argini di un torrente che contiene, ma non impedisce lo scorrere della loro vita.
  10. A creare nella comunità in cui viviamo una rete di complicità educativa in cui ogni adulto si ritiene responsabile della crescita dei figli come figli di tutti.

(Tratto da “NOI. Genitori e figli”, supplemento ad Avvenire del 26/4/09)

 

La Commissione per la Famiglia del Consiglio Pastorale Parrocchiale

Abbiamo iniziato una riflessione sul testo della LETTERA DEL SANTO PADRE BENEDETTO XVI  ALLA DIOCESI E ALLA CITTÀ DI ROMA SUL COMPITO URGENTE DELL’EDUCAZIONE.

È un documento che interessa tutti gli adulti, nei loro diversi ruoli educativi, vista l’emergenza del problema nel nostro contesto sociale. Ha pensato così di proporne la lettura anche attraverso il sito, invitando chi legge a fermarsi a riflettere  con l’aiuto di alcuni interrogativi.

 

Chi lo ritenesse opportuno, può inviare eventuali riflessioni via mail all’indirizzo della Presidente della Commissione: fordani51@yahoo.it.

 

TESTO DELLA LETTERA – PRIMA PARTE

Cari fedeli di Roma,

ho pensato di rivolgermi a voi con questa lettera per parlarvi di un problema che voi stessi sentite e sul quale le varie componenti della nostra Chiesa si stanno impegnando: il problema dell’educazione. Abbiamo tutti a cuore il bene delle persone che amiamo, in particolare dei nostri bambini, adolescenti e giovani. Sappiamo infatti che da loro dipende il futuro di questa nostra città. Non possiamo dunque non essere solleciti per la formazione delle nuove generazioni, per la loro capacità di orientarsi nella vita e di discernere il bene dal male, per la loro salute non soltanto fisica ma anche morale.

Educare però non è mai stato facile, e oggi sembra diventare sempre più difficile. Lo sanno bene i genitori, gli insegnanti, i sacerdoti e tutti coloro che hanno dirette responsabilità educative. Si parla perciò di una grande “emergenza educativa”, confermata dagli insuccessi a cui troppo spesso vanno incontro i nostri sforzi per formare persone solide, capaci di collaborare con gli altri e di dare un senso alla propria vita. Viene spontaneo, allora, incolpare le nuove generazioni, come se i bambini che nascono oggi fossero diversi da quelli che nascevano nel passato. Si parla inoltre di una “frattura fra le generazioni”, che certamente esiste e pesa, ma che è l’effetto, piuttosto che la causa, della mancata trasmissione di certezze e di valori.

Dobbiamo dunque dare la colpa agli adulti di oggi, che non sarebbero più capaci di educare? E’ forte certamente, sia tra i genitori che tra gli insegnanti e in genere tra gli educatori, la tentazione di rinunciare, e ancor prima il rischio di non comprendere nemmeno quale sia il loro ruolo, o meglio la missione ad essi affidata. In realtà, sono in questione non soltanto le responsabilità personali degli adulti o dei giovani, che pur esistono e non devono essere nascoste, ma anche un’atmosfera diffusa, una mentalità e una forma di cultura che portano a dubitare del valore della persona umana, del significato stesso della verità e del bene, in ultima analisi della bontà della vita. Diventa difficile, allora, trasmettere da una generazione all’altra qualcosa di valido e di certo, regole di comportamento, obiettivi credibili intorno ai quali costruire la propria vita.

Ci interroghiamo

1.      Il Papa chiede a tutti gli educatori, vale a dire a tutti gli adulti, di “essere solleciti per la formazione delle nuove generazioni, per la loro capacità di orientarsi nella vita e di discernere il bene dal male”…: secondo noi, aiutare i bambini, i ragazzi e  i giovani a distinguere ciò che è bene da ciò che è male è davvero una preoccupazione degli educatori di oggi, che li vede solleciti in questo importante compito?

2.      Obiettivo dello sforzo educativo, dice il Papa, è formare persone solide, capaci di collaborare con gli altri e di dare un senso alla propria vita: attraverso quali “strategie educative” è possibile, secondo noi, raggiungere tale obiettivo?

3.      Il Papa dice che è oggi diffusa un’atmosfera, una mentalità e una cultura che portano a dubitare del valore della persona umana, del significato stesso della verità e del bene: quali segnali di tutto questo vediamo intorno a noi e come si possono combattere?

 

Riflessioni dei Gruppi Famiglia:

Gruppo n. 3

  • Il tema dell’educazione non è preoccupazione di tutti; di solito si delega alla scuola e alle istituzioni, forse perché si è immersi nel tran tran quotidiano, si arriva a casa stanchi e non si ha la forza di soddisfare le domande dei figli o di parlare in profondità.
  • Si è disposti a dare tutto ai figli, purché non disturbino.
  • La nostra società porta a eliminare chi non produce.
  • E’ decisamente faticoso educare: ma fino a quando continuiamo a mettere le scarpe a un bambino, magari fino a 7 anni, non imparerà mai a farlo da solo.
  • Viviamo in una società che è malata: questo significa che prima di tutto dobbiamo cambiare noi adulti. Il vento infatti riesce a spostare grandi dune di sabbia, ma un granellino alla volta: il cambiamento deve partire da ognuno di noi.
  • Possiamo essere d’accordo sull’uso di computer, playstation, e telefonini da parte dei nostri figli, purché questi strumenti vengano usati sotto il controllo di un adulto: anche questo è educare.
  • Abbiamo l’impressione, a volte, che i genitori aspettino ad educare quando i bambini sono cresciuti perché, dicono, prima non sono in grado di capire. In realtà i bambini hanno una mente capace di capire, anche in età precoce, molto più di quello che gli adulti immaginano.
  • Bisogna dire pochi NO a un bambino, non serve a niente moltiplicarli, ma quelli che vengono detti devono restare inalterati nel tempo (e non cambiati dopo due giorni…)
  • L’impegno fedele a Dio e all’uomo è difficile e faticoso, anche andare alla Messa, perché ci sono tanti altri impegni la domenica.
  • C’è la mancanza di valori alla base di tutto. Pensiamo a quanto è difficile, per esempio, chiedere  perdono in famiglia, chiedersi scusa a vicenda.
  • Per migliorare il mondo dobbiamo semplicemente volerci bene: così creeremo BENE intorno a noi.
  • Non riusciamo a vivere pienamente il tempo presente:  o siamo proiettati verso il passato o verso il futuro. Ma dobbiamo imparare a lasciare il passato alla misericordia di Dio, a vivere bene il presente, e  ad avere speranza per il futuro.

 

Enrico e Norma, Anna Maria e Ezio, Paola e Giancarlo, Graziella e Floriano, Suor Ancilla

 

Gruppo n. 4  

Fra genitori e figli adolescenti c’è sempre stata differenza di pensiero.

Noi non ci siamo mai chiesti se i nostri genitori ci hanno educato con intenzionalità.

Un tempo non c’era la consapevolezza di un sistema educativo, c’era l’autoritarismo. Ora si mette tutto in discussione.

Un tempo il lavoro era visto come una missione, una crescita personale; ora è visto solo come fonte di guadagno.

Il sistema sociale funzionava perché c’era una struttura sociale omogenea: i figli trovavano le stesse idee e gli stessi valori in casa e in qualsiasi ambiente esterno. Oggi è più difficile, perché il sistema sociale funziona unicamente in base alla struttura interiore dell’individuo, cioè su valori interiorizzati, e questi non sono  più uniformi nei vari ambienti.

C’è tanta confusione, e se la famiglia non è solida è difficile mettere ordine nella scala dei valori.

L’educazione dei propri figli è vista come un affare privato, mentre un tempo tutti si sentivano responsabili anche dei figli degli altri.

Ora si dedica meno tempo all’educazione, ed è concepita in modo diverso da famiglia a famiglia.

Non c’è più confine tra genitori e figli: i genitori tendono a fare gli amici dei figli, a  scendere a compromessi, a comportarsi come eterni adolescenti.

I genitori hanno paura a lasciare i figli liberi, a dare responsabilità: è paura dell’esterno, delle persone; vi sono poche certezze. Ma combattere la paura è importante: bisogna correre dei rischi per aiutare i figli a crescere liberi.

Cinzia e Lorenzo, Daniela e Silvano,Sabina e Giovanni, Susanna e Gabriele, Eros e M. Antonia  

 

Gruppo n.  5

Educare significa tirar fuori. Il compito dell’adulto è quello di accompagnare il ragazzo; quest’ultimo esprime ciò che riceve dalla famiglia.

Nella società odierna notiamo che i genitori:

mancano della  consapevolezza di educare (tanto ci sono gli insegnanti, altri educatori, i catechisti…);

non sono tanto disposti al confronto con nonni, zii, altre famiglie o educatori e questo atteggiamento fa sì che ci si chiuda in sé con le proprie idee;

tendono a delegare ad istituzioni e ad altri educatori la responsabilità dell’educazione.

I genitori lavorano tutto il giorno e spesso alla sera per vari motivi (stanchezza, stress, o poca buona volontà…) non si dedicano al ruolo educativo nei confronti dei figli.

Infatti i ragazzi o passano molto tempo da soli davanti a televisione, computer, giochi virtuali…spesso violenti (viene a mancare in questo caso un’educazione all’uso di questi strumenti); oppure sono “stressati” perché la loro giornata è piena di impegni (scuola, catechismo, diversi sport, musica…); il loro tempo è tutto programmato dai genitori e non resta loro il tempo libero per sviluppare gioco e creatività (questo fin dalle elementari!)

Di conseguenza i ragazzi che vivono soli e non ricevono attenzione da parte dei   genitori, crescono con poca stima verso loro stessi, i genitori e gli altri.

L’educazione è importantissima nei primi anni di vita del bambino (0 – 6 anni). Abbiamo    visto come necessario, all’interno della famiglia, mettere delle regole che vanno condivise da bambini e adulti, e l’importanza della coerenza.

Nella società materialista e individualista spesso i genitori sono protettivi nei confronti dei figli (spesso unici) spingendoli ad essere competitivi e onnipotenti

L’educazione in famiglia con genitori preparati e con equilibrio aiuta i bambini a formare una base fatta di valori vissuti.

Questa base diventerà una marcia in più per il ragazzo che nel futuro riuscirà a distinguere il bene dal male e ad affrontare le prove della vita sentendosi sicuro dei/nei valori che la famiglia gli ha trasmesso.

Barbara e Giuseppe, Giorgia e Davide, Alessia e Francesco,

Silvia e Paolo, Ophelia e Davide, Floriano

 

TESTO DELLA LETTERA – SECONDA PARTE

Cari fratelli e sorelle di Roma,

a questo punto vorrei dirvi una parola molto semplice: Non temete! Tutte queste difficoltà, infatti, non sono insormontabili. Sono piuttosto, per così dire, il rovescio della medaglia di quel dono grande e prezioso che è la nostra libertà, con la responsabilità che giustamente l’accompagna. A differenza di quanto avviene in campo tecnico o economico, dove i progressi di oggi possono sommarsi a quelli del passato, nell’ambito della formazione e della crescita morale delle persone non esiste una simile possibilità di accumulazione, perché la libertà dell’uomo è sempre nuova e quindi ciascuna persona e ciascuna generazione deve prendere di nuovo, e in proprio, le sue decisioni. Anche i più grandi valori del passato non possono semplicemente essere ereditati, vanno fatti nostri e rinnovati attraverso una, spesso sofferta, scelta personale.  Quando però sono scosse le fondamenta e vengono a mancare le certezze essenziali, il bisogno di quei valori torna a farsi sentire in modo impellente: così, in concreto, aumenta oggi la domanda di un’educazione che sia davvero tale. La chiedono i genitori, preoccupati e spesso angosciati per il futuro dei propri figli; la chiedono tanti insegnanti, che vivono la triste esperienza del degrado delle loro scuole; la chiede la società nel suo complesso, che vede messe in dubbio le basi stesse della convivenza; la chiedono nel loro intimo gli stessi ragazzi e giovani, che non vogliono essere lasciati soli di fronte alle sfide della vita. Chi crede in Gesù Cristo ha poi un ulteriore e più forte motivo per non avere paura: sa infatti che Dio non ci abbandona, che il suo amore ci raggiunge là dove siamo e così come siamo, con le nostre miserie e debolezze, per offrirci una nuova possibilità di bene.

 

Ci interroghiamo

1.     Anche i più grandi valori del passato non possono semplicemente essere ereditati, vanno fatti nostri e rinnovati attraverso una, spesso sofferta, scelta personale: quali sono, secondo noi, questi grandi valori del passato che vanno fatti nostri e rinnovati?

2.     Quando vengono a mancare le certezze essenziali, il bisogno di quei valori torna a farsi sentire: proviamo a indicare quali sono nella nostra vita le certezze essenziali.

3.     Chi crede in Gesù Cristo ha un ulteriore e più forte motivo per non avere paura: come genitori cristiani battezzati, sappiamo davvero fare affidamento sull’amore di un Dio che non ci abbandona, che ci raggiunge là dove siamo e così come siamo? Oppure ci lasciamo prendere dallo scoraggiamento, sentendoci soli a lottare?

 

Riflessioni dei Gruppi Famiglia

Gruppo n. 3

I grandi valori del passato sono sempre attuali:

il VALORE DELLA VITA dal concepimento alla morte;

il VALORE DEL RISPETTO DELLE PERSONE e della BUONA EDUCAZIONE sia dei giovani verso gli adulti, che degli adulti fra di loro. I figli si prendono più libertà nei confronti degli adulti rispetto ad una volta perché abbiamo dato molta affettività (contatto fisico) e pochi limiti;

il VALORE DELLA SOLIDARIETA’ tra amici, parenti, vicini di casa; tutti venivano percepiti come facenti parte di un’unica famiglia allargata;

il VALORE DELL’ONESTA’ E DELLA VERITA’: insegnare che è meglio essere onesti che furbi e che è importante dire la verità sempre e comunque;

il VALORE DELLA PARTECIPAZIONE: bisogna “esserci” (nelle strutture scolastiche, politiche, sociali ecc.) e partecipare attivamente;

il VALORE di una CONQUISTA che è costata sacrificio

 

Le nostre certezze essenziali sono :

L’AMORE PATERNO DI DIO che mi dà la certezza che qualsiasi cosa possa capitare Lui mi aiuterà e provvederà.

IL MATRIMONIO e la fedeltà degli sposi.

LA FAMIGLIA

IL LAVORO che mi permette di progettare un FUTURO

L ‘abbandono all’Amore di Dio viene percepito nel matrimonio attraverso l’amore reciproco tra marito e moglie, con l’aiuto vicendevole e confortante nei momenti di difficoltà.

Per non avere paura e avere più forte la fiducia in Gesù ci affidiamo alla preghiera.

Angelo e Sibilla, Giancarlo e Paola, Enrico e Norma, Graziella e Floriano, Suor Ancilla

 

Gruppo n. 4 

Valori da trasmettere

Ogni giorno ciascuno di noi è così immerso nella frenesia della routine che è difficile soffermarci a pensare quali siano i valori fondamentali che regolamentano la famiglia, la società al tempo d’oggi, tenendo conto che  senza di essi l’educazione sarebbe sterile.

La società è come una grande famiglia ed è fondamentale che all’interno di essa siano riscoperti, riconosciuti e vissuti certi valori:

il silenzio, il dialogo, l’ascolto, il perdono, la coerenza, la collaborazione, l’uguaglianza, l’essenzialità, il rispetto delle persone senza confondere le modalità con i contenuti essenziali, dare fiducia quindi fidarsi, essere servi – disponibili a metterci al servizio di…, avere il senso della memoria, avere come riferimento i dieci Comandamenti e l’amore vero che Gesù ci ha trasmesso attraverso i Vangeli.

Cinzia e Lorenzo, Daniela e Silvano,Sabina e Giovanni, Susanna e Gabriele, Eros e M. Antonia  

 

Una riflessione personale su questa seconda parte

CIAO.  Ho letto e ho provato a pensare. Mi sono sembrate molto dolci le parole del Papa rispetto alla “superabilità” dei momenti duri della vita e in particolare del difficile momento contingente; ho apprezzato anche la riflessione sulla  libertà dell’individuo che presuppone l’assunzione di responsabilità a livello personale. Siamo tutti molto preoccupati sul futuro nostro e delle generazioni più giovani.  Ho pensato alla prima domanda, quella che riguarda il recupero dei valori del passato. Non so esattamente a quali valori il Papa facesse riferimento, forse alla morigeratezza, alla sobrietà, alla castità (ma francamente non credo che fosse un valore tanto praticato anche nel passato; di sicuro non se ne faceva oggetto di pubblico dibattito). Per me sarebbero valori da recuperare:

1) il tempo: occorre riappropriarsi del “Tempo”, vivere con maggiore lentezza, rispettando di più  i ritmi della natura, assaporando meglio tutte le esperienze del vivere quotidiano, prendendosi tempo anche solo per pensare, o per parlare.  L’affanno che contraddistingue le nostre giornate è dannoso e ci porta ad essere necessariamente superficiali e disattenti nei confronti di tutto e tutti quelli che ci stanno attorno.

2) La moralità.   La crisi economica in cui siamo appena entrati, è stata il prodotto di scelte immorali (consapevolmente immorali), avallate da politiche altrettanto consapevoli e immorali, a vantaggio di pochi e a danno dei più, che avranno esiti devastanti su molte famiglie in tutto il pianeta.  Nella mia convinzione che il pesce puzzi sempre dalla testa, ritengo che dovremmo pretendere leggi più etiche,   pene più severe, norme ferree che regolamentino la struttura portante di ogni società e che riconducano le economie mondiali a riposizionarsi su sistemi più semplici, trasparenti, onesti.  Il sistema è stato in balia del miraggio della ricchezza ad ogni costo, ottenuta attraverso la lenta e inesorabile demolizione di strutture sufficientemente collaudate e consolidate nel tempo.   Spazzare via le illusioni, i grandi fratelli con i quali siamo costantemente bombardati per lasciare posto alla presa di coscienza.   Siamo stati ipnotizzati (hanno voluto che fossimo così, e ci hanno dato il becchime giusto di cui ci siamo rimpinzati negli anni del boom – la TV spazzatura, il calcio, lo sballo, il lusso,  e così via) distogliendoci dal necessario controllo sociale.  Ci siamo cibati di immoralità, ce la stanno facendo anche digerire  e non ce ne stiamo ancora accorgendo.

3) La solidarietà.  Ho pensato che tanto siamo presi dal nostro ombelico che non vediamo più quello del vicino.  Qualsiasi notizia, anche la più sensazionale, dura nella nostra coscienza il tempo di un telegiornale.   Quando mio padre morì 30 anni fa, si creò intorno alla mia famiglia una rete “di sostegno” che durò a lungo.  Oggi, è talmente normale superare un lutto (perchè non c’è tempo per elaborare), che questo non sarebbe più possibile.  Una coppia che divorzia, la perdita di un familiare, una malattia grave, rimangono dolori personali di cui presto la società si dimentica. Resta a carico dei “colpiti”, superare quanto più rapidamente possibile il trauma e rinormalizzare la loro vita per non perdere il passo con una società che non perdona chi rimane indietro e non sa più cosa sia la misericordia.

Mi fermo qui.   Le considerazioni sulla fede in questo momento mi vengono difficili, mi pare che sia un dono che necessita di essere alimentato per sopravvivere e rigogliosamente crescere e diffondersi, un viatico per ogni dolore, pena, solitudine, ma non sento intorno a me che un progressivo allontanamento delle posizioni della Chiesa dalle mie personali convinzioni.  La trasmissione del messaggio del Vangelo è filtrata da un clero lontano, anche generazionalmente, dalle problematiche quotidiane.  Manca quel legame e quell’esperienza di condivisione che permetterebbe alla Chiesa di vivere con i suoi fedeli il tempo presente. Io la vedo così. Ho provato a dire alcuni pensieri e riflessioni che mi viene di fare spesso e che cerco anche di condividere in casa.  Silvia

 

TESTO DELLA LETTERA – TERZA PARTE

Cari fratelli e sorelle,

per rendere più concrete queste mie riflessioni, può essere utile individuare alcune esigenze comuni di un’autentica educazione. Essa ha bisogno anzitutto di quella vicinanza e di quella fiducia che nascono dall’amore: penso a quella prima e fondamentale esperienza dell’amore che i bambini fanno, o almeno dovrebbero fare, con i loro genitori. Ma ogni vero educatore sa che per educare deve donare qualcosa di se stesso e che soltanto così può aiutare i suoi allievi a superare gli egoismi e a diventare a loro volta capaci di autentico amore.

Già in un piccolo bambino c’è inoltre un grande desiderio di sapere e di capire, che si manifesta nelle sue continue domande e richieste di spiegazioni. Sarebbe dunque una ben povera educazione quella che si limitasse a dare delle nozioni e delle informazioni, ma lasciasse da parte la grande domanda riguardo alla verità, soprattutto a quella verità che può essere di guida nella vita.

Anche la sofferenza fa parte della verità della nostra vita. Perciò, cercando di tenere al riparo i più giovani da ogni difficoltà ed esperienza del dolore, rischiamo di far crescere, nonostante le nostre buone intenzioni, persone fragili e poco generose: la capacità di amare corrisponde infatti alla capacità di soffrire, e di soffrire insieme.

Ci interroghiamo

1.     Il Papa ci chiede di individuare delle esigenze comuni per un’autentica educazione. Chiediamoci se siamo capaci di chiarire a noi stessi quali sono queste esigenze e proviamo ad indicarle.

2.     Che cos’è, secondo noi, “la grande domanda riguardo alla verità” di cui parla il Papa? Che cosa siamo chiamati a fare a questo proposito per soddisfare il “grande desiderio di sapere e di capire” delle nuove generazioni?

3.     Aiutiamoci a riflettere sulla dimensione della sofferenza, presente inevitabilmente nella vita di tutti. Come possiamo recuperarla in chiave educativa, per aiutare i nostri figli a sentire e a condividere la sofferenza degli altri?

 

Riflessioni dei Gruppi Famiglia

Commento personale

In  riferimento alla la terza parte della lettera sull’educazione del Papa, mi ha colpito una riflessione di don Giuseppe Stoppiglia, apparsa sulla rivista Madrugada.

Paolo De Martin

Disorientamento e spinta individualista

Qual è la causa scatenante di tale smarrimento educativo?

È possibile liberare i bambini dall’esagerata tutela familiare per avviarli all’emancipazione, compatibile con le loro risorse?

È sempre più difficile cercare di interpretare le nostre società, evitando di cadere in valutazioni pessimistiche o, peggio ancora, velate di facile moralismo. Siamo frastornati da un’etica strisciante, che affonda il suo dogma nell’esaltazione del corpo, nell’esasperazione estetica dell’essere giovani a ogni costo. Si vive come strattonati da spinte contrapposte, finendo per rifugiarsi sempre più in un privato auto referenziale.

Un mondo, il nostro, che si lascia vivere e che si rifugia in un individualismo di fondo, secondo il quale ci si può commuovere per pochi secondi per le tragedie del mondo, per le ingiustizie sociali, per le sofferenze degli altri, ma poi, alla fine, si è ricacciati nei confini angusti di un universo privatizzato, nel quale i problemi dell’individuo assumono un rilievo assoluto. Gli effetti di questo individualismo, di questa assenza di valori simbolici sui processi educativi, sono disastrosi. C’è vuoto e angoscia. L’unico valore simbolico è il denaro e i beni che con esso si possono acquistare.

Prendendo spunto dall’ultimo libro “L’ospite inquietante. I giovani e il nichilismo”, di Umberto Galimberti, si possono scoprire le conseguenze più negative di questo malessere generale. C’è un ospite inquietante che si aggira, penetra, confonde i pensieri, intristisce le passioni, penetra nei sentimenti di tutti e soprattutto dei giovani.

Questi ultimi soffrono dell’incapacità di interpretare le loro emozioni. Non riescono a chiamare i loro sentimenti per nome.

L’emozione fa paura perché è sentimento, è relazione e a vivere la relazione non siamo stati educati. C’è una cancellazione delle prospettive future, basta pensare al precariato nel lavoro.

I giovani soffrono di nichilismo, disincanto del mondo, senza miti, senza Dio, senza trascendente, senza valori condivisi. Prevale l’inquietudine, il ribellismo, l’angoscia, la seduzione della droga (anestetico delle passioni e della voglia di vivere). Un malessere, conclude Galimberti, non di natura psicologica, ma culturale. Si vive nel branco, isolati. Chi non incontra nessuno nella vita, è difficile che capisca chi è un altro.

Recuperare il pensiero e il sentimento

Si possono individuare rimedi possibili? Alla domanda: «Il nichilismo dei giovani è solo negativo?», Carlo Molari risponde che «il vuoto si può riempire». Quindi il nichilismo potrebbe avere connotati positivi nel senso di indurre domanda di riempimento, di apertura verso qualcosa che dobbiamo essere capaci di utilizzare.

Credo, però, che si guarirà dalla malattia dell’individualismo, di cui più o meno tutti siamo colpiti, solo con l’aiuto di nuovi antibiotici culturali, altrimenti si cronicizzerà in forme di sempre più sterile autoreferenzialità. Oggi prevale nel nostro vivere assieme un’incapacità di pensare. Ha valore profetico quanto diceva qualche anno fa il Card. Martini: «Il problema per la Chiesa oggi, non è quello tra credenti e non credenti, ma tra pensanti e non pensanti». Un tempo, non lontano, i valori erano il pensare, la cultura, il sociale, oggi sembra che gli ideali siano lo sballo e il non pensare. Questa situazione è stata creata ad arte da chi muove i fili dei poteri: l’individuo che non si nutre del suo pensiero deve nutrirsi necessariamente di qualcos’altro, andando a passare il suo tempo libero all’ipermercato, mutato geneticamente in un tubo digerente…

Occorre partire dalle nostre sensibilità, chiederci quanto siamo autentici. E soprattutto chiederci una volta per tutte: cosa ne abbiamo fatto del Vangelo e cosa ne vogliamo fare? Dato che anche un miope si accorge che stiamo andando nella direzione opposta.

«L’uomo non può vivere senza una costante fiducia in qualcosa di indistruttibile dentro di sé» .

(F. Kafka).

 Don Giuseppe Stoppiglia, presidente associazione Macondo

 

Gruppo n. 3

Le esigenze comuni per un’autentica educazione sono: ASCOLTO RECIPROCO per individuare i problemi della persona e le sue esigenze. Per ascoltare c’è bisogno di tempo e di fare silenzio dentro di noi per lasciar posto all’altro.

Mettere al primo posto la persona che ci sta di fronte e tralasciare il nostro egoismo e le “ cose da fare”.

Rispettare i tempi: bisogna saper aspettare che la persona acquisti fiducia in noi per potersi esprimere e confidare in profondità.

Avere FIDUCIA nei figli, accettare gli sbagli degli altri, ma anche accettare i nostri  limiti.

 

La grande domanda riguardo alla verità :

Bisogna educare il ragazzo, che ha in sé il desiderio di sapere e di capire, alla Verità che è Cristo come Persona da imitare e che dà Senso alla sua vita.

Trasmettere la Fede ai figli attraverso la testimonianza.

Riuscire a trasmettere ai figli non solo i fatti che abbiamo vissuto, ma anche le emozioni che abbiamo provato e chiedere anche a loro come si sono sentiti durante la giornata.

 

La dimensione della sofferenza :

Abituare i figli alle piccole sofferenze:  l’”attesa” per avere delle cose materiali, coinvolgerli gradualmente in una malattia di famiglia.

Bisogna che soprattutto i genitori siano CONVINTI che la sofferenza SERVE.

Solo la capacità di AMARE ci fa accettare la Sofferenza. Se i figli faranno esperienza di compassione sapranno a loro volta dare compassione.

Anna Maria e Ezio, Paola e Giancarlo, Graziella e Floriano, Suor Ancilla.

 

TESTO DELLA LETTERA – QUARTA PARTE

Arriviamo così al punto forse più delicato dell’opera educativa: trovare un giusto equilibrio tra la libertà e la disciplina. Senza regole di comportamento e di vita, fatte valere giorno per giorno anche nelle piccole cose, non si forma il carattere e non si viene preparati ad affrontare le prove che non mancheranno in futuro. Il rapporto educativo è però anzitutto l’incontro di due libertà e l’educazione ben riuscita è formazione al retto uso della libertà. Man mano che il bambino cresce, diventa un adolescente e poi un giovane; dobbiamo dunque accettare il rischio della libertà, rimanendo sempre attenti ad aiutarlo a correggere idee e scelte sbagliate. Quello che invece non dobbiamo mai fare è assecondarlo negli errori, fingere di non vederli, o peggio condividerli, come se fossero le nuove frontiere del progresso umano.

 

Ci interroghiamo

Il Papa ci invita a trovare un giusto equilibrio tra la libertà e la disciplina. Che significato hanno oggi per noi adulti queste due parole: libertà e disciplina? Si può ancora parlare di disciplina, senza correre il rischio di venire considerati di un’altra epoca? Lo riteniamo un concetto che ha ancora una sua validità? Oppure pensiamo che sia un concetto superato, perché la disciplina limita la libertà dell’individuo?

Senza regole, dice il Papa, non si forma il carattere. Che idea abbiamo noi del carattere? Pensiamo che si nasca “fatti” in un certo modo, e che poi sia impossibile cambiare? Oppure riteniamo che l’educazione (degli altri prima e di se stessi poi) possa contribuire a formare e, se necessario, a cambiare il carattere?

L’educazione ben riuscita è formazione al retto uso della libertà. Che cos’è la libertà e che cos’è un “retto uso” di essa? Come si educa (e ci si educa) ad esso?

 

Riflessioni dei Gruppi Famiglia

N. 3

Riteniamo che il concetto di DISCIPLINA sia ancora necessario al giorno d’oggi per diventare liberi, perché allena il nostro carattere e ci aiuta ad essere più responsabili delle nostre azioni, a superare i nostri vizi e debolezze.

Quando ci liberiamo dal nostro egoismo riusciamo ad aprirci ai bisogni degli altri.
Pensiamo che una persona nasca con un’indole ben precisa, ma che sia possibile attraverso la famiglia, associazioni come Agesci, ACr, sport.., crescere e rafforzare il carattere.

Le regole e la disciplina, così come le norme morali, in particolare i Dieci Comandamenti, ci aiutano a diventare meno schiavi di noi stessi rendendoci più benevoli verso noi stessi e verso gli altri.

Le nostre riflessioni ci portano a dire che la libertà è poter scegliere ciò che è meglio per noi e per gli altri fra più alternative possibili..

L’uso corretto della Libertà è viverla nel rispetto della libertà dell’altro.

 

TESTO DELLA LETTERA: QUINTA PARTE

L’educazione non può dunque fare a meno di quell’autorevolezza che rende credibile l’esercizio dell’autorità. Essa è frutto di esperienza e competenza, ma si acquista soprattutto con la coerenza della propria vita e con il coinvolgimento personale, espressione dell’amore vero. L’educatore è quindi un testimone della verità e del bene: certo, anch’egli è fragile e può mancare, ma cercherà sempre di nuovo di mettersi in sintonia con la sua missione.

Da queste semplici considerazioni emerge come nell’educazione sia decisivo il senso di responsabilità: responsabilità dell’educatore, certamente, ma anche, e in misura che cresce con l’età, responsabilità del figlio, dell’alunno, del giovane che entra nel mondo del lavoro. E’ responsabile chi sa rispondere a se stesso e agli altri. Chi crede cerca inoltre, e anzitutto, di rispondere a Dio che lo ha amato per primo. La responsabilità è in primo luogo personale, ma c’è anche una responsabilità che condividiamo insieme, come cittadini di una stessa città e di una nazione, come membri della famiglia umana e, se siamo credenti, come figli di un unico Dio e membri della Chiesa. Di fatto le idee, gli stili di vita, le leggi, gli orientamenti complessivi della società in cui viviamo, e l’immagine che essa dà di se stessa attraverso i mezzi di comunicazione, esercitano un grande influsso sulla formazione delle nuove generazioni, per il bene ma spesso anche per il male. La società però non è un’astrazione; alla fine siamo noi stessi, tutti insieme, con gli orientamenti, le regole e i rappresentanti che ci diamo, sebbene siano diversi i ruoli e le responsabilità di ciascuno. C’è bisogno dunque del contributo di ognuno di noi, di ogni persona, famiglia o gruppo sociale, perché la società diventi un ambiente più favorevole all’educazione.

 

TESTO DELLA LETTERA – SESTA PARTE

Vorrei infine proporvi un pensiero che ho sviluppato nella recente Lettera enciclica Spe salvi sulla speranza cristiana: anima dell’educazione, come dell’intera vita, può essere solo una speranza affidabile. Oggi la nostra speranza è insidiata da molte parti e rischiamo di ridiventare anche noi, come gli antichi pagani, uomini “senza speranza e senza Dio in questo mondo”, come scriveva l’apostolo Paolo ai cristiani di Efeso (Ef 2,12). Proprio da qui nasce la difficoltà forse più profonda per una vera opera educativa: alla radice della crisi dell’educazione c’è infatti una crisi di fiducia nella vita.

Non posso dunque terminare questa lettera senza un caldo invito a porre in Dio la nostra speranza. Solo Lui è la speranza che resiste a tutte le delusioni; solo il suo amore non può essere distrutto dalla morte; solo la sua giustizia e la sua misericordia possono risanare le ingiustizie e ricompensare le sofferenze subite. La speranza che si rivolge a Dio non è mai speranza solo per me, è sempre anche speranza per gli altri: non ci isola, ma ci rende solidali nel bene, ci stimola ad educarci reciprocamente alla verità e all’amore.

Vi saluto con affetto e vi assicuro uno speciale ricordo nella preghiera, mentre a tutti invio la mia Benedizione.

Dal Vaticano, 21 gennaio 2008

BENEDICTUS pp. XVI

 

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