
Parrocchia di San Carlo Borromeo Vescovo in Ponte della Priula
Anno pastorale 2011 – 2012
La coscienza
nelle opere di John Henry Newman
Anno IV, Scheda 14
DIO MI HA CRESTO COSCIENTIZZABILE, CIOE’ IO DIVENTO COSCIENTE OPPURE IO HO UNA COSCIENZA: DIFFERENZE …
L’avere una coscienza ci permette di prendere coscienza di noi stessi e di costruire la nostra personalità morale e spirituale al cospetto di una persona che è Dio E’ a partire da questo stare di fronte a Dio che noi possiamo rendere solidi i legami con il mondo esterno e con le persone in modo forte e profondo. La vita immersa nel mondo e il nostro lavoro materiale in funzione della vita presente riprendono senso, quando il lavoro quotidiano è un mezzo che fa crescere il nostro io.
Nella vita si alternano obbedienze e disobbedienze e quindi momenti di Grazia e momenti di peccato. Deboli a causa del peccato originale, portiamo in noi la tendenza a fare il contrario di quello che Dio comanda.
Sono due le vie possibili per l’edificazione della persona morale:
- Il peccato che conduce alla disgregazione della coscienza e della conoscenza.
- La scelta del mondo, che all’inizio è dolce ma poi continua nell’amarezza; il male è una tappa, e le ferite da esso prodotte contribuiscono, attraverso un’esperienza lunga e dolorosa, a far nascere nel peccatore il bisogno della luce. Il mondo diventa così, per lui, in forza della grazia divina, un sacramento che ricostruisce ciò che il peccato aveva distrutto prima.
Negli scritti di Newman c’è un dialogo, uno scambio libero tra la coscienza e il non-io, cioè una situazione storica fatta di molte contingenze, edificata dal gioco della libertà e del peccato, stimolata dalla grazia, governata nel suo insieme dalla Provvidenza.
Newman è incline a scegliere la coscienza come via per arrivare a Dio; egli non la presenta come una prova rigorosa e unica, come una dimostrazione assoluta, ma solo come una via, come una base per mettersi in rapporto con Dio e farne esperienza; la coscienza stabilisce un contatto esperienziale tra l’uomo e Dio, personale, creatore, governatore dell’universo, giudice severo e guida provvidenziale delle creature. Newman presenta la sua idea sotto due prospettive complementari: una esistenziale, l’altra emozionale.
La prospettiva esistenziale: Newman afferma una relazione assoluta, costante, tra la coscienza e Dio, per cui l’una richiama irresistibilmente l’Altro; ciò risulta da questi due testi: “… mi ancorai al pensiero di due, e solo due, esseri assoluti, di un’intrinseca e luminosa evidenza: me stesso e il mio Creatore” (Apologia pro vita sua, Milano, 1995, p.22); “Attorno all’idea del suo essere, come a chiave di volta, si è costruita la vita del mio spirito; senza di essa tutto rovinerebbe in frantumi. Ne sono convinto per l’intima percezione della mia coscienza, come se si trattasse di un fatto sperimentale, tanto che per me negare la personalità di Dio equivale a negare anche la mia, rifiutare a lui l’esistenza vuol dire privarmi della base della mia esistenza (Meditations and devotions, London,1960, p.338)
L’oggettività si rivela nell’esperienza: l’uomo religioso non può dubitare della sua esistenza; ambedue sono chiaramente evidenti: si crede in Dio, perché la propria esistenza sarebbe negata se chi la sostiene non esistesse. Quello che per Cartesio era una tesi filosofica per Newman è esperienza personale.
La prospettiva emozionale: Newman distingue con chiarezza e rigore logico i due aspetti essenziali della coscienza:
- ‘quello morale’ che si afferma cogliendo negli atti umani la differenza irriducibile del bene e del male;
- ‘quello del dovere’ che impone il bene come obbligo assoluto. Newman con una forza insuperabile descrive che la coscienza di un Giudice e Maestro supremo dà pienezza all’esperienza personale della coscienza; il senso di responsabilità morale eleva l’uomo alla coscienza di un Creatore e di un Giudice, senza del quale la coscienza di dovere e di obbligo sarebbe inconcepibile.
Ecco il suo ragionamento:
La coscienza è un principio indimostrabile. Le sue azioni hanno diritto a un posto tra i nostri atti mentali come quelle della memoria, del ragionamento, della fantasia o come il senso del bello. Come ci sono oggetti davanti ai quali la mente sente pena e dolore, gioia e desiderio, così ci sono delle cose che eccitano in noi approvazione o biasimo, che diventano anche per noi giuste o ingiuste, e, sperimentate in noi stessi, ci causano quel senso specifico di piacere o di pena, che prende il nome di buona o cattiva coscienza.
Rileggendo la Scheda mi pongo questa domanda:
1 ____________________________________________________________________