Corso di filosofia, scheda 28

21 Maggio 2011 - Categoria: Conferenze di FilosofiaIncontri di formazione

I Martedì di Filosofia
Anno pastorale 2010-2011

RACCONTO

25 AGOSTO 1983

Jorge Louis Borges

Scheda 28

 

 

 

Vidi sull’orologio della stazioncina che erano le undici di sera passate. Raggiunsi a piedi l’albergo. Sentii, come altre volte, la rassegnazione e il sollievo che ci infondono i luoghi molto noti. Il grande portone era aperto; l’edificio, al buio. Entrai nel vestibolo, i cui pallidi specchi ripetevano le piante del salone. Stranamente, il padrone non mi riconobbe, e mi tese il registro. Presi la penna assicurata alla scrivania, la bagnai nel calamaio di bronzo, e quando la inclinai sul libro aperto accadde la prima delle molte sorprese che mi avrebbe offerto quella notte. Il mio nome, Jorge Luis Borges, era già stato scritto, e l’inchiostro era ancora fresco. Il padrone mi disse: “Credevo che lei fosse già salito”. Poi mi guardò bene e si corresse: “Mi scusi, signore. L’altro le assomiglia molto, ma lei è più giovane”. Gli chiesi: “Che camera occupa?”. “Ha chiesto il numero 19” fu la risposta. Era ciò che avevo temuto.

Lasciai la penna e salii di corsa le scale. La camera 19 era al secondo piano e dava su un povero cortile mal tenuto in cui c’erano una veranda e, ricordo, una panchina. Era la stanza più alta dell’albergo. Aprii la porta, che cedette. Non avevano spento il lampadario. Sotto la luce spietata mi riconobbi. Di spalle sul piccolo letto di ferro, più vecchio, domagrito e molto pallido, c’ero io, gli occho perduti sulle alte modanature di gesso. Mi giunse la voce. Non era precisamente la mia, era quella che sento solitamente nelle mie incisioni, ingrata e priva di sfumature.

“Che strano” diceva, “siamo due e siamo la stessa persone. Ma nulla è strano nei sogni.”

Chiesi sgomento: “Allora, tutto questo è un sogno?” “E’, ne sono certo, il mio ultimo sogno.”

Con la mano mostrò il flacone vuoto sul marmo del comodino.

“Tu avrai molto da sognare, però, prima di giungere a questa notte. In che data sei?”

“Non saprei con precisione” gli dissi confuso, “ma ieri ho compiuto sessantun anni”.

“Quando la tua veglia arriverà a questa notte, ne avrai compiuti ottantaquattro. Oggi è il 25 agosto 1983.”

“Tanti anni bisognerà aspettare” mormorai.

“A me non manca più nulla” disse bruscamente. “Posso morire in qualunque momento, posso perdermi in ciò che non so e continuo a sognare il doppio. Il faticato tema che mi diedero gli specchi e Stevanson .” Sentii che l’evocazione di Stevenson era un commiato e non una padenteria. Io ero lio e capivo. Non bastano i momenti più drammatici per essere Shakespeare e trovare frasi memorabili.

Per distrarlo gli dissi: “Sapevo che ti sarebbe accaduto. Proprio qui, tanti anni fa, in una delle stanze al piano sotto, iniziamo la minuta della storia di questo suicidio.”

“Sì” mi rispose lentamente, come se raccogliesse ricordi, “ma non v edo il rapporto. In quell’abbozzo, io avevo preso un biglietto di andata per Adroguè, e nell’Hoter Las Delicias ero salito alla camera numero 19, la più appartata. Lì mi ero suicidiato.”

“Per questo sono qui” gli dissi.

“Qui? Siamo sempre qui. Qui ti sto sognando nella Casa di Calle Maipiù.Qui me ne sto andando, nella camera che fu di mia madre.”

“Che fu di mia madre,” ripetei, senza voler capire. “Io ti sogno nella camera 19, al piano di sopra.”

“Chi sogna chi?. Io so che ti sogno, ma non so se tu mi stai sognando. L’albergo di Adroguè fu demolito tanti anni fa, venti, forse trenta. Chissà.”

“Il sognatore sono io” replicai con una certa aria di afida.

“Non capisci che l’importante è accetta se c’è un solo uomo che sogna o due che si sognano.”

“Io sono Borges, che ha visto il tuo nome sul registro ed è salito.”

“Borges son o io, che sto morendo in Calle Maipù.” Ci fu un silenzio. L’altro mi disse: “ Facciamo una prova. Qual è stato il momento più terribile della nostra vita?”

Mi chinai su di lui e parlammo contemporaneamente. So che mentimmo entrambi. Un ten ue sorriso illuminò il volto invecchiato. Sentii che quel sorriso rifletteva, in qualche modo, il mio.

“Ci siamo mentiti” mi disse, perché ci sentiamo due e non uno. La verità è che siamo due e che siamo uno”. Quella conversazione mi irritava. Glielo dissi. Aggiunsi: “E tu, nel 1983, non mi riveli nulla degli anni che mi mancano?”

“Che posso dirti, povero Borges? Si ripeteranno le le avventurfe cui sei già abituato. Rimarrai solo in questa casa. Toccherai libri senza lettere e il medaglione di Swedemborg e il vassoio di legno con la Croce Federale. La cecità non è la tenebra; è una forma della solitudine. Tornerai in Islanda.”

“Islanda, Isoanda dei mari!”

“A roma ripeterai i versi di Keats, il cui nome, come quello di tutti, , fu scritto sull’acqua.”

“Non sono mai stato a Roma.”

“Ci sono anche altre cose. Scriverai la nostra poesia migliore, che sarà un’elegia.” “I n morte di….” Dissi io. Non osai pronunciare il nome..

“No, Lei vivrà più di te.” Restammo in silenzio. Proseguì:

“Scriverai un libro che abbiamo sognato per tan to tempo. Verso il 1979 capirai che la tua presunta opera non è altro che una serie di abbozzi, di abbozzi miscellanei, e cederai alla vana e superstiziosa tentazione di scrivere il tuo grande libro. La superstizione che ci ha inflitto il ‘Faust’ di Goethe, ‘Salammbò, Ulisse: Ho riempito incredibilmente molte pagine”.

“E alla fine hai capito di aver fallito.”

“Qualcosa di peggio. Ho capito che era un capolavoro nel senso più opprimente della parola. Le mie buone intenzioni non erano andate oltre le prime pagine; nelle altre c’erano i labirinti, i coltelli, l’uomo che si crede un’immagine, il riflesso che si crede vero, il tigre delle notti, le battaglie che tornano nel sangue, Juan Marana cieco e fatale, la voce di Macedonio, la nave fatta con le unghie dei morti, l’inglese antico ripetuto per giornate.”

“Questo museo mi è familiare” osservai non senza ironia.

“E poi i falsi ricordi, il doppio gioco dei simboli, le lunghe enumerazioni, il buon maneggio della prosastgica, le simmetrie imperfette che i critici scoprono con gioia, le citazioni non sempre apocrife,”

“Hai pubblicato questo libro?”

“Ho giocato senza convinzione, col melodrammatico proposito di distruggerlo, forse col fuoco. Ho finito di pubblicarlo a Madrid, con uno pseudonimo. Si è parlato di un volgare imitatore di Borges, che aveva il difetto di non essere Borges, di aver ripetuto l’esteriorità del modello.”

“Non mi sorprende” dissi. “Ogni scrittore finisce con l’essere il proprio discepolo meno intelligente.”

“Quel libro fu uno dei cammini che mi condussero a questa notte. Quanto agli altri….. L’umiliazione della vecchiaia, la convinzione di aver già vissuto ogni giorno….”

“Non scriverò quel libro” dissi.

“Lo scriverai. Le mie parole, che ora sono il presente, saranno appena la memoria di un sogno.”

Mi diede fastidio il suo tono dogmatico, senza dubbio lo stesso che uso nelle mie lezioni. Mi diede fastidio che ci assomigliassimo tanto e che approfittasse dell’impunità che gli procurava l’imminenza della morte. Per rifarmi gli dissi: “Sei sicuro di star per morire? “ “Sì”, replicò: “Sento una specie di dolcezza e di sollievo, che non avevo mai provato. Non posso spiegartelo. Tutte le parole richiedono un’esperienza condivisa. Perché quello che dico sembra darti tanto fastidio?”

“Perché ci somigliamo troppo. Odio il tuo volto, che è la mia caricatura, odio la tua voce che è la mia scimiottatura, odio la tua patetica sintassi, che è la mia.” “Anch’io”, disse l’altro. “Per questo ho deciso di suicidiarmi.”

Un uccello cantò in strada.

“E’ l’ultimo” disse l’altro. Con un gesto mi chiamò accanto a sé. La sua mano cercò la mia.

Retrocedetti, temendo che le due mani si confondessero. Mi disse: “Gli stoici insegnano che non dobbiamo lamentarci della vita: la porta del carcere è aperta. L’ho sempre pensata in questo modo, ma la pigrizia e la viltà mi fecero indugiare. Una dozzina di giorni fa, tenevo una conferenza a La Plata sul sesto libro dell’Eneide. Improvvisamente, scandendo un esametro, seppi quel era la mia strada. Presi questa decisione. Da quel momento mi sono sentito invulnertabile. La mia sorte sarà la tua, riceverai la brusca rivelazione in mezzo al latino di Vitgilio, e avrai già dimenticato completamente questo curioso dialogo profetico, che si svolge in due tempi e in due luoghi. Quando tornerai a sognarlo, sarai colui che sono, e tu sarai il mio sogno.”

“Non lo dimenticherò, e domani lo metterò per iscritto.”

“Resterà nel profondo della tua memoria, sotto la marea dei sogni. Quando lo scriverai, crederai di inventare un racconto fantastico. Non sarà domani, ti mancano ancora molti anni.”

Smise di parlare; capii che era morto. In un certo senso io morivo con lui; mi chinai angosciato sul capezzale, e non c’era più nessuno. Fuggii dalla stanza. Fuori non c’era il cortile, né le scale di marmo, né la grande casa silenziosa, né gli eucalipti, né le statue, né il pergolato, né le fontane, né la cancellata del palazzo nel paese di Adroguè.

Fuori mi aspettavano altri sogni.