2. “IL POZZO NELLA BIBBIA”, A CURA DI SUOR LAURA GRIGIS

7 ottobre 2011 - Categoria: Bacheca-2

ACQUA  Introduzione

 

Dal libro della Genesi (1,6-8)

In principio (nel profondo dei tempi) Dio creò il cielo e la terra. Ora la terra era informe e deserta e le tenebre ricoprivano l’abisso e lo spirito di Dio aleggiava sulle acque.

Dio disse:

“Sia il firmamento in mezzo alle acque per separare le acque dalle acque …”. Dio fece il firmamento (volta apparente del cielo, cupola solida) e separò le acque che sono sotto il firmamento, dalle acque che sono sopra il firmamento. E così avvenne. Secondo giorno.

 

Collegamento con la geografia fisica:

-         Il ciclo dell’acqua

-         Penetrazione superficiale ed evaporazione diretta

-         Scorrimento in profondità: falda artesiana che può essere molto vasta (Abano-Oderzo: 94 km)

-         Sorgente/pozzo: luogo, naturale/artificiale, di venuta a giorno dell’acqua di una falda

-         Pozzo artesiano

-         L’acqua di falda si arricchisce di alcuni sali sciolti dalle rocce che attraversa o si riscalda acquistando proprietà particolari

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

POZZO: Ferita della terra che genera vita.

Ci permette di attingere alle profondità oscure che ci abitano, è luogo che porta alla vita, sempre.

Nella cultura mediorientale è il luogo dell’incontro, della comunicazione, della chiacchiera.

Il tema del pozzo nella Bibbia

 

Il tema del pozzo nella Bibbia appare come un filo rosso che si snoda lungo tutta la storia di Israele e collega tra loro la creazione, le vicende dei patriarchi, l’uscita dall’Egitto, il dono della Torà, la speranza messianica della redenzione. È un itinerario terrestre e spirituale dei patriarchi e del popolo: l’acqua di sorgente è il simbolo della vita che Dio dà lungo il cammino di ogni giorno e che darà in pienezza ai tempi messianici.

In Gv 7,37-39 leggiamo:

Nell’ultimo giorno, il grande giorno della festa delle Capanne (festa del raccolto in autunno. Le capanne di fogliame ricordano gli accampamenti di Israele nel deserto), Gesù levatosi in piedi esclamò ad alta voce: Chi ha sete venga a me e beva chi crede in me; come dice la Scrittura: fiumi d’acqua viva sgorgheranno dal suo seno. Questo egli disse riferendosi allo Spirito che avrebbero ricevuto i credenti in lui. Infatti non c’era ancora lo Spirito perché Gesù non era stato ancora glorificato.

E Gesù verrà glorificato sulla croce: Quando sarò innalzato da terra, attirerò tutti a me.

 

A.    Il pozzo, luogo dove uno rientra in se stesso, prende contatto con il sé profondo e vi scopre l’acqua che dà vita

 

-          In Gn 16,4-9 si racconta che quando Agar rimane incinta, le relazioni tra le due donne si fanno difficili: Sara maltratta la sua schiava e questa fugge.

Sarai maltrattò tanto Agar che quella si allontanò. La trovò l’Angelo del Signore presso una sorgente d’acqua nel deserto, la sorgente sulla strada di Sur, e le disse: “Agar, schiava di Sarai, da dove vieni e dove vai?”. Rispose: “Vado lontano dalla mia padrona Sarai”. Le disse l’Angelo del Signore: “Ritorna dalla tua padrona e restale sottomessa”.

* Come è difficile stare nella situazione senza fuggire! Maria “stava” sotto la croce.

Le domande che l’Angelo rivolge ad Agar richiamano la domanda che Dio rivolse ad Adamo nel Paradiso terrestre dopo il peccato di disobbedienza. Adamo ed Eva si nascosero per paura di quel Dio con il quale erano abituati a conversare ogni giorno, alla brezza del mattino: “Adamo, dove sei?”. “Dove sei o uomo?”.

Agar sa da chi sta fuggendo. Non sa dove sta andando. L’Angelo le dice “Ritorna!”. Ritorna a te stessa, sta nella tua situazione! L’Angelo richiama Agar alla sua identità di schiava, la aiuta a stare nel suo vissuto, ad assumerne le responsabilità.

E lei si disseta all’acqua viva di sorgente.

 

-          In Gn 21, 17-19 si racconta che Sara non sopporta che Ismaele giochi con il figlio Isacco e chiede ad Abramo che scacci la schiava e il ragazzo che si smarriscono nel deserto di Bersabea. Dio ascolta il pianto di Ismaele:

Ma Dio udì la voce del fanciullo e un Angelo di Dio chiamò Agar dal cielo e le disse: “Che fai Agar? Non temere, perché Dio ha udito la voce del fanciullo là dove si trova. Alzati, prendi il fanciullo e tienilo per mano perché io ne farò una grande nazione”. Dio le aprì gli occhi ed essa vide un pozzo d’acqua.

* Dio viene incontro, raggiunge Agar là dove si trova. Dio ci raggiunge sempre là dove siamo. Egli dice ad Agar: “Alzati!”, risorgi! Le dà occhi nuovi per vedere, nel segno del pozzo, la sua presenza fedele, le conferma la promessa dell’Angelo di fare di Isamele una grande nazione che potrà attingere a questo pozzo l’acqua che dà vita, in una vita che è vissuta nel deserto.

 

-          In Es 2,15 si racconta di Mosè che fugge dall’Egitto dopo l’uccisione dell’egiziano. In realtà, sconvolto da ciò che ha fatto, fugge da sé e si ferma presso un pozzo.

Poi il faraone sentì parlare di questo fatto (l’uccisione di un egiziano) e cercò di mettere a morte Mosè. Allora Mosè si allontanò dal faraone e si stabilì nel paese di Madian e sedette presso un pozzo”.

* Sostando più volte al pozzo, Mosè ha modo di rientrare in se stesso, di elaborare il suo vissuto, anche dopo il uso matrimonio con Zippora. Ma non è al pozzo che egli sente la voce del Signore. Dio gli parlerà nell’esperienza del roveto che arde. Qui Mosè si accorgerà che il suo passato Dio l’ha trasformato in ricchezza per il futuro del suo popolo: nella sua appartenenza al popolo di Israele e nella sua esperienza di “egiziano” ha messo radice la chiamata di Dio e ha acquistato unicità la sua missione.

 

Anche la donna samaritana vive nell’incontro con Gesù l’esperienza di essere cercata da Dio che si siede presso il pozzo, quasi fosse stanco di cercare l’umanità. In Gesù Dio si è fatto uomo, si è fatto prossimo e ci educa ad ascoltare le grandi domande che portiamo nel cuore e che rimangono inespresse, inascoltate. La samaritana ha paura di entrare in se stessa: questa discesa nella sua interiorità mette a nudo sentimenti, angosce, gridi di protesta, interrogativi di senso rivolti a sé e a Dio. Ha paura di ascoltare il richiamo profondo della sorgente e bere a quell’acqua che può saziare il bisogno infinito di bene che porta nel cuore, quel bisogno di felicità che nulla riesce a soddisfare, ma che cerca in qualche modo di colmare. Spesso inutilmente.

Cercare Dio, che vuole la nostra felicità, ci richiede il coraggio di metterci in gioco, di rileggere con giudizio critico le nostre esperienze. Richiede consapevolezza, autocoscienza, capacità di analisi di sé; onestà soprattutto quando il vissuto è doloroso e sanguinante; umiltà per accorgerci, per accettare ed esaltare Dio, come Maria nel Magnificat, quale vero protagonista della nostra storia.

 

Il contatto quotidiano con la Parola, come la donna che ogni giorno va al pozzo, ci porta a capire che la nostra sete non va saziata ad “altre acque” e ci fa incontrare il Signore Gesù nell’autenticità e nella verità: solo il nostro vero “io” può incontrare il vero Dio. E qui dissetarsi all’acqua che dà vita.

Frequentando la Scrittura, sacramento efficace della presenza di Dio, possiamo fare una rilettura sapienziale delle nostre personali esperienze e di famiglia, della Chiesa e del mondo, e scorgervi quel filo rosso con il quale Dio ci conduce nella nostra storia. Le domande di fondo sono le stesse: Da dove vieni? Dove sei? Dove stai andando?

La vita ci attraversa con i suoi eventi e ci chiede di “stare” in essi. Ma come?

La samaritana sembra dirci: è Cristo Gesù, l’unico che disseta! Lui che è Parola fatta carne, roccia da cui sgorga l’acqua viva, è la soluzione. Se frequentiamo il pozzo e ci dissetiamo all’acqua delle Scritture, impariamo a cogliere il positivo in ogni situazione perché la Parola rischiara le nostre ombre, ci aiuta a non fuggirle, ci dà la forza di stare nelle situazioni, ci insegna a valorizzare ogni vissuto come ricchezza che contribuisce alla nostra felicità, come pane che possiamo mettere a servizio della nostra missione.

B.    Pozzo: luogo dell’incontro sponsale

a)      uomo – donna

b)     Pozzo dell’esilio

c)      Dio – popolo di Israele

d)     Gesù Samaritana

e)     Gesù – Chiesa

 

a)      uomo – donna

 

Nella Bibbia l’incontro al pozzo è un classico, una scena tipo che diventa occasione di un fidanzamento. Scorrendo la storia dei patriarchi più volte si sente il racconto di uomini giunti da terre straniere che, presso un pozzo, incontrano una ragazza. L’incontro conosce attenzioni e gesti, la donna corre ad annunciare a casa l’avvenuto incontro, allo straniero è offerta ospitalità. Segue il fidanzamento e poi il banchetto.

 

Gn 24,10-28 racconta la scelta della moglie di Isacco, il figlio della promessa:

Il servo di Abramo si mise in viaggio e andò nel paese dei due fiumi, alla città di Nacor per scegliere una moglie per Isacco. Fece inginocchiare i cammelli fuori della città, presso un pozzo d’acqua, nell’ora della sera, quando le donne escono ad attingere. “Signore del mio padrone Abramo, concedimi un felice incontro quest’oggi e usa benevolenza verso il mio padrone Abramo. … la ragazza alla quale dirò: Abbassa l’anfora e lasciami bere e che mi risponderà: Bevi! Anche ai tuoi cammelli darò da bere, sia quella che tu hai destinata al tuo servo Isacco”.  Rebecca era molto bella di aspetto, era vergine ….  Il servo le corse incontro e disse: “Fammi bere un po’ d’acqua dalla tua anfora”. Rispose: “Bevi, mio Signore”. In fretta calò l’anfora sul braccio e lo fece bere e poi disse: “Anche per i tuoi cammelli ne attingerò, finché finiranno di bere”.

Quell’uomo prese un pendente d’oro del peso di mezzo siclo e glielo pose alle narici e le pose sulle braccia due braccialetti del peso di dieci sicli d’oro.

La giovinetta corse ad annunciare a casa di sua madre tutte queste cose …

* Nel grande discernimento che il servo di Abramo doveva fare, egli chiede a Dio il segno della “sovrabbondanza”: sa che Dio, nella sua risposta, va sempre “oltre”.

 

Gn 29, 2 e ss racconta di Giacobbe che sceglie Rachele:

Giacobbe si mise in viaggio e arrivò nel paese di Labano, fratello di Rebecca. Vide nella campagna un pozzo e tre greggi accovacciati vicino perché la pietra sulla bocca del pozzo era grande. Quando tutti i greggi si erano radunati là, i pastori rotolavano la pietra dalla bocca del pozzo e abbeveravano il bestiame. …. Quando Giacobbe vide Rachele, figlia di Labano, fratello di sua madre, si fece avanti, rotolò la pietra dalla bocca del pozzo e fece bere le pecore di Labano. Poi Giacobbe baciò Rachele, pianse ad alta voce e le rivelò che egli era parente del padre di lei perché figlio di Rebecca. Allora Rachele corse a riferirlo al padre ….

 

Es 2,15-21 raccontata che anche Mosè visse una simile esperienza al pozzo di Madian:

Le sette figlie del sacerdote vennero ad attingere acqua per riempire gli abbeveratoi e far bere il gregge del padre. Ma arrivarono alcuni pastori e le scacciarono. Allora Mosè si levò a difenderle e fece bere il loro bestiame. Tornate dal loro padre Reuel  … dissero: “Un Egiziano ci ha liberate dalle mani dei pastori, ha attinto per noi e ha dato da bere al gregge”. … Mosè accettò di abitare con quell’uomo che gli diede in moglie la propria figlia Zippora.

 

b)     Pozzo dell’esilio: il pozzo di Miriam, luogo della presenza e della profezia

 

Il tema dell’acqua è un tema fondamentale nell’esperienza dell’esodo vissuta dal popolo di Israele nei 40 anni di vita nel deserto. Leggendo i libri dell’Esodo e dei Numeri ci si imbatte spesso nella mormorazione del popolo che soffre la sete e nei numerosi interventi di Dio che non gli fa mancare l’acqua che dà vita in una realtà fisica e spirituale dove la presenza o l’assenza dell’acqua è questione di vita o di morte. Il “pozzo dell’esilio” che accompagna Israele sempre e ovunque è, negli scritti del Talmud, il pozzo di Miriam.

Miriam è chiamata la profetessa (Es 15,20) al pari di Mosè e di Aronne, entrambi “profeti”, con i quali ella condivide il carisma spirituale e politico (cfr Nm 12). Una condivisione la sua che le costa la lebbra contratta nel momento in cui lei e Aronne rivendicano di essere stati strumenti della rivelazione divina al pari di Mosè. L’intercessione di Aronne con Mosè e di Mosè con Dio la fanno guarire e dopo una settimana di isolamento per la purificazione, il popolo che non aveva voluto riprendere il cammino senza di lei, riparte. Miriam sembra uscire perdente da questa contestazione. In realtà è perdente alla maniera di Giacobbe che, anche lui colpito nel suo stesso corpo nella lotta con l’angelo, ottiene la benedizione di Dio. Miriam infatti sarà confermata nel suo ruolo di profetessa. E’ sorprendente che negli eventi dell’esodo una donna stia accanto a Mosè, che parlava con Dio faccia a faccia, e ad Aronne, sommo sacerdote condividendo il carisma a un tempo politico e spirituale.

 

Vari sono gli episodi narrati nelle Scritture in cui c’è un legame tra Miriam e l’acqua:

* Es 2. Miriam sorveglia da lontano il neonato Mosè abbandonato in una cesta sulle acque del Nilo e interviene perché gli sia affidata come nutrice la sua vera madre. Miriam appare come pre-veggente il destino del fratello minore.

* Es 15, 20-21. Miriam intonerà il cantico della vittoria e guiderà “i cori di danze” dopo il passaggio tra le acque divise del mare: “Cantate al Signore perché ha mirabilmente trionfato: ha gettato in mare cavallo e cavaliere”. Ella interpreta gli avvenimenti da profetessa che mantiene viva tra il popolo la presenza di Dio nel difficile cammino dell’esodo e la fiducia nelle sue promesse. Subito dopo si parla della località di Mara (nome associato a Miriam) dove le “acque sono amare” e il popolo rischia di morire di sete. Un “legno” le renderà dolci.

* Nm 20,1-11. “I figli di Israele, l’intera comunità, giunsero nel deserto di Zin nel primo mese; il popolo si fermò a Cadesh. E là morì Miriam e colà venne sepolta. E la comunità non ebbe più acqua e si radunò contro Mosé e Aronne. Il popolo litigò con Mosè”. Nel deserto l’acqua manca appena Miriam muore e al nome di lei è legato il mitico pozzo che accompagnerà Israele fino all’ingresso della terra promessa. La morte di Miriam infatti segna una crisi drammatica: la sete che non può essere soddisfatta per mancanza di acqua e che richiederà un intervento divino, quando Mosè batterà con il suo bastone sulla roccia e dalla roccia zampilleranno acque abbondanti. Miriam morì e il suo pozzo si ritirò (si nascose), ma tornò, (riapparve) per merito di Mosè e di Aronne, come se fosse lei a garantire l’acqua potabile alla comunità.

* Nm 21, 17-18. Quando il popolo dopo il fatto del serpente di bronzo riprende il cammino verso la Transgiordania, il pozzo è celebrato e cantato con due versetti di giubilo:

“Sorgi o pozzo! Celebratelo! Il pozzo che scavarono i principi (i patriarchi) e che i nobili (Mosè ed Aronne) avevano perforato con la verga del comando, con bastoni di appoggio”. L’imperativo “sorgi” rivolto al pozzo e dunque all’acqua, richiama il fatto che alla morte di Miriam quel pozzo sarebbe scomparso o meglio si sarebbe nascosto, e che l’invocazione e la celebrazione da parte di tutto il popolo, aveva restituito pozzo e acqua ai figli di Israele. Il Talmud però attribuisce il dono del pozzo di Miriam non a Miriam ma ad Abramo stesso: “come ricompensa per l’offerta di acqua ai tre viandanti che Abramo ospitava, i figli di Israele ricevettero il pozzo di Miriam. Questo perché i meriti dei padri ricadono sui figli nel corso delle generazioni”.

 

Il mito rabbinico che parla del pozzo di Miriam ed eleva la profetessa a simbolo dell’ubiquità e perennità dell’acqua che dà vita nasce dall’episodio delle acque di Meriba dove “gli israeliti contesero con il Signore”. Quest’acqua si fa presente non solo sul cammino di Israele nel deserto, ma anche lungo la loro storia fino ai tempi messianici, come un miracolo permanente, nel nome della profetessa Miriam: “Esso è il pozzo dal quale usciranno in futuro le acque da sotto la soglia del Tempio e che nel deserto a volte spariva per poi riapparire di nuovo”.

L’acqua che sgorga simbolicamente dal pozzo di Miriam è l’acqua della profezia, simbolo della Torà, dono fondamentale per la vita spirituale e politica di Israele, un dono incarnato da Miriam, guida spirituale e politica di un popolo che doveva ancora crescere e imparare a servire Dio e nessun altro dio all’infuori di lui.

Questo è il  senso vero del “pozzo dell’esilio”, il pozzo di Miriam, la Torà che accompagna ovunque Israele,  ma anche la saggezza dei sapienti, alla quale attingere per sopravvivere in quanto ebrei finché si resta in esilio.

Di questo simbolismo fa abbondante uso l’evangelista Giovanni che colloca presso un pozzo l’incontro tra Gesù e una donna samaritana in conversazione teologica sul valore del Tempio, e che narra come dal fianco del Crocefisso sia sgorgata non solo sangue ma anche acqua, (Gv 19,34), un chiaro rimando all’acqua scaturita dalla roccia (Es 17 e Nm 20).

 

c)      Dio – popolo di Israele

 

Nella Bibbia l’immagine delle nozze è usata dai profeti per raccontare l’amore che Dio ha per Israele, sua sposa. In Is 54,5-7 leggiamo:

Poiché tuo sposo è il tuo creatore, Signore degli eserciti il suo nome; tuo redentore il Santo di Israele, è chiamato Dio di tutta la terra. Come una donna abbandonata e con l’animo afflitto, ti ha il Signore richiamata. Viene forse ripudiata la donna sposata in gioventù? Dice il tuo Dio: Per un breve istante ti ho abbandonata, ma ti riprenderò con immenso amore.

 

Nella persona della samaritana, Dio cerca la sua sposa più abbandonata: l’umanità allo sbando. Gesù, al pozzo di Sicar, compie un vero corteggiamento a una donna, non più vergine, che nella vita aveva già conosciuto il corteggiamento, l’inaridimento, il fallimento. Aveva conosciuto l’andare avanti e indietro al pozzo dell’acqua e dell’amore per attingere, ma ritrovandosi poi con la brocca vuota. Il perdurare nella frequentazione del pozzo le ha permesso però di incontrarsi con Gesù, il Figlio di Dio raccontato dai profeti, che parla al suo cuore, o meglio, le parla sul cuore. La donna entra piano piano nel gioco dell’Amore e accoglie l’IMPREVEDIBILITÀ di Dio

 

L’incontro con la sposa perduta è fissato a Sicar, luogo carico di storia. Sicar, o Sichem, era una città “vicina al terreno che Giacobbe aveva dato a Giuseppe suo figlio. Qui c’era il pozzo di Giacobbe”.

Giovanni ci vuol dire che la scelta di Gesù si concretizza nella continuità con l’Alleanza.

 

A Sichem Abramo aveva sostato ed aveva edificato un altare (Gn 12,6-7) dopo che il Signore gli era apparso e gli aveva promesso: Alla tua discendenza darò questo paese.

A Sichem Giacobbe aveva acquistato una porzione di campagna (Gn 33,18-20) che poi darà a Giuseppe (Gen 48,22).

A Sichem furono sepolte le ossa di Giuseppe, portate dall’Egitto, (Giosuè 24,32).

A Sichem Giacobbe aveva sotterrato gli idoli portati dalla Mesopotamia (Gn 35,2-4) e Dio conferma il cambio del nome e la benedizione che già aveva promesso ad Abramo e ad Isacco (Gn 35,9-12).

A Sichem Giosuè radunò tutte le tribù di Israele che si presentarono davanti a Dio. La fede in Iahve, propria del gruppo guidato da Giosuè, è proposta da lui ad altri gruppi che non ne avevano ancora sentito parlare perché non sono stati in Egitto e non hanno goduto delle meraviglie dell’Esodo e della rivelazione del Sinai. Essi non sono cananei. Hanno un’origine comune con il gruppo di Giosuè: con questo patto accettano la fede in Iahve e diventano così parte integrante del popolo di Dio.

 

Giosué 24 racconta la grande Assemblea di Sichem, in cui viene riconfermata l’Alleanza.

Si svolge in tre punti:

a)      Il Signore, lo sposo, RICORDA al popolo, la sposa, i prodigi che lui ha compiuto fin dal tempo di Abramo. Racconta la storia come una storia di salvezza. “Che potevo fare per te che io non abbia fatto?” Lo Sposo seduce la sua sposa facendo memoria dell’amore e della misericordia. “Guardati dal dimenticare!”.

b)     Il popolo risponde confermando l’amore di Dio che l’ha protetto “per tutto il viaggio e in mezzo a tutti i popoli”. Giosuè ricorda il Signore è un Dio santo, è un Dio geloso e chiede di scegliere OGGI chi servire. Il popolo conferma il suo impegno a vivere con fedeltà l’alleanza sponsale: “Noi serviremo il Signore nostro Dio e obbediremo alla sua voce!”.

c)      Giosuè in quel giorno concluse un’alleanza con il popolo e gli diede una legge a Sichem.

 

d)     Gesù Samaritana

 

A Sicar, presso il pozzo di Giacobbe, Il Figlio di Dio fatto uomo, corteggia la sposa infedele nella persona della Samaritana e la prepara a una nuova alleanza. Gesù la aiuta a ripercorrere le tappe della sua storia, così simili a quelle della storia del popolo di Israele, e lei, come il popolo dell’Alleanza al pozzo di Sicar, si lascia accompagnare da Gesù: il suo “fare memoria” è un pellegrinaggio che la porta a incontrarsi in profondità con il vero di se stessa, acqua amara di un amore più volte tradito ma risanata dall’incontro con la misericordia di Dio che le sta di fronte nella persona di Gesù.

Il coraggio di toccare l’acqua amara che porta in sé

le regala la gioia di scoprire nel suo cuore un’acqua

nuova zampillante perché proviene dalla sorgente

dell’acqua viva, Gesù, Parola di Dio fatta carne.

Si incontra con l’imprevedibilità di Dio: Gesù

ha scelto proprio lei per annunciare agli abitanti

della città di Sicar la buona notizia.

La donna si lascia “sedurre” da quell’uomo che le

offre un amore tanto diverso da quello finora sperimentato e abbandona la sua brocca per correre al villaggio. Anche la sua gente deve potersi dissetare all’acqua viva del Messia che si è rivelato essere il nuovo Tempio dove adorare Dio in spirito e verità.

“Levate i vostri gli occhi e guardate i campi che già biondeggiano”, dirà Gesù ai discepoli che lo raggiungono al pozzo.

Il corteggiamento ha raggiunto il suo scopo: la sposa infedele, rinnovata dall’incontro con lo Sposo è pronta per la nuova Alleanza che Gesù stipulerà con il suo Sangue, sulla croce.

 

e)     Gesù – Chiesa

 

In Gv 19,30 leggiamo che al momento della morte Gesù “chinato il capo, emise lo Spirito”. Subito dopo Giovanni racconta che uno dei soldati colpì con la lancia il fianco di Gesù dal quale uscì sangue ed acqua. Il cuore squarciato di Gesù sulla croce, è il nuovo pozzo, ferita sempre aperta nella terra della sua umanità, sorgente dalla quale sgorga acqua che dà vita, simbolo dello Spirito che Gesù ha trasmesso spirando. Un vero parto durante il quale viene liberata la Chiesa, la Sposa rinnovata, il popolo nuovo, il tempio dello Spirito Santo. E’ dunque la Chiesa il pozzo dal quale anche oggi zampilla acqua viva, perché ora che l’acqua dello Spirito è stata donata dal cuore ferito di Cristo, si avvera la parola di Gesù: Chi ha sete venga a me e beva chi crede in me; come dice la Scrittura: fiumi d’acqua viva sgorgheranno dal suo seno.

Gesù sulla croce è innalzato e glorificato. Coloro che dovranno ricevere lo Spirito che fluisce dal suo cuore come un fiume d’acqua viva, sono i credenti, e in primo luogo Maria e il discepolo che, ai piedi della croce, sono l’immagine della Chiesa. Così ai piedi della croce, la Chiesa riceve dal Crocifisso lo Spirito Santo per essere costituita madre dei fedeli sotto il simbolo di Maria divenuta madre del discepolo prediletto.

Per primi essi sono ricolmi dello Spirito Santo, per primi bevono di quell’acqua, Chiesa nascente che mai smetterà di essere pozzo dal quale zampilla l’acqua della Parola e dei Sacramenti.

Questo mosaico di Rupnik riproduce bene questo legame tra Gesù sull’albero della Croce, ma già glorificato e risorto, e Maria con Giovanni uniti a lui quasi a formare un unico corpo. Maria accoglie l’acqua e il sangue nelle sue mani, mentre Giovanni, rivestito della tunica, avvicina le sue labbra a quel cuore ferito, ma anche alle mani di Maria nella sua missione di madre.

 

Ogni carisma beve quest’acqua che è lo Spirito Santo, acqua che, abitando le profondità del cuore del discepolo fedele, zampilla arricchita del dono della sua unicità.

Madre Gérine ha bevuto all’acqua del “desiderio di salvezza del Padre per l’umanità” sgorgata dal cuore di Cristo: l’ha arricchita con la contemplazione della Pietà, con la sua umiltà ed audacia, con la semplicità della sua vita, ed è diventata ella stessa cuore traboccante compassione al quale noi pure attingiamo.

 

Cost. n. 1: Il desiderio di salvezza del Padre per l’umanità, rivelato da Gesù con la sua incarnazione, raggiunge il cuore di Madre Gérine Fabre, terziaria domenicana, facendolo traboccare, di una vita che, per l’azione dello Spirito Santo, si manifesta in compassione per tutti.

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La provocazione più forte che mi è nata da questo lavoro, è la necessità vitale di sedersi al pozzo delle Scritture, in una frequentazione quotidiana, e lì fare una lettura sapienziale degli eventi della nostra storia personale, di famiglia, di Chiesa, del mondo in cui viviamo. Al pozzo delle Scritture, presenza sacramentale di Dio, segno vivo ed efficace, si viene per attingere acqua viva e lasciare che la Parola in esse contenuta ci trasformi per una rinascita personale e per una rinascita di popolo. E si va, e si ritorna, in obbediente ascolto, pronti ad accogliere l’imprevedibilità di Dio che ci coinvolge nel condurre la storia perché sia per noi e per tutti storia di salvezza.

 

Cost. n. 28, primo capoverso: La Parola che ci convoca per essere “un cuor solo e un’anima sola” in Dio, plasma in noi un cuore compassionevole e, sull’esempio di Madre Gérine, ci insegna nella quotidianità ad amare come Gesù.

 

Cost. n. 65: L’obbedienza ci richiede un atteggiamento di discepole in ascolto della Parola di Dio, della Chiesa e degli eventi del mondo, come luoghi nei quali Dio ci parla. Insieme accogliamo la chiamata dello Spirito a discernere le sfide e gli impegni da assumere nella missione, affinché venga il Regno di Dio.

 

 

1.       Luogo in cui una persona rientra in se stessa, entra in contatto con il sé più profondo e con l’acqua viva della Parola. Qui compie un discernimento della sua situazione e giunge a delle decisioni.

2.       Luogo della presenza di Dio e della profezia: l’acqua è il simbolo della Torà, il dono fondamentale per la vita spirituale e politica del popolo di Israele, ma anche la saggezza dei sapienti alla quale attingere per sopravvivere in quanto ebrei finché si resta in esilio.

3.       Luogo dell’incontro sponsale:

a)      Uomo-donna: Isacco-Rebecca, Giacobbe-Rachele, Mosè-Zippora

b)      Pozzo dell’esilio: il pozzo di Miriam, luogo della presenza di Dio e della profezia

c)       Dio-popolo di Israele: Assemblea di Sichem

d)      Gesù-Samaritana: Dio corteggia la sposa infedele e la prepara a una nuova Alleanza

e)      Gesù-Chiesa: dal cuore trafitto esce sangue e acqua

Il nostro carisma

Talmud: raccolta di discussioni avvenute tra i sapienti e i maestri dell’ebraismo circa i significati e le applicazioni dei passi della Torah scritta.

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Dopo il pozzo di Madian?

 

Mi si dice: una persona come te ha il dovere di mettersi in salvo, hai tanto da fare nella vita, hai ancora tanto da dare. Ma quel poco o molto che ho da dare, lo posso fare comunque, che sia qui in una piccola cerchia di amici, o altrove in un campo di concentramento. E mi sembra una curiosa sopravvalutazione di se stessi, quella di ritenersi troppo preziosi per condividere con gli altri un destino di massa. Se Dio decide che io abbia tanto da fare, bene, allora lo farò, dopo essere passata per tutte le esperienze per cui possono passare anche gli altri. E il valore della mia persona risulterà appunto da come saprò comportarmi nella nuova situazione. E se non potrò sopravvivere, allora si vedrà chi sono da come morirò. Non si tratta più di tenersi fuori da una determinata situazione, costi quel che costi, ma da come ci si comporta e si continua a vivere in qualunque situazione.

 

 

Pozzo di Miriam?

 

28 settembre 1942.

Mi aveva fatto proprio impressione sentirmi dire da quell’internista galante dagli occhi malinconici: lei ha una vita spirituale troppo intensa, le fa male alla salute, è troppo per la sua costituzione. Ho ruminato a lungo su queste parole e sono sempre più convinta del contrario. E’ vero che vivo intensamente, ma ogni giorno mi rinnovo alla sorgente originaria, alla vita stessa, e di tanto in tanto mi riposo in una preghiera. E chi mi dice che vivo troppo intensamente, non sa che ci si può ritirare in una preghiera come nella cella di un convento, e che poi si prosegue con rinnovata pace ed energia.

Se dopo un laborioso processo che è andato avanti giorno dopo giorno, riusciamo ad aprirci un varco fino alle sorgenti originarie che abbiamo dentro di noi, e che io chiamerò “Dio”, e se poi facciamo in modo che questo varco rimanga sempre libero, “lavorando a noi stessi”, allora ci rinnoveremo in continuazione e non avremo più da preoccuparci di dar fondo alle nostre forze.

 

 

17 settembre, giovedì mattina, le otto.

Non basta predicarti, mio Dio, non basta disseppellirti dai cuori altrui. Bisogna aprirti la via, mio Dio, e per fare questo bisogna essere un gran conoscitore dell’animo umano: rapporti con padre e madre, ricordi giovanili, sogni, sensi di colpa, complessi di inferiorità, insomma tutto quanto. In ogni persona che viene a me io mi metto ad esplorare, con cautela. E ti ringrazio per questo dono di poter leggere negli altri.

 

Ognuno di noi deve raccogliersi nei propri territori interiori e distruggere in se stesso ciò per cui ritiene di dover distruggere gli altri.

 

Dal Diario di Etty Hllesum