1. Breve riflessione sull’Amleto, tragedia di William Shakespeare scritta nel 1600..

23 febbraio 2014 - Categoria: Bacheca-3

Breve analisi dell’Amleto

tragedia di William Shakespeare che narra le gesta del principe di Danimarca.

William Shakespeare completò la prima stesura dell’Amleto, l’anno 1600.

La tragedia di Amleto, la più lunga tra le opere di Shakespeare, rappresenta una svolta nello sviluppo spirituale ed artistico dell’autore soprattutto attraverso alcuni  dei dialoghi che raggiungono all’interno dell’opera un’intensità di significato. Un’intensità dovuta soprattutto ai giochi di parole di Amleto, aventi sempre significati molteplici, che lo rendono probabilmente uno dei personaggi che meritano più attenzione. Le origini della storia sono avvolte nelle nebbie del passato. Si presume che il nome Amleto, di origine danese, provenga da un testo “Belleforest’ Histoires Tragiques”, dal “Saxo Grammaticus’ Historia Danica”, pubblicato nel 1582. Questa tesi è avvalorata anche dalla presenza in questo testo di elementi come l’incesto, il fratricidio e di personaggi come Ofelia, Polonio, Orazio, Rosencrantz e Guildenstern, senza considerare lo stesso viaggio in Inghilterra.
Comunque, la storia della vendetta di Amleto era già conosciuta alla corte della regina Elisabetta tramite un presunto lavoro perduto di Thomas Kyd, una tragedia ispirata a Seneca in cui gli elementi realistici dell’opera erano stati congiunti con elementi contemporanei di carattere sovrannaturale, come l’apparizione del fantasma, o come il caratteristico avvelenamento di cui il vecchio re Amleto è vittima. Gli antecedenti storici e le affinità concettuali non devono comunque oscurare la singolarità dell’opera di Shakespeare. Prima di tutto occorre notare la natura conflittuale dell’uomo, perfettamente rappresentata in quest’opera. Non appena la rappresentazione inizia, Amleto ha da poco completato gli studi, è figlio di un grande re e suo diretto erede del trono, e tutto ciò sembra esaltare la natura stessa dell’uomo, come si evince da uno dei suoi primi monologhi, in presenza di Rosencrantz e Guildenstern:  ”Che capolavoro è l’uomo! Nobile d’intelletto, dotato d’una illimitata varietà di talenti; esatto nella sua forma e in tutti i suoi atti; compiuta, ammirevole creazione: pari a un dio nella mente, e nell’azione a un angelo. Lui, la bellezza del mondo. Lui, la misura di ogni animata cosa!”.

Ma, in contrasto con quanto detto in precedenza, conclude con questa pessimista nota malinconica:
“Ebbene, per me non è che una
quintessenza di polvere. L’uomo non m’incanta”.

Non rende contraddittoria la rappresentazione del giovane ascendente al trono della Danimarca, figlio di un importante re? Effettivamente, l’intera opera ruota intorno a questo punto di vista. Si vedrà il giovane Amleto intraprendere una profonda introspezione, tanto da farlo dubitare del mondo intero, di quanto pensava in passato e della presunta eccellenza della sua stessa natura. Di che genere di mondo è stato testimone per essere indotto a rendere tanto discordi i suoi pensieri dalle sue azioni? Amleto è stato forzato a “sopportare gli oltraggi, i sassi e i dardi dell’iniqua fortuna”.

La morte di un re e di un padre, il precedente re Amleto.

Scoprire che sua madre Gertrude è una donna di facili costumi, tanto da arrivare all’incesto a soli due mesi dalla morte del padre: rivelazione resa ancora più sconcertante dall’intimità che lega Amleto e Gertrude.
Rendersi conto che i propri amici di vecchia data, Rosencrantz e Guildenstern, non sono differenti da tutti gli altri cortigiani: opportunisti con la sola intenzione di “assorbire, dal re, incarichi favori e ricompense”. Argomento, questo dell’amicizia, che difficilmente resiste alle pressioni del tempo, come dimostrano qui Rosencrantz e Guildenstern, da non sottovalutare in quanto ricorrente nelle opere di Shakespeare.