Corso filosofico – Anno IV – Scheda 16

4 febbraio 2012 - Categoria: Filosofia

Parrocchia di San Carlo Borromeo Vescovo in Ponte della Priula
Anno pastorale 2011 – 2012

 

La coscienza

nelle opere di John Henry Newman

 

 

Anno IV, Scheda 16

Tema: LA VOCE DICE: “Questo è bene: puoi e devi farlo! Questo è male, puoi e devi non farlo!” Tra potere e dovere c’è qualcosa in mezzo e c’è anche Qualcuno sopra?

Newman scrive: “Tenterò di mostrare come nell’atto della coscienza che dice: “Questo è bene e questo è male”, si trova il materiale per poter affermare che la coscienza ha sopra di sé un Sovrano e un Giudice divino”. Il frutto della coscienza si presenta come
-    senso del dovere
-    senso morale.
L’atto della coscienza è unico e indivisibile, ma ha due aspetti distinti che possono essere considerati separatamente. Infatti
- possiamo perdere il senso del dovere che impone di astenersi da azioni disoneste,  ma conservare il senso che tali azioni sono un oltraggio alla natura morale dell’uomo;
- possiamo anche perdere il senso della immoralità di determinate azioni e nello stesso tempo considerarle proibite.
La coscienza ha il compito di criticare e di giudicare. Essa  ci testimonia che ogni cosa è o giusta o ingiusta, e ci allerta per le conseguenze e per la sanzione che seguirà la condotta giusta o ingiusta.
Come prova per arrivare a Dio, la coscienza ha una forza straordinaria se si prende l’aspetto del “senso del dovere”. Questo è il suo aspetto primario e più autorevole, ed è questo il valore ordinario della parola. Con promesse o con minacce, la coscienza spinge di continuo a fare il bene o a evitare il male; essa è una e identica in tutti, benché ci possano essere in particolari persone degli errori riguardo agli atti che ordina di fare o di evitare.
Sotto questo aspetto si può stabilire un confronto tra la coscienza e il senso estetico: come quest’ultimo è in tutti, ma differisce nelle singole persone, così il senso del dovere ce l’hanno tutti, ma orientato ad azioni diverse e opposte.
A differenza del senso estetico che non ha relazioni speciali con le persone e contempla gli oggetti in se stessi, la coscienza, come senso del dovere, dice sempre rapporto ad una persona; non si ferma alle azioni, ma le considera sempre unite a quelli che le fanno.
Non riposa in se stessa, ma si spinge al di là, e discerne una sanzione più alta per le sue decisioni, come è evidente nell’acuto senso di obbligo e di responsabilità che le informa. Per questo si parla della coscienza come di una voce, o come dell’eco di una voce così autoritaria e costringente come nessun’altra cosa in tutta la nostra esperienza.
La coscienza esercita un influsso intimo e costante, e ci porta alla riverenza e al pentimento, alla speranza e al timore, alla gioia e  al rimorso. Questi sono propri e caratteristici della coscienza, e costituiscono la differenza essenziale tra essa e gli altri sensi intellettuali. E’ sempre emozionale, e implica sempre l’affermazione di un essere vivente verso cui è diretta. Le cose inanimate infatti non scuotono le nostre affezioni: esse sono sempre correlative alle persone. Se noi ci sentiamo responsabili e siamo ripieni di vergogna o spaventati, ciò implica che c’è uno dinanzi al quale siamo responsabili e ci vergogniamo, e del quale temiamo la punizione.
Il malvagio fugge, anche se nessuno lo insegue. Allora perché fugge?
Dove nasce il suo terrore? Chi è colui che egli vede nella solitudine, nelle tenebre, nella Cella nascosta del suo cuore? Se la causa di tali emozioni non appartiene a questo mondo visibile, l’oggetto verso il quale questa percezione è diretta deve essere soprannaturale e divino; così, i fenomeni di coscienza, come un dettame,  imprimono nell’anima la figura di un supremo legislatore e giudice santo, giusto e potente, onnisciente e  rimuneratore.
Questo processo della coscienza non è logico o di ragionamento, è istintivo. Non interpretiamo di colpo la voce interiore come l’eco di una presenza divina, allo stesso modo che discerniamo la presenza di esseri viventi sotto le forme mutevoli e colorate del mondo sensibile. La coscienza offrirebbe un caso esattamente parallelo a quello della percezione di altri individui. Come spiegare che un bambino si rende conto dell’esistenza della mamma? Come comprendere che un animale separa nella fantasmagoria delle impressioni della sua retina le cose inerti e gli oggetti animati? Il sorriso di un bambino a sua madre, la fuga di un agnello dinanzi a un lupo sono fatti di una sicurezza misteriosa e di una precisione che mettono in imbarazzo gli amanti della logica pura. Qui non è questione di ragione, né dobbiamo appellarci ai sensi: l’oggetto supera i dati sensibili. E’ dunque un risultato dell’istinto.
Se noi non mettiamo in dubbio l’esistenza degli altri acquistata con tale mezzo, perché lo dobbiamo fare per quella di Dio?
Il processo della conoscenza è identico nei due casi. C’è un istinto superiore alla conoscenza ragionante, come ce ne sono altri che sono inferiori. Si deve aver fiducia nella natura: se un assenso è istintivo, è legittimo.
In Newman  la sua descrizione dell’esperienza emozionale, come la sua analisi della coscienza religiosa, della sua genesi spontanea e del suo dispiegamento personale, costituiscono degli apporti originali alla psicologia del fatto religioso.

LAVORO: Che differenza sai trovare tra ISTINTO ANIMALE e ISTINTO UMANO?