Non c’è amore senza Dio e non c’è Dio senza amore.

4 Gennaio 2014 - Categoria: Angolo dello Spirito

 

Non c’è amore senza Dio, non c’è Dio senza amore.

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Nicola da Longobardi mentre accoglie dei poveri

Nicola da Longobardi mentre accoglie dei poveri

Sono parole di Nicola da Longobardi, la «semplicità» elevata a santità, che domenica sarà canonizzato in piazza S. Pietro da papa Francesco

S. Nicola Saggio, oblato professo dell’Ordine dei Minimi di San Francesco di Paola, nacque in Longobardi (Cosenza) il 6 gennaio 1650 da pii e laboriosi contadini. Dal lavoro dei campi, santificato con la preghiera, la vita sacramentale e l’esercizio delle virtù cristiane, passò alla vita consacrata nella Regola di S. Francesco di Paola. A Roma, come a Longobardi, sua città natale e altrove, diede autentica testimonianza di vita evangelica e di umiltà, nell’adempimento dei vari uffici, distinguendosi nella preghiera, nella penitenza e nella carità verso i poveri e gli ultimi. Morì a Roma nel collegio di S. Francesco di Paola ai Monti, il 3 febbraio 1709.

Dio sempre chiama l’uomo a rinnovarsi nella vita e a una maggiore intimità con Lui. Il suo invito, “siate santi, perché io il vostro Dio sono Santo” (cfr. Lv 19,2), se rimane un progetto alto e lontano nella concezione comune della santità, esso è il frutto della graduale e continua fedeltà alla grazia battesimale. Con questo “ideale di vita” anche le giornate di Giovanni Battista Clemente si susseguono tra gli impegni di vita cristiana e nell’aiuto ai suoi genitori. Le ristrettezze in cui versava la famiglia richiedono il suo contributo tanto che, pur coltivando i suoi progetti nella preghiera e nell’attesa del loro compimento, la sua volontà di consacrarsi al Signore è chiamata a sottomettersi all’ubbidienza ai suoi genitori.

La prima svolta avviene al compiersi dei venti anni con l’ingresso nel Protoconvento di Paola e l’inizio dell’anno di Noviziato (1670), al termine del quale, con il nome nuovo di fra Nicola si consegna totalmente a Dio e ai superiori. Con l’aggregazione alla nuova famiglia e a contatto con tanti nuovi fratelli, fra Nicola è chiamato a dilatare il suo cuore amando con lo stesso cuore di Dio. Da Paola a Longobardi, da S. Marco Argentano a Montalto Uffugo, da Cosenza a Spezzano è un continuo crescere nelle virtù.

Una seconda svolta si compie con il pellegrinaggio al Santuario di Loreto (1683), dove, a giudizio unanime dei confratelli della comunità dei Monti, in Roma, in cui era stato trasferito, fra Nicola si reca “buono” e torna “santo”. A Loreto giunge pellegrino per intercedere per la liberazione dell’Europa dalla minaccia ottomana, iniziata con l’assedio di Vienna. La sua ben nota pietà mariana lo aveva condotto lì per farsi intercessore. Quali siano state le esperienze vissute nel breve soggiorno lauretano, non c’è dato conoscerle, di certo i confratelli testimoniano un “salto di qualità” nell’intensità con cui vive la sua presenza davanti a Dio e il suo essere accanto a ogni uomo. Le sue alte esperienze mistiche, in particolare della Trinità, non lo distolgono dalle incombenze o necessità quotidiane, al contrario la sua esperienza di Dio è un continuo lasciarsi educare ad amare. Più entra nell’intimità con Lui, più sente di doversi far carico dei bisogni umani.

Questo è il percorso di ogni battezzato. Il Concilio Vaticano II con la chiamata alla universale santità ha voluto ricordarci che essa non è una questione di élite, ma riguarda tutti gli stati di vita; non consiste in cose eccezionali, ma nel vivere fedelmente i doveri del proprio stato, unitamente al grande precetto dell’amore. S. Nicola da Longobardi, con la sua esperienza di vita, esorta l’uomo di oggi a scegliere tra i tanti spazi dell’amore cristiano, che non verranno mai meno, il proprio in cui possa compiersi la “scrittura udita con i nostri orecchi” (cfr Lc 4,18-21).

ABRAMO, PADRE NELLA FEDE

Iniziamo con una preghiera molto bella del Card. Martini:

Signore Dio nostro,
tu sei mistero inaccessibile,
tu abiti una luce eterna
che nessuno poté contemplare
se non il tuo Figlio
che ce l’ha rivelata dall’alto della croce.
Donaci di penetrare
nel mistero di Gesù
così da poter conoscere
qualcosa di te,
nella grazia dello Spirito Santo.
Donaci di penetrare
in questo mistero con pazienza,
con umiltà,
convinti della nostra ignoranza,
del molto che ancora non conosciamo
della tua Trinità d’amore,
del tuo progetto salvifico.
Fa’ che ci umiliamo nella nostra ignoranza,
per poter meritare
almeno una briciola della conoscenza
di quel mistero che ci sazierà in eterno.
Te lo chiediamo per intercessione di Maria
che ha creduto profondamente
pur senza conoscere direttamente
ed è pervenuta prima di noi,
e già anche a nome nostro,
alla conoscenza immediata della tua gloria.

Amen

 

Prima parte:  LA CHIAMATA DI ABRAMO

La storia di Abramo è una storia di carattere religioso, narrata alla luce della fede, con uno scopo preciso. Ha avuto sempre un’importanza di primo piano nella storia di Israele, nella Storia della Salvezza, perché è uno dei punto nodali del dialogo salvifico tra Dio e l’uomo, tra questa iniziativa d’amore di Dio e la risposta di fede dell’uomo. Quindi ha sempre avuto un valore esemplare che la rende significativa per il credente di tutti i tempi.

Leggiamo il capitolo 12 del libro della Genesi:

1Il Signore disse ad Abram:

“Vattene dal tuo paese, dalla tua patria

e dalla casa di tuo padre,

verso il paese che io ti indicherò.

2Farò di te un grande popolo

E ti benedirò,

renderò grande il tuo nome

e diventerai una benedizione;

3benedirò coloro che ti benediranno

e coloro che ti malediranno maledirò

e in te si diranno benedette

tutte le famiglie della terra.

4Allora Abram partì, come gli aveva ordinato il Signore, e con lui partì Lot. Abram aveva settantacinque anni quando lasciò Carrai.

5Abram prese la moglie Sarai, e Lot, figlio di suo fratello, e tutti i beni che avevano acquistati in Carrai e tutte le persone che lì si erano procurate e si incamminarono verso il paese di Canaan. Arrivarono al paese di Canaan

6e Abram attraversò il paese fino alla località di Sichem, presso la quercia di More. Nel paese si trovavano allora i Cananei.

7Il Signore apparve ad Abram e gli disse: “Alla tua discendenza io darò questo paese”. Allora Abram costruì in quel posto un altare al Signore che gli era apparso.

8Di là passò sulle montagne a oriente di Betel e piantò la tenda, avendo Betel ad occidente e Ai ad oriente. Lì costruì un altare al Signore e invocò il nome del Signore.

9Poi Abram levò la tenda per accamparsi nel Negheb.

10Venne una carestia nel paese e Abram scese in Egitto per soggiornarvi, perché la carestia gravava sul paese.

11Ma, quando fu sul punto di entrare in Egitto, disse alla moglie: “Vedi, io so che tu sei donna di aspetto avvenente.

12Quando gli Egiziani ti vedranno, penseranno: “Costei è sua moglie, e mi uccideranno, mentre lasceranno te in vita.

13Di’ dunque che tu sei mia sorella, perché io sia trattato bene per causa tua e io viva per riguardo a te”.

14Appunto, quando Abram arrivò in Egitto, gli Egiziani videro che la donna era molto avvenente.

15La osservarono gli ufficiali del faraone e ne fecero le lodi al faraone; così la donna fu presa e condotta nella casa del faraone.

16Per riguardo a lei, egli trattò bene Abram, che ricevette greggi e armenti e asini, schiavi e schiave, asine e cammelli.

17Ma il Signore colpì il faraone e la sua casa con grandi calamità, per il fatto di Sarai, moglie di Abram.

18Allora il faraone convocò Abram e gli disse: “Che mi hai fatto? Perché non mi hai dichiarato che era tua moglie?”

19Perché hai detto: E’ mia sorella, così che io me la sono presa in moglie? E ora eccoti tua moglie: prendila e vattene”.

20Poi il faraone lo affidò ad alcuni uomini che lo accompagnarono fuori della frontiera, insieme con la moglie e tutti i suoi averi.

1) – La parola di Dio come inizio di tutto.

 

 

Capitolo 12:  Inizia la storia di Israele con la narrazione della chiamata da parte di Dio di Abramo, di questo Caldeo della città di Ur.

Dio ordina ad Abramo di lasciare il proprio paese, la propria casa e  incamminarsi verso una terra che gli indicherà.

«Il Signore disse ad Abram»:  l’inizio è la parola di Dio. In principio è la Parola.

L’inizio di tutto è la parola di Dio che chiama e, rivolgendosi ad Abramo, nel suo tempo, lo colloca nel suo spazio e nel suo tempo.

La parola di Dio gli darà consistenza, solidità, appoggio, prospettive: questo è certo! La parola di Dio ci fa camminare, è l’inizio di tutto!

Abramo è chiamato, è un uomo che non ha altra definizione per sé, per la propria storia, per interpretare la propria identità se non quella che gli viene data dalla parola di Dio.

Ma  questo vale anche per noi!   Quando uno dice:  Ma cosa ci faccio nella storia?  Da dove vengo?  Dove vado?  Chi sono?

Abramo è invitato gratuitamente a cogliere una parola che suscita in lui la capacità di dialogare con Dio. Adesso è di fronte all’inizio: “Il mio inizio è Dio che mi chiama, è Dio che mi parla”. Per Abramo è un inizio assoluto, non ha antecedenti, non ha antefatti, non ha esempi (noi potremmo sempre dire: Prima di me c’è stato Abramo, ho il suo esempio).

Dio parla e Abramo si affida alla parola che ascolta.

E’ tutto un mistero, però Abramo si affida a questo mistero.

Dio ormai è tutto il passato di Abramo, un passato riempito dalla parola di Dio, un Dio che parla, che interviene, che chiama, che provoca, che prende l’iniziativa, che prende posizione.

1Il Signore disse ad Abram:

“Vattene dal tuo paese, dalla tua patria

e dalla casa di tuo padre,

verso il paese che io ti indicherò.

2Farò di te un grande popolo

E ti benedirò,

renderò grande il tuo nome

e diventerai una benedizione;

Dio parla ad Abramo, gli apre dinanzi delle prospettive assolutamente nuove.

Dio gli apre un avvenire.  Le parole di Dio sono promesse: Dio parla e promette.

Quindi l’inizio della Storia della Salvezza coincide con queste promesse: è un grappolo di promesse comunicate da Dio al patriarca, a colui che si affida alla parola.

Colui che parla apre un avvenire in quanto stabilisce un dialogo attraverso cui sviluppare un progetto, portare a compimento delle promesse iniziali.

E Abramo si trova ad essere portatore di queste promesse misteriose che lo chiamano ad incamminarsi, ad orientarsi verso un avvenire da lui non posseduto ancora.

Se ci pensiamo, a volte, su questo episodio, in fondo qui c’è  “in nuce”, la radice di  tutta  la  Storia  della  Salvezza.  C’è una enorme  responsabilità  in  questo  uomo. Si apre una tensione che attraverserà per intero tutta la Storia della Salvezza: le promesse di Dio, che andranno man mano crescendo nell’esperienza dei patriarchi: Abramo, Isacco, Giacobbe, poi tutto il popolo di Dio nelle generazioni successive fino a giungere nel compimento definitivo che sarà l’incarnazione del Figlio di Dio: il centro, il tempo compiuto.

Abramo stenterà a trovare il modo corretto per destreggiarsi nel dialogo con la parola di Dio. Stenterà, sbaglierà (è un uomo), ma si lascerà educare (importante): pazientemente, ma puntigliosamente, sarà condotto da Dio.

Il Signore che gli ha comunicato le promesse, saprà educare anche in lui gradualmente l’atteggiamento giusto, l’atteggiamento dell’obbedienza alle promesse comunicate.

Questo atteggiamento di obbedienza si chiama con una parola, che di per sé stessa è sufficiente ad esprimere tutto:  LA  SPERANZA.

La storia patriarcale è la storia delle promesse di Dio, è la storia della speranza, una speranza che viene educata nelle persone.

Storia delle promesse comunicate da Dio e della speranza degli uomini che ricevono.

Praticamente Dio mette in funzione una storia, dà una spinta a una realtà che altrimenti sarebbe immobile, prova con un impulso: la sua promessa.

Abramo, e gli altri dopo di lui, saranno man mano educati sino a che non avranno trovato l’atteggiamento corretto per recepire in pienezza questo impulso.

Da qui nasce anche il senso del perché noi leggiamo queste cose: per imparare come possiamo anche noi essere interlocutori del Signore.

Torniamo al nostro capitolo 12: possiamo ricapitolare le promesse in tre grandi aperture, tre grandi prospettive.

Cosa promette Dio ad Abramo:

  • Una discendenza numerosa, un grande popolo.

  • Una benedizione.  Che cosa  è  una  benedizione?  E’ una  intimità  particolare.  Non è la benedizione come la intendiamo noi, qui la benedizione è una consacrazione, un rapporto intimo tra me e te.

  • Una terra.

Quindi: una discendenza numerosa, un grande popolo; un rapporto personale intimo profondo, e una terra. Tutta la Storia della Salvezza è scandita in rapporto al compimento di queste tre  promesse.

Abramo riceve solo promesse; Dio gli dice tutto, però lui non vede ancora niente, Dio non gli dà ancora niente. Abramo è chiamato a portare questo peso ed è un peso che lo schiaccia: il peso della parola di Dio.

Brancola randagio, senza discendenza numerosa, senza esperienza dell’intimità con Dio, senza terra. Addirittura il Signore gli dà il sentimento di una responsabilità universale. Non so fino a che punto Abramo si rende conto, perché gli sta aprendo una storia che salverà il mondo intero: certo avrà il centro in Gesù, però il Signore gli dà questa responsabilità, come se dicesse ad Abramo: “Guarda che la storia del mondo è affidata a te!”. E Abramo non è altro che questo piccolo uomo sradicato, senza avvenire, eppure Dio gli ha affidato una responsabilità assoluta.

Io penso che sia così di ogni chiamata, di ogni battezzato, ognuno di noi ha un compito in questa grande storia, tutti, nessuno escluso.

E’ così di ogni vocazione: laicale, religiosa.

E’ così di ogni inizio: sei sempre tu, eppure Dio ti dice qualcosa di suo per cui  a te è affidata la responsabilità relativa al suo disegno completo, il disegno con cui vuole compiere la salvezza per tutta l’umanità.

Siamo tutti coinvolti in questo progetto!

2) – La Storia di Abramo e la mia storia, analogie e confronti.

4Allora Abram partì, come gli aveva ordinato il Signore, e con lui partì Lot. Abram aveva settantacinque anni quando lasciò Carrai.

5Abram prese la moglie Sarai, e Lot, figlio di suo fratello, e tutti i beni che avevano acquistati in Carrai e tutte le persone che lì si erano procurate e si incamminarono verso il paese di Canaan. Arrivarono al paese di Canaan

In questa vicenda vedete subito che non è coinvolto solo Abramo, ma anche la sua gente; gioca tutto, investe e spende tutto in questa storia, tutto quello che ha è messo in discussione in rapporto alla parola che l’ha chiamato.

Parte con la moglie, con il nipote, con tutti i suoi averi, con tutti i suoi beni, non trattiene niente per sé, cioè non accantona un deposito per garantirsi, consegna tutto e si mette in viaggio verso il paese di Canaan: questa è la terra che il Signore gli ha promesso e Abramo è orientato verso di essa. Una serie di indizi gli suggerisce che è proprio quella terra.

6E Abram attraversò il paese fino alla località di Sichem, presso la quercia di More. Nel paese si trovavano allora i Cananei.

Quindi Abramo è entrato nella terra promessa.

E’ la sua terra perché Dio gliel’ha promessa.

La attraversa, si trova a Sichem che è il centro della terra di Canaan (quante volte verrà fuori questo paese, pensate alla Samaritana, a Sichem, a questo pozzo: è il centro), si guarda attorno, nel paese ci sono i Cananei.

La terra a lui destinata secondo la promessa è abitata da altri, è una terra occupata, è sua nella promessa ma ci sono degli altri.

Possiamo immaginare lo sconcerto, la delusione del patriarca.

Ma come? La tua terra, ma ci sono degli altri! La tua terra, ma non c’è spazio per me! E’ tua perché Dio te l’ha promessa, ma non è disponibile.

La guarderai, girerai attorno, la attraverserai, ma è tua solo in quanto “promessa”.

E, se notate, fino a questo punto Abramo non ha ancora aperto bocca.

7Il Signore apparve ad Abram e gli disse: “Alla tua discendenza io darò questo paese”. Allora Abram costruì in quel posto un altare al Signore che gli era apparso.

Quindi non è che il Signore lo molla: interviene, conferma.

Abramo è di fronte a questo inconveniente scandaloso: la terra non è occupabile; c’è un imprevisto nella successione degli avvenimenti, c’è un ritardo, anche se le promesse sono riconfermate.

Quante volte nel corso della Storia della Salvezza avremo a che fare con scandali come questo: il ritardo nel compiersi delle promesse di Dio.

Tutta la storia di Abramo è la storia di un uomo che deve confrontarsi con questi ritardi. (Chi di noi non si confronta con certe aspettative che non arrivano mai?)

Ritardi per i quali dovrà imparare proprio in rapporto ad essi a vivere di speranza, a guardare verso una meta sempre più certa, sempre confermata, eppure sempre più lontana e irraggiungibile, meno disponibile per lui.

Ora, a quest’uomo, il Signore appare e dice: “Ecco Abramo, è proprio vero che questa terra è per te, è la tua terra, ma…ma, io la darò alla tua discendenza”.

Capite che qui c’è uno spostamento, c’è uno slittamento: la discendenza.

E questo Abramo non l’ha capito all’inizio, pensava che entrasse direttamente lui, non pensava alla discendenza. Qui incominciano i ritardi, lo slittamento.

Costruisce un altare come segno di devozione, un atto di adorazione.

3) – Abramo e la povertà della speranza.

8Di là passò sulle montagne a oriente di Betel e piantò la tenda, avendo Betel ad occidente e Ai ad oriente. Lì costruì un altare al Signore e invocò il nome del Signore. (Notate che qui non apre bocca)

9Poi Abram levò la tenda per accamparsi nel Negheb.

Quindi scendendo dal Nord verso Sud Abramo ha attraversato tutta la Palestina (la terra promessa) fino ad arrivare al deserto del Negheb, che è il deserto meridionale.

E’ entrato ed è uscito: è il primo contatto che lui intrattiene con la sua terra.

Quest’uomo sta imparando a vivere di speranza, una nuova povertà, non più la povertà iniziale dello sradicamento, questa è la povertà cui ti riduce la parola di Dio, è la povertà cui sei condotto quando ti lasci educare dalla parola di Dio, è la povertà della speranza che paradossalmente coincide con la ricchezza più abbondante.

Tutto ti è donato ma nulla si è ancora compiuto.

E qui Abramo costruisce un altro altare. Tutto il suo percorso è punteggiato di altari, tappa dopo tappa. Là dove ferma la sua tenda Abramo costruisce un altare: un atto di adorazione, un atto di obbedienza, un passo in avanti in questo itinerario della speranza che sta man mano maturando dentro di lui.

Un altro altare. Ed Abramo «invocò il nome del Signore».

E’ la prima volta che Abramo apre bocca, e questo suo primo intervento sul fronte del linguaggio potrebbe assomigliare ad un sospiro, ad un grido.

Un uomo che è stato silenzioso a lungo a un certo punto esplode in un sospiro che si condensa in un nome, il nome di Dio.

Gridò”:  proprio questo dice il verbo ebraico karà = gridò.

E’ tutto quello che Abramo può dire.

Dio ha parlato, Abramo non ha detto niente: finalmente quel sospiro che forse è andato crescendo dentro il cuore di questo patriarca, trova la sua espressione e diventa un grido: «Signore».

E’ il grido che attraversa l’intera Storia della Salvezza, è il grido che ancora scandisce le tappe della storia della Chiesa: “Vieni Signore, Signore Gesù”.

Certamente Abramo non può invocare “Gesù” ma grida «Signore», che poi sarà il titolo che il Nuovo Testamento attribuisce a Gesù.

Quindi Abramo, un uomo che sta imparando a vivere di speranza, a tirare il fiato, a sospirare, a vivere in obbedienza ai tempi e ai modi di Dio.

Credo che questo sia un insegnamento molto grande: vivere in obbedienza ai tempi e ai modi di Dio.

4) – Abramo uomo tentato e provato.

Ma, diciamo subito, che il buon Abramo è anche un uomo e anche lui è tentato.

Di fronte a questo grande progetto, a queste grandi prospettive anche lui è un uomo tentato ed è esposto ad avventure di cedimenti.

Nella tradizione posteriore sarà figura esemplare proprio per quel che riguarda l’essere messo alla prova (lo vedremo nella seconda parte), quella prova di Isacco.

Quindi non è indenne dall’errore e la Scrittura non fa mistero: anche Abramo  sbaglia, non sempre è pronto a controbattere le tentazioni che subisce.

Però il Signore, in quanto fedele, coerente, manterrà vive le promesse e lo riscatta dalle contraddizioni in cui occasionalmente anche Abramo cade.

  • La prima tentazione è quella della noncuranza, della fuga.

Abramo è in viaggio, si guarda attorno, le promesse non si compiono, non c’è niente da fare: la terra è occupata, la benedizione una promessa del tutto aleatoria, la discendenza numerosa non c’è, c’è nemmeno un figlio. Se le cose stanno così….

Qui nascono i dubbi, comincia a pensare che qualcosa non funziona; qui qualcuno si è sbagliato. Passano gli anni, può essersi sbagliato lui, Abramo, oppure Dio stesso. Può darsi (pensa Abramo) che abbia frainteso tutto, che mi sia trovato preso da una falsa intelligenza, da una falsa interpretazione delle cose; può darsi che mi sia inventato tutto (chi non riflette a volte sulla propria storia?), allora sarebbe la forma più diabolica di presunzione pretendere di proseguire lungo una strada, un orientamento non suggeritomi da Dio ma che io stesso  mi sono inventato.

E qui nasce veramente la fuga: Non parliamone più! Prendiamo le distanze da tutta questa faccenda, facciamola finita.

Far finta di niente, non curarsi più di nulla:  Mi sono illuso, ho attribuito addirittura a Dio quello che non era di Dio. Ho dato a Dio delle idee, delle prospettive non sue. Ho insegnato a Lui a pensare in grande.

E’ paradossale questa situazione in cui Abramo si è invischiato.

E’ anche disposto ad assumersi lui la responsabilità di tutto, pur di prendere le distanze per scrollarsi finalmente di dosso questa fatica che gli sembra sproporzionata alle sue forze.

Una  scrollata di spalle ed è la fuga. Cedimento interiore.  Vera e propria fuga.

Chi nella propria storia non sperimenta la voglia ogni tanto di mollare tutto?

E questa tentazione si ripropone più volte nel corso della storia di Abramo.

Ma anche qui verrà educato progressivamente, senza che gli manchi l’esperienza viva, dolorosa, del cedimento alla tentazione.

E questo lo trovate nei versetti che seguono, dal v.10 al v.20:

5) – Fino a che punto la Parola è determinante per la mia fede.

10Venne una carestia nel paese e Abram scese in Egitto per soggiornarvi, perché la carestia gravava sul paese.

11Ma, quando fu sul punto di entrare in Egitto, disse alla moglie: “Vedi, io so che tu sei donna di aspetto avvenente.

12Quando gli Egiziani ti vedranno, penseranno: “Costei è sua moglie, e mi uccideranno, mentre lasceranno te in vita.

13Di’ dunque che tu sei mia sorella, perché io sia trattato bene per causa tua e io viva per riguardo a te”.

14Appunto, quando Abram arrivò in Egitto, gli Egiziani videro che la donna era molto avvenente.

15La osservarono gli ufficiali del faraone e ne fecero le lodi al faraone; così la donna fu presa e condotta nella casa del faraone.

16Per riguardo a lei, egli trattò bene Abram, che ricevette greggi e armenti e asini, schiavi e schiave, asine e cammelli.

17Ma il Signore colpì il faraone e la sua casa con grandi calamità, per il fatto di Sarai, moglie di Abram.

18Allora il faraone convocò Abram e gli disse: “Che mi hai fatto? Perché non mi hai dichiarato che era tua moglie?”

19Perché hai detto: E’ mia sorella, così che io me la sono presa in moglie? E ora eccoti tua moglie: prendila e vattene”.

20Poi il faraone lo affidò ad alcuni uomini che lo accompagnarono fuori della frontiera, insieme con la moglie e tutti i suoi averi.

L’episodio, notate, ci lascia sorpresi: Abramo che rinuncia alla moglie ed è pronto a consegnarla a chi la chiederà, Sara che viene consegnata al faraone.

E’ un comportamento (possiamo dire) indegno: il grande patriarca Abramo compie un gesto sconveniente e riprovevole.

Ma (ecco: ‘Ma’) il racconto biblico vede le cose da un’angolatura diversa dalla nostra che, se da una parte può disapprovare Abramo sul piano morale per aver colpito la moglie nella sua dignità, in realtà qui non è in discussione l’azione nei confronti della moglie, del legame coniugale, ma il fatto che Abramo dimostri di non aver più fiducia nella promessa di Dio (questo è ancora più grave), la promessa di un figlio che la moglie avrebbe dovuto assicurargli. Per cui, consegnando Sara, Abramo dimostra di non tener più in alcun conto la promessa di Dio, compromette la sorte di colei che secondo la promessa doveva essere la madre della discendenza.

Capite? Abramo è in atteggiamento di  fuga rispetto alla promessa, perchè ritiene ormai priva di qualunque importanza.

Cioè cosa capita? La parola di Dio non incide più nella tua vita  (a parte il fatto che bisogna meditarla, approfondirla, perché possa incidere).

A questo punto la parola di Dio non incide più, Abramo la ritiene priva di qualunque importanza, non ha più nessuna incidenza nella sua storia e si allenta anche il vincolo matrimoniale, anche la moralità di Abramo.

Decisivo è il cedimento a questa tentazione: si convince che sarebbe sciocco continuare a rimanere legati a quella promessa ormai insabbiatasi nel deserto, persa chissà dove. Forse si è convinto di  essersi sbagliato, di non aver più bisogno di sua moglie; qui piuttosto bisogna risolvere un problema pratico, tanto vale che Sara, una volta richiesta dal faraone, venga consegnata ai suoi ufficiali e trasportata alla reggia.

Ma qui, come avrete notato, succede qualcosa che Abramo mai avrebbe potuto immaginare: interviene qualcuno che non cede.

Vedete che è splendido questo fatto: interviene qualcuno che non cede, che non si tira indietro, c’è qualcuno che non rinuncia alla propria parola ed è Dio.

Il Signore interviene con forza, con decisione, in modo del tutto gratuito, imprevedibile;  si fa avanti e dice: “Fermi tutti! Questa è la madre della discendenza promessa ad Abramo, nessuno può toccarla”.

A rileggere il testo vediamo che il Signore è come infuriato e il faraone comprende di non poter toccare          quella donna, convoca Abramo e lo rimprovera.

Si tocca in questo caso l’ironia, quasi che il faraone dicesse: Perché mi hai complicato la vita, cosa c’entro io? E’ una realtà scottante questo tuo dialogo con Dio, io non voglio essere coinvolto: prendi la tua donna e vattene, non ne voglio sapere nulla!.

Così Abramo di ritrova a vivere accanto alla moglie.

E’ il Signore che gliela riporta indietro, è lui che gliela riconsegna bruscamente, quasi brutalmente. La promessa è confermata.

Questo gesto irruente di Dio dimostra ad Abramo che egli non può separarsi dalla fedeltà alla promessa comunicatagli fin dall’inizio.

Torniamo a dire:  “I tempi e i modi di Dio”.

Il Signore ha parlato, il Signore puntualmente ribadisce la sua parola, Lui gli rimane fedele.

Questa per noi dovrebbe essere una consolazione. Chi medita assiduamente le Scritture vede la ricchezza che c’è dentro e non può non continuare a credere pensando a questa fedeltà di Dio: ti riporta la moglie anche quando tu l’avevi considerata insignificante al punto di abbandonarla al suo destino. E’ invece tua moglie e deve restare accanto a te, perché la promessa di Dio, quella che ti ha comunicato, quando si compirà, passerà attraverso di lei.

Certamente Abramo è frastornato, perché deve fare i conti con questa fermezza, con questa durezza, con questa fedeltà di Dio.

Lui che riteneva ormai di essersi liberato, di andarsene a farsi la sua strada, a farsi la sua vita, si trova tra i piedi quella moglie sterile.

Anche se gli capita adesso di essere molto più ricco di prima, il Signore gli dice: “Impara a vivere in obbedienza alla promessa, impara a vivere di speranza, impara a crescere facendo spazio dentro di te, ospitando dentro di te tutte le contraddizioni che punteggiano giorno dopo giorno la tua vita, impara ad incassare tutte le vicissitudini che sono contraddittorie rispetto al disegno che ti è stato comunicato, ma che d’altra parte non scalfiscono la verità di esso.

Tua moglie è sterile? Te la tieni. Le promesse non si compiono? Tu rimani l’uomo della promessa: impara a vivere di speranza.

Vuoi fuggire? Riuscirai soltanto a metterti nei pasticci e ti ritroverai ad essere più disorientato di prima. Forse ti troverai ancora più povero di prima, ma dove questa tua povertà è accentuata, là si determina una crescita nella disponibilità al dialogo con Dio”.

Il Signore fa crescere Abramo nell’esperienza della povertà anche attraverso i cedimenti: un po’ più povero di prima, un po’ più consapevole delle proprie debolezze, della sua fragilità, della sua inettitudine a resistere.

Cioè la povertà si rivela un passo in avanti nel dialogo che conta, il dialogo tra Dio che parla e la creatura che è educata a vivere di speranza.

E poi c’è l’altra tentazione che è contrapposta a questa: la tentazione della fretta.

Si rende conto che un figlio deve saltar fuori da qualche parte, le promesse sono da accettare, da custodire pazientemente, ma se le promesse sono vere, bisogna far di tutto perché si realizzino il prima possibile.

Accelerare i tempi, affrettare gli eventi, in maniera che le promesse, certamente provenienti da Dio -ormai si è reso conto- raggiungano il loro compimento.

Qui non si tratta più di una rinuncia a sperare, ma di volontà nel gestire in proprio i ritmi e le scadenze della propria speranza.

Abramo ha colto l’invito proprio all’abbandono nel Signore, all’abbandono alla sua parola, a fidarsi, nonostante tutto e si sente impegnato a produrre degli eventi che diano conferma alle promesse ricevute alle quali ora, dopo quello che gli è successo, dà anche credito.

  • Il caso esemplare qui è la fretta, la fretta di Abramo: la seconda tentazione; la prima era la fuga.

La promessa parla di una discendenza numerosa come le stelle del cielo, come la sabbia del mare…un figlio ci vuole.  Se Abramo deve prendere sul serio la promessa di Dio, un figlio deve saltare fuori da qualche parte, almeno uno.

Se non arriva?, se lo procura da sé: l’ansia, l’ansia di avere un figlio.

Non è più un segno di fuga, ma rivela la volontà di affrettare il compimento della promessa.

E dal capitolo 13  in poi, per diversi capitoli, la storia di Abramo è la storia di un uomo che si sforza di individuare colui che il Signore gli metterà accanto come erede, attraverso il quale finalmente avanzare nel processo di crescita verso la piena realizzazione delle tre grandi promesse.

Questo erede non c’è, si guarda attorno: ci sarebbe qualcuno che potrebbe essere l’erede e pensa al nipote Lot.   Il Signore dirà: “non è Lot”. Si guarda ancora attorno, c’è un suo servo fedele Eliezer. Il Signore dirà: “non è Eliezer”.

Poi sarà un certo momento la stessa Sara a intervenire: “guarda che un figlio bisognerà darlo: unisciti alla mia schiava Agar”. E nasce Ismaele, che è figlio di Abramo, ma non è l’erede.

La speranza di Abramo tesa verso un risultato aspetta conferme alla promessa, ma riceve smentite: non è Lot, non è Eliezer, non è Ismaele.

La cocciutaggine, anche di Dio: colui che nascerà, nascerà secondo la promessa, ma non quando vorrà Abramo o perché Abramo se lo fabbricherà a suo piacimento, nascerà secondo la promessa, in obbedienza alla promessa come frutto di essa.

Dall’Egitto, Abram tornò nel Negheb con la moglie e con  tutti i suoi averi. Lot era con lui.

Leggiamo ora, del cap 13 di Genesi, i vv 7-18 che ci presentano un altro episodio: il passaggio dalla tentazione della fuga alla tentazione della fretta.

Genesi 13, 7-18

7Sorse una lite tra i mandriani di Abram e i mandriani di Lot. I Cananei e i Perizziti abitavano allora nel paese.

8Abram disse a Lot: “Non vi sia discordia tra me e te, tra i miei mandriani e i tuoi, perché noi siamo fratelli.

9Non  sta forse davanti a te tutto il paese? Separati da me. Se tu vai a sinistra, io andrò a destra; se tu vai a destra, io andrò a sinistra”.

10Allora Lot alzò gli occhi e vide che tutta la valle del Giordano era un luogo irrigato da ogni parte – prima che il Signore distruggesse Sodoma e Gomorra -; era come il giardino del Signore, come il paese d’Egitto fino ai pressi di Zoar.

11Lot scelse per sé tutta la valle del Giordano e trasportò le tende verso oriente. Così si separarono l’uno dall’altro.

12Abram si stabilì nel paese di Canaan e Lot si stabilì nelle città della valle e piantò le tende vicino a Sodoma.

13Ora gli uomini di Sodoma erano perversi e peccavano molto contro il Signore.

14Allora il Signore disse ad Abram, dopo che Lot si era separato da lui: “Alza gli occhi e dal luogo dove tu stai, spingi lo sguardo verso il settentrione e il mezzogiorno, verso l’oriente e l’occidente.

15Tutto il paese che tu vedi, io lo darò a te e alla tua discendenza per sempre.

16Renderò la tua discendenza come la polvere della terra: se uno può contare la polvere della terra, potrà contare anche i tuoi discendenti.

17Alzati, percorri il paese in lungo e in largo, perché io lo darò a te”.

18Poi Abram si spostò con le sue tende e andò a stabilirsi alle Querce di Mamre, che sono ad Ebron, e vi costruì un altare al Signore.

Qui si parla di Lot, perché ormai la preoccupazione primaria di Abramo è quella di individuare l’erede: se le promesse sono vere e si fa sul serio, allora l’erede ci deve essere. Pensa ancora a Lot, ma qui sorgono dei problemi, perché anche Lot, il nipote, aveva anche lui una piccola tribù con sé.

7Sorse una lite tra i mandriani di Abram e i mandriani di Lot. I Cananei e i Perizziti abitavano allora nel paese.

Può sembrare un racconto banalissimo, un litigio tra pastori, ma non è così, c’è una lettura anche qui: per Abramo significa constatare che è impossibile vivere con Lot sotto le stesse tende e che perciò l’erede non può essere lui. Non è solo un bisticcio fra gruppi di parenti, questa qui è la tentazione dell’aver tutto e subito.

 

Lot se ne va ed è da sottolineare come il racconto descriva le parole…lo sguardo di Abramo….qui è molto bello….ad un certo momento Abramo dice a Lot:

8Abram disse a Lot: “Non vi sia discordia tra me e te, tra i miei mandriani e i tuoi, perché noi siamo fratelli.

9Non  sta forse davanti a te tutto il paese? Separati da me. Se tu vai a sinistra, io andrò a destra; se tu vai a destra, io andrò a sinistra”.

Questo è un momento in cui Abramo incomincia a rivelare la sua grandezza.

Questo per dire: quando uno ha nel cuore dei grandi ideali, non scende a beghe da cortile. “Tu vai a destra, io a sinistra. So già quello che il Signore ha promesso, non sto qui a litigare su queste cose”.

Capisce che è necessario separarsi e propone a Lot di dividersi con i pascoli lasciando a lui la prima scelta.

E’ un uomo che la vita sta educando a non essere esoso, a non prendere per sé nient’altro che quanto promesso da Dio.

Naturalmente Lot scelse per sé la valle del Giordano e lì si stabilì, ma quel luogo un giorno diventerà Sòdoma e Gomorra. Ci sono, direi,  implicazioni per questa scelta di Lot.

E’ un momento, se vogliamo, anche un po’ di amarezza nel quale Abramo deve verificare ancora una volta la stranezza del comportamento di Dio.  E’ solo, senza erede, eppure proprio in un momento come questo il Signore ripete solennemente la promessa.

14Allora il Signore disse ad Abram, dopo che Lot si era separato da lui: “Alza gli occhi e dal luogo dove tu stai, spingi lo sguardo verso il settentrione e il mezzogiorno, verso l’oriente e l’occidente.

15Tutto il paese che tu vedi, io lo darò a te e alla tua discendenza per sempre.

16Renderò la tua discendenza come la polvere della terra: se uno può contare la polvere della terra, potrà contare anche i tuoi discendenti.

17Alzati, percorri il paese in lungo e in largo, perché io lo darò a te”.

18Poi Abram si spostò con le sue tende e andò a stabilirsi alle Querce di Mamre, che sono ad Ebron, e vi costruì un altare al Signore.

Continua a rinnovargli la promessa:  “Questa sarà la tua terra, alza gli occhi Abramo, la polvere che vedi laggiù che è il segno della tua povertà di uomo che spera e che non ha raggiunto ancora il compimento, parla della discendenza che io ti darò. Quella polvere denuncia il tuo fallimento di uomo solo, quella polvere è sacramento che rivela a te la fedeltà del Signore alle proprie promesse”.

La storia di Abramo è la storia di un uomo che ha fretta di raggiungere il compimento e che si vede sfuggire di mano tutte le soluzioni che aveva in mente lui. Si trova ad essere ancora più povero, ma d’altra parte si rende conto, man mano che invecchia, che proprio grazie a queste esperienze accumulate ha imparato a sorridere. Questo è un altro aspetto da sottolineare: il sorriso di Abramo.

Passano gli anni, Abramo invecchia fisicamente, ma invecchia anche perché acquista una sapienza spirituale, una sapienza interiore, la sapienza di colui che non è più preso dalla fretta: tira il fiato.

Uomo di speranza, invecchia, ma il valore di questo suo invecchiamento sta nella sua capacità sempre più matura di sorridere. Abramo sorride, è l’aspetto che il racconto biblico mette in evidenza dell’invecchiamento di Abramo, quello che consente di coglierne in pieno il profondo significato.

Quindi Abramo è un uomo che invecchia nel senso che impara a sorridere.

Di fronte alle contraddizioni che chiudono la sua vita e a volte in modo brutale, umiliante, impara a scorgere nel mistero delle cose la luminosità affiorante di un sorriso: il sorriso di Dio.

Abramo impara a non correre più, a non fuggire più, a non accelerare i tempi, a non nascondersi, a rimanere dove si trova. Ecco che allora il mondo intorno a lui si illumina lentamente, pacatamente; attorno a lui si delinea un tracciato e affiora, riaffiora questo disegno luminoso.

Abramo guarda il cielo, guarda le stelle, guarda in terra i granellini di polvere, è un uomo solo che brancola sulla terra, è schiacciato dal cielo fino a che non  impara a guardare (lo vedremo dopo) il cielo e la terra e a riconoscere questo affiorante sorriso di Dio.

Leggiamo, del capitolo 17, altro capitolo importante, i vv 1-8 e 15-17

Genesi 17, 1-8; 15-17

1Quando Abram ebbe novantanove anni, il Signore gli apparve e gli disse: “Io sono Dio onnipotente; cammina davanti a me e sii integro.

2Porrò la mia alleanza tra me e te e ti renderò numeroso molto, molto”.

3Subito Abram si prostrò con il viso a terra e Dio parlò con lui:

4“Eccomi: la mia alleanza è con te e sarai padre di una moltitudine di popoli.

5Non ti chiamerai più Abram, ma ti chiamerai Abramo perché padre di una moltitudine di popoli ti renderò.

6E ti renderò molto, molto fecondo; ti farò diventare nazioni e da te nasceranno dei re.

7Stabilirò la mia alleanza con te e con la tua discendenza dopo di te di generazione in generazione, come alleanza perenne, per essere il Dio tuo e della tua discendenza dopo di te.

8Darò a te e alla tua discendenza dopo di  te il paese dove sei straniero, tutto il paese di Canaan in possesso perenne; sarò il vostro Dio”.

 

15Dio aggiunse ad Abramo: “Quanto a Sarai tua moglie, non la chiamerai più Sarai, ma Sara.

16Io la benedirò e anche da lei ti darò un figlio; la benedirò e diventerà nazioni e re di popoli nasceranno da lei”.

17Allora Abramo si prostrò con la faccia a terra e rise e pensò: “Ad uno di cento anni, può nascere un figlio? E Sara all’età di novanta anni potrà partorire?”

Abramo ha novantanove anni, ma ciò che importa qui, a determinare non è tanto l’età reale quanto il suo invecchiamento spirituale contraddistinto proprio dalla sapienza del sorriso.

1Quando Abram ebbe novantanove anni, il Signore gli apparve e gli disse: “Io sono Dio onnipotente; cammina davanti a me e sii integro.

2Porrò la mia alleanza tra me e te e ti renderò numeroso molto, molto”.

Viene confermata la promessa, ma il Signore questa volta chiede qualcosa ad Abramo, gli chiede la circoncisione del sangue. Dopo tanto tempo il Signore non soltanto dice qualcosa di suo ad Abramo, ma gli chiede qualcosa: è la prima volta che il Signore chiede qualcosa ad Abramo, cioè la circoncisione per lui e per i suoi discendenti.

Abramo è in grado di dialogare con il Signore, è maturato molto, ha preso fiato, è cresciuto nella speranza. Sempre più povero, sempre più disponibile a fidarsi della iniziativa che non è sua, ha imparato a non nascondersi più, a non tirarsi indietro, a non correre all’impazzata stupidamente.

Il Signore gli chiede qualcosa.  Il Signore gli dimostra rispetto e stima.

Anche la circoncisione è per Abramo un segno di rispetto da parte di Dio (che continua nel mondo ebraico).

Poi, Dio cambia anche il nome ad Abramo. Il nuovo nome non è molto dissimile dal precedente, ma il cambiamento sta a indicare che il Signore ha preso in mano l’intera vicenda in modo impegnativo e rigoroso.

15Dio aggiunse ad Abramo: “Quanto a Sarai tua moglie, non la chiamerai più Sarai, ma Sara.

16Io la benedirò e anche da lei ti darò un figlio; la benedirò e diventerà nazioni e re di popoli nasceranno da lei”.

17Allora Abramo si prostrò con la faccia a terra e rise e pensò: “Ad uno di cento anni, può nascere un figlio? E Sara all’età di novanta anni potrà partorire?”

Quindi il Signore è puntiglioso, testardo. Con quanta disinvoltura pronuncia, potremmo dire, queste “sciocchezze immense”, ma ormai Abramo si è abituato, ha imparato anche a sorridere.

Abramo si prostrò con la faccia a terra e rise: è da notare che il sorriso sgorga nell’atto stesso del prostrarsi a terra, la prostrazione è un atto di adorazione. Ridere in ebraico sembra un onomatopeico (quando il suono della parola richiama il suo significato), vuol dire shahak, è il segnale di un sorriso:  nella stessa sonorità immediata di questa radice ti fa udire una risata.

Il figlio che nascerà  si chiamerà  “Isaac = il Signore sorride”.

Sarà il figlio del sorriso, che nascerà quale sacramento del sorriso di Dio, come verifica e conferma che davvero Dio sorrideva.

Ora Abramo, che ha imparato a sorridere, è pronto ad essere padre del figlio promesso: è invecchiato a tal punto da sorridere, è pronto a generare il figlio secondo la promessa.

Abramo è ancora frastornato, pensa ancora a Ismaele, invece vediamo, qui al capitolo 18, c’è la famosa visita: il Signore Onnipotente fa visita ad Abramo.

 

Abramo, nell’ora più calda del giorno, è in sosta sulla soglia della sua tenda, sta facendo la siesta. Passano tre personaggi angelici.

I padri della Chiesa hanno interpretato le tre figure angeliche come una premonizione del mistero della comunione trinitaria. L’iconografia antica ha appunto assunto queste immagini come la rappresentazione teologica della Trinità, il mistero delle Tre Persone che fanno visita all’umanità; il mistero della comunione che è in Dio che si allarga in modo tale da ospitare le creature.

E Abramo è colui che viene visitato da Dio, segno di intimità e di predilezione, segno di benedizione, di particolare, intensa, affettuosa comunione.

Tutto questo è possibile ricapitolare in un attributo che compete in modo esemplare ad Abramo: Abramo è l’amico di Dio.

Tutta la tradizione, sia ebraica che cristiana, ama definire Abramo: “l’amico di Dio”, perché Dio l’ha visitato. Ma è anche colui che accoglie l’amico, che ospita il viandante. Non perde un attimo Abramo, si mette all’opera, fa preparare un vitello, ordina alla moglie di impastare e cuocere focacce. Abramo è pronto ad ospitare l’amico che può trovare presso di lui il luogo adatto alla sosta e al riposo.

Leggiamo, dal cap 18, i vv 9-15

9Poi gli dissero: “Dov’è Sara, tua moglie?”  Rispose: “E’ là nella tenda”.

10Il Signore riprese: “Tornerò da te fra un anno a questa data e allora Sara, tua moglie, avrà un figlio”. Intanto Sara stava ad ascoltare all’ingresso della tenda ed era dietro di lui.

11Abramo e Sara erano vecchi, avanti negli anni; era cessato a Sara ciò che avviene regolarmente alle donne.

12Allora Sara rise dentro di sé e disse: “Avvizzita come sono dovrei provare il piacere, mentre il mio signore è vecchio!”.

13Ma il Signore disse ad Abramo: “Perchè Sara ha riso dicendo: Potrò davvero partorire, mentre sono vecchia?

14C’è forse qualche cosa impossibile per il Signore? Al tempo fissato tornerò da te alla stessa data e Sara avrà un figlio”.

15Allora Sara negò: “Non ho riso!”, perché aveva paura; ma quegli disse: “Sì, hai proprio riso”.

Sara è rimasta all’interno della tenda, non compare sulla scena, è nascosta.

Ma anche così partecipa a tutta l’accoglienza, sia perché prepara l’occorrente per cibare gli ospiti, sia perché sente tutto quello che si dice.

Abramo e Sara erano vecchi…Il testo greco nella traduzione dice che Abramo e Sara erano presbiteri.

Cioè l’anzianità dei due personaggi è davvero singolare: è un anzianità cronologica, ma soprattutto è l’anzianità presbiterale di coloro che sono maturati nel cuore, di coloro che come Abramo sono ormai amici.

Tutto converge e serve a rendere sempre più consistente la realtà ormai rappresentata dal patriarca: è l’amico di Dio, l’anziano, l’uomo del sorriso, la sua anzianità coincide con la sua solidarietà con l’Onnipotente.

Origene, questo grande padre della Chiesa, commentando in una sua omelia il testo della Genesi che abbiamo visto adesso, parlando del presbiterato di Abramo e Sara afferma proprio questo: “Non erano anziani cronologicamente, ma nella pienezza del cuore.  In quanto anziani il Signore può ormai parlare esplicitamente a loro”.

Allora Sara rise:  il sorriso di Sara, direi, è un sorriso di stupore, è un sorriso stordito.

Sara vuol negare proprio questo sorriso, vuole difendersi, non capisce che il Signore non la sta rimproverando per avere sorriso, ma per non aver riso bene, di cuore, per non aver riso abbastanza.

Sara deve ancora imparare che ciò che è impossibile agli uomini è possibile a Dio. (Quello che avverrà con Maria).

Ormai siete anziani e finalmente sorridete:  è il sorriso dell’amico quello che illumina il vostro volto.

6) – Abramo credette al signore.

Volevo toccare brevemente i pochi versetti del capitolo 15 che precede quest’ultimo discorso che ho fatto, perché ci sono dei grandi insegnamenti anche in questi pochi versetti.

A un certo momento Abramo continua a lamentarsi, passano gli anni, non vede niente, è lì nella sua tenda e il Padre Eterno cosa fa?

Genesi 15, 5-6

Poi lo condusse fuori e gli disse: “Guarda in cielo e conta le stelle, se riesci a contarle” e soggiunse: “Tale sarà la tua discendenza”.

Egli credette al Signore, che glielo accreditò come giustizia.

Sono due versetti, ma di una portata molto importante esistenzialmente anche per noi.

Quindi Abramo è lì che si tormenta ancora nella sua tenda. Ad un certo momento….cosa vuol dire questo fatto della tenda? Possiamo fare una lettura spirituale, una lettura sapienziale del termine “tenda”: la tenda è questo piccolo luogo, la tenda è il simbolo delle tue piccole vedute, dei tuoi piccoli pensieri, dell’uomo prigioniero dei piccoli calcoli.

Possiamo avere una grande chiamata come Abramo, possiamo intuire grandi ideali, e poi…. ad un certo punto ci si accorge che prevalgono i piccoli calcoli.

Prima Abramo, parlando con Lot, gli aveva detto: “Se tu vai a destra, io andrò a sinistra”:  quando uno ha davanti degli ideali grandi, quelli di Dio, le nostre beghe sono beghe e basta.

Ma può capitare di trovarsi prigionieri in questa piccola casa che abbiamo in noi stessi.

Abramo non vedeva una via di uscita, i suoi piccoli problemi lo angustiavano, si era chiuso mentalmente, era prigioniero dei suoi calcoli, non aveva ancora imparato a sorridere (qui siamo ancora al capitolo 15: è al capitolo 17 e 18 che impara a sorridere).

Qui qual è l’insegnamento per noi? Non è tanto uscire da una tenda, è un uscire da sé stessi, dai propri calcoli, dalle proprie prigionie, dalle proprie intuizioni.

Poi lo condusse fuori e gli disse: «Guarda in cielo e conta le stelle, se riesci a contarle»:  Nella tenda Abramo conta i suoi pensieri, nella tenda non vede le stelle: quando è condotto fuori può guardare l’evento di Dio.

Quando è prigioniero in sé stesso l’evento di Dio è cancellato: chiuso nei suoi calcoli non può vedere le schiere del Signore.  Ma,  perché ciò avvenga, è necessario affidarsi solo alla promessa: questo lo sta imparando.

Il testo dice: “Abramo credette e questo atteggiamento gli fu segnato nel suo libro di credito”.  Noi abbiamo letto: «Egli credette e il Signore glielo accreditò come giustizia».

E’ il discorso di questi giorni (per chi segue la liturgia quotidiana) della lettera ai Galati: “Il giusto vive per la sua fede”.

Paolo ha meditato a fondo questi versetti, specialmente nella lettera ai Galati.

Quindi Abramo credette e questo atteggiamento di disponibilità, di accoglienza, viene notato nel suo libro di credito: questo è il senso della frase.

Ma cosa vuol dire fondamentalmente questa frase?

Vuol dire credere  (è l’anno della  Fede),  vuol dire fidarsi, confidare in Lui: è  tutto  il  merito  che  Dio  gli  mette  sul  conto,  tutto  quello  che  gli  darà.  Questa disponibilità, vuol dire che sarà colmata da un dono proporzionato alla illimitata accoglienza di fede.  Più dilati, più ricevi.

Abramo credette, ciò gli fu computato a giustizia.

Sembra dire: tutti passiamo attraverso paure, calcoli, tentennamenti.

Dio risponde con la richiesta di uscire: “Torna ad essere disponibile, torna a ravvivare la tua adesione a Dio senza calcoli”.

Anche noi a volte possiamo essere infervorati, ma, passati i fervori, certe motivazioni potrebbero anche raffreddarsi, è difficile rimanere sempre dilatati: bisogna uscire dai nostri piccoli luoghi ristretti.

Ma è un episodio che  ci  insegna  anche  la  fatica  dell’attesa,  la fatica del credere; a volte la sproporzione fra un ideale promesso e la povertà della propria situazione che ci sembra difficile da colmare.

Il dramma di chi non vede niente ma si deve fidare.

Tutto questo, vedete, è inerente a un cammino di fede: la paura di finire nel nulla.

Abramo a Dio: “Sto per morire ma non ho eredi, non c’è continuità”.

Quando  la  vita  entra  in  queste  strettoie  si ha paura. “Signore mio che mi darai? Ti sei rivelato scudo, protezione…..non la vedo”…..e va avanti di questo passo.

Appunto Paolo rifletterà a lungo su questo.

Direi che l’uomo raggiunge la pienezza accettando il dono di Dio, la sua dinamica che per noi ormai è Gesù Cristo, morto e risorto per noi.

Quindi imparare come Abramo ad accettare la vita di tutti i giorni, ma ad accettarla portando nel cuore questo grande futuro; imparare ad accettare lo scarto col presente ma vivendo questa grande apertura, questa grande dilatazione.

E per noi, come cristiani, non più come Abramo, questa apertura è il Signore che mi ha amato e ha dato se stesso per me..

Questa vita nella carne, io la vivo nella fede del Figlio di Dio, che mi ha amato e ha dato se stesso per me. (Gal. 2,20)

Mi pare che ci siano tanti elementi che ci possono aiutare a rivedere con Abramo, la nostra storia.

Seconda parte: il  sacrificio  di  isacco

Iniziamo con un’altra preghiera di Martini che dice:

Donaci, o Signore,

di lasciarci introdurre

a questa realtà della prova,

che non è semplicemente un fatto:

è un mistero;

perché mediante essa,

noi cogliamo un aspetto

della contingenza storica sofferta

che siamo noi e, insieme, qualcosa di te.

Noi, d’altra parte,

desideriamo conoscerti,

penetrare col cuore e con la mente

nel tuo mistero indicibile.

Infondi, dunque, in noi, Padre,

qualche briciola della contemplazione

del tuo mistero,

anche attraverso l’esperienza della prova.

Amen

Gen. 22,1-19

1Dopo queste cose, Dio mise alla prova Abramo e gli disse: «Abramo, Abramo!». Rispose: «Eccomi!».

2Riprese: «Prendi tuo figlio, il tuo unico figlio che ami, Isacco, và nel territorio di Moria e offrilo in olocausto su di un monte che io ti indicherò».

3Abramo si alzò di buon mattino, sellò l’asino, prese con sé due servi e il figlio Isacco,    spaccò la legna per l’olocausto e si mise in viaggio verso il luogo che Dio gli aveva indicato.

4Il terzo giorno Abramo alzò gli occhi e da lontano vide quel luogo.

5Allora Abramo disse ai suoi servi: «Fermatevi qui con l’asino; io e il ragazzo andremo fin lassù, ci prostreremo e poi ritorneremo da voi».

6Abramo prese la legna dell’olocausto e la caricò sul figlio Isacco, prese in mano il fuoco e il coltello, poi proseguirono tutt’e due insieme.

7Isacco si rivolse al padre Abramo e disse: «Padre mio!». Rispose: «Eccomi, figlio mio». Riprese: «Ecco qui il fuoco e la legna, ma dov’è l’agnello per l’olocausto?».

8Abramo rispose: «Dio stesso provvederà l’agnello per l’olocausto, figlio mio!». Proseguirono tutt’e due insieme;

9così arrivarono al luogo che Dio gli aveva indicato; qui Abramo costruì l’altare, collocò la legna, legò il figlio Isacco e lo depose sull’altare, sopra la legna.

10Poi Abramo stese la mano e prese il coltello per immolare suo figlio.

11Ma l’angelo del Signore lo chiamò dal cielo e gli disse: «Abramo, Abramo!». Rispose: «Eccomi!».

12L’angelo disse: «Non stendere la mano contro il ragazzo e non fargli alcun male! Ora so che tu temi Dio e non mi hai rifiutato tuo figlio, il tuo unico figlio».

13Allora Abramo alzò gli occhi e vide un ariete impigliato con le corna in un cespuglio. Abramo andò a prendere l’ariete e lo offrì in olocausto invece del figlio.

14Abramo chiamò quel luogo: «Il Signore provvede», perciò oggi si dice: «Sul monte il Signore provvede».

15Poi l’angelo del Signore chiamò dal cielo Abramo per la seconda volta

16e disse: «Giuro per me stesso, oracolo del Signore: perché tu hai fatto questo e non mi hai rifiutato tuo figlio, il tuo unico figlio,

17io ti benedirò con ogni benedizione e renderò molto numerosa la tua discendenza, come          le stelle del cielo e come la sabbia che è sul lido del mare; la tua discendenza si impadronirà delle città dei nemici.

18Saranno benedette per la tua discendenza tutte le nazioni della terra, perché tu hai obbedito alla mia voce».

19Poi Abramo tornò dai suoi servi; insieme si misero in cammino verso Bersabea e Abramo abitò a Bersabea.

E’ la famosa prova di Abramo quando gli viene richiesto il sacrificio del figlio Isacco.

7) – La fede assoluta in Dio è in grado di raddrizzare il mio cammino “infedele”?

Stamane nella prima parte abbiamo colto la fatica di Abramo, tutte le prove per arrivare a questo figlio. Adesso il Signore lo mette alla prova richiedendo questo figlio.

Questo brano mette subito in evidenza una cosa: nessuno di noi sa chi veramente è.

A volte ci illudiamo di comprendere fino in fondo chi siamo noi stessi; a volte ciò che rivela noi stessi è il terreno delle prove, è la vita, è il vissuto. Il vissuto mette a nudo, mette allo scoperto; spesso proprio il vissuto ci coglie di sorpresa: pensavamo una cosa e ci accorgiamo invece che è un’altra.

Tutti questi ideali che portiamo dentro nel cammino della fede vengono affidati a una persona concreta che siamo noi, a una persona storica come siamo ciascuno di noi.  Anche la fede è affidata a una persona storica che siamo noi.

A volte ci ammaliamo, a volte siamo depressi, siamo stanchi. Abbiamo tanti ideali, tante prospettive, ma qualche volta non sappiamo fino in fondo chi siamo.

E’ un metter alla prova, ma non è che Dio si diverta a mettere in difficoltà qualcuno, non è questo il senso.

Mettere alla prova è un terreno di verifica per far capire chi realmente siamo, e a volte questo è anche necessario per fare delle scelte, per capire veramente cosa abbiamo dentro, anche perché tutti sentiamo la necessità di sapere fino in fondo chi siamo, che risorse abbiamo, come sappiamo reagire, e sentiamo che certe esperienze di vita, quelle più costose, non ci lasciano più quelli di prima, ci cambiano, hanno un ruolo, spesso dilatano la vita, la costringono a reagire.

Se leggete il capitolo 8 del Deuteronomio, quando Dio dice: «Ti ho fatto passare attraverso il deserto per sapere cosa che avevi nel cuore», si descrive a fondo questo problema delle vicende storiche. Quindi quando Dio mette alla prova Israele nel deserto è per vedere cosa ha nel cuore. E’ un invito a questo popolo per capire chi è.

Cioè, le prove della vita che ci modificano, ci insegnano una sapienza.

 

Stamattina dicevamo che alla fine Abramo ha imparato anche a sorridere, a sorridere sapientemente, a non meravigliarsi più di sé stesso, delle sue contraddizioni, ma anche a fidarsi totalmente di Dio.

Il suo sorriso non è un sorriso sarcastico, è un sorriso sapiente.

Come le prove che modificano, che ci danno una sapienza, che ci costringono a manifestarci per quello che siamo veramente.

Ad un certo punto della nostra vita ci sono certe situazioni che fanno capire chi veramente tu sei, e questo è un grande servizio, anche se pesante, anche se costoso.

«Dio mise alla prova Abramo», e il capitolo 22 narra proprio questa prova, e il testo non inizia indicando una località da dove partono, non c’è scritto, non si sa da dove partono, si afferma solo che Dio chiama, questa è la località: «Dio chiama».

Dopo queste cose, Dio disse: «Abramo, Abramo!»: lo chiama, e questi si pone di fronte a lui, ma Abramo si pone di fronte a Dio in una certa misura: «Eccomi!».

Eccomi” è un modo di porsi in totale disponibilità,  ricordate anche la risposta di Maria: “Eccomi, sono la serva del Signore”. Questo è il modo di porsi davanti a Dio: nel totale spogliamento, per quello che siamo.

Così inizia quello che viene descritto dall’autore come la prova che Dio pone ad Abramo, la località non è descritta, ma è descritto Dio che chiama, che mette di fronte l’uomo a sé stesso, e l’uomo gli sta di fronte con questo «Eccomi!».

Abramo deve ascoltare e poi agire in conformità. Prima Dio parla, poi Abramo agisce.

Cioè continua questa nostra dipendenza unicamente dal Signore e dalla sua parola. Se imparassimo a stare al mondo nei pochi anni che il Signore ci dà in questa unica dipendenza: dal Signore e dalla sua parola!

Penso che dovrebbe essere così un po’ per tutta la vita.

8) – Esiste una fede senza prova-rischio?

Abramo, allora, deve dipendere soltanto dalla Sua parola.

Cammina, cammina con il figlio, cammina con i servi, camminano per lo spazio di tre giorni.   Tre  giorni  è  uno  spazio  teologico.

Quante volte troviamo nella Scrittura tre giorni:

  • Giona sta tre giorni nel pesce,

  • qui si cammina tre giorni;

  • Gesù sta tre giorni nel ventre della terra;

  • Ezechia  passa tre giorni di malattia.

Cosa sono questi tre giorni? E’ lo spazio in cui Dio agisce, è lo spazio riservato a Dio.

Sul Sinai dopo il terzo giorno c’è la rivelazione: è lo spazio tipico dove Dio sorprende l’uomo. Noi diciamo “E’ resuscitato il terzo giorno”:  è lo spazio dove l’azione di Dio è imprevedibile.

Anche qui siamo al terzo giorno: camminarono per tre giorni, il tempo di Dio.

Non si nota nessun paesaggio, non si racconta che paesaggio abbiano attraversato, al termine di quei tre giorni  si dice che «Abramo alzò gli occhi e vide quel luogo da lontano».

Fa fermare i suoi servitori, carica la legna sul figlioletto: gesto che Giovanni ricorderà quando Gesù caricherà la croce sulle spalle .

Abramo porta gli oggetti pericolosi: porta il coltello, il fuoco, c’è quasi un gesto di paternità squisita che diventa quasi straziante. In fondo lo sta portando al sacrificio, all’uccisione e per strada non gli consegna il coltello e il fuoco perché ha paura che suo figlio si faccia male. Possiamo pensare cosa passava nel cuore di quest’uomo….

Noi il finale lo conosciamo, ma Abramo non lo conosce il finale; mentre avvengono questi fatti, i protagonisti il finale non lo conoscono ancora.

C’è una tenerezza, c’è un’attenzione, c’è un affetto quando il figlio lo interroga….«Eccomi, figlio mio»

Tutto si sta preparando per compiere un’azione di incredibile crudeltà.

 

Bisogna sapere che questo testo voleva contestare una maledetta tradizione religiosa di Canan di offrire i figli per avere in compenso da Dio una cosa grande, una cosa….più offri e più Dio….

E direi che questo  fa parte a volte ancora di  certi meccanismi patologici del religioso anche adesso. Cioè il tentativo di catturare, di compensare Dio, di portare Dio dalla propria parte dandogli in compenso chissà che cosa. Pensiamo, non solo nel Medioevo, ma anche adesso: chi ha molti soldi và in Paradiso perché fa molte offerte.

Dio non si compra!, questa non è la nostra fede.

Dio non ha bisogno di essere sollecitato dai nostri doni, chi fa questo compie atti religiosi patologicamente malati: ti faccio questo perché tu….

Dio non ha bisogno di essere sollecitato da questo modo di fare.

Prima ancora che gli chiediamo, sa di che cosa abbiamo bisogno, dice Gesù quando ci insegna il Padre Nostro, Gesù che è il centro delle Scritture.

Purtroppo c’è stata anche un’educazione di questo genere, e forse c’è ancora: queste cose non sono vere, creano un falso concetto di Dio.

Direi che Dio non ha forse nemmeno bisogno delle nostre preghiere; le preghiere sono necessarie a noi, solo che non devono essere fatte per stimolare Dio ad essere più generoso, ma perché noi ci coinvolgiamo nella generosità di Dio. Dobbiamo pregare per diventare come Lui. La preghiera è anche pedagogica per noi, non per Dio.

E’ un problema delicato che è ancora presente nella Chiesa.

A un certo punto del cammino, il silenzio viene rotto, Isacco pone una domanda: tutto è stato pensato, la legna, il coltello, il fuoco, ma manca l’essenziale, manca l’olocausto, e Abramo è costretto a rispondere a  questa domanda e non sappiamo in che cosa realmente consista la risposta, se sia una bugia o sia un atto di fede: «Figlio mio, Dio provvederà!»  – “ Sul monte Dio provvede” .

  • E’ una bugia o è un atto di fede?

  • Nella bocca di Abramo cosa vuol dire questa frase?

  • E’ certo che Dio sostituirà il figlio?

  • E’ una bugia per tacitare Isacco, per nascondergli questo disegno?

Forse per Abramo è l’ultima spiaggia della fede.  «Dio provvederà!»: ne ha già passate tante!  “Comunque vadano le cose (sembra dire) Dio provvederà!”….c’è di mezzo la promessa, c’è di mezzo la discendenza. Naturalmente Abramo ripensa un po’ a tutta la sua storia, a tutto il progetto che Dio ha su di lui:  «Dio provvederà!».

«Dio stesso provvederà l’agnello per l’olocausto, figlio mio!»

Dice qualcosa di più della verità, o dice qualcosa di meno per nascondere la verità? Questa frase: «Dio provvederà!» è una frase che campeggia in quel cammino drammatico. Come provvederà? Quando? Non è detto! Molto qui rimane tra le righe, però c’è sempre questa disponibilità di Abramo, questo affidarsi totalmente, questo credere. Non a caso anche Paolo lo porterà come esempio.

Dopo questa risposta «Dio provvederà!» l’autore annota: «Continuarono a camminare».

Non ci sono altre parole, si cammina in silenzio, troneggia solo una parola:

«Dio provvederà!», ma non si sa come.

La vita va avanti, cammina….c’è una realtà che viene percepita ma non è controllata. «Dio provvederà!»,  e non si aggiungono altre parole!

Nella lettera agli Ebrei (11,18) c’è scritto:   «Per fede Abramo, accettò la prova e offrì Isacco, immolò perfino il segno della promessa. Egli pensava infatti che Dio è capace di far risorgere anche dai morti: per questo lo riebbe e fu come un simbolo».

Questo lo scrive la lettera agli Ebrei che fa una riflessione sul fatto compiuto, ma noi stiamo leggendo il testo prima che questo si verifichi!

Anche Giobbe ha le sue prove, e Giobbe griderà in faccia a Dio.

Giobbe segue un’altra strada quando i suoi amici gli dicono: “Guarda che tu stai patendo perché hai commesso qualcosa”  lui si ribella: “Lui mi deve venire a spiegare perché mi succedono queste cose!”  e, alla fine, Dio gli parlerà.

Quindi Giobbe segue un’altra strada.

Abramo ha taciuto e questo silenzio rimane un enigma. E’ un silenzio più significativo delle parole perché è un silenzio drammatico, è un dolore abissale, può essere rassegnazione, presa di coscienza, frustrazione, fallimento. Ma Abramo su tutto questo fa silenzio, ha pronunciato una parola che ci permette di decifrarlo in qualche modo, questo suo obbedire ha una certezza:

«Dio stesso provvederà!», come non si sa.

D’altra parte è consapevole che Isacco era tutto il segno della promessa. Pensate al cammino che ha fatto per arrivare qui, era il seme di un grande futuro, di un grande risultato. A questo pover’uomo, a questo povero Abramo – dopo averlo sradicato dal passato – ora Dio chiede di immolargli anche il futuro.

E si incammina in quella tenebra spaventosa dove, svanita la speranza, rimaneva questa obbedienza a una parola; la speranza davanti gli viene cancellata, il passato l’ha già perduto, può solo camminare obbedendo a una parola: è tutto quello che ha!

Possiamo pensare in questo momento drammatico mentre si appresta a sacrificare il figlio, a un altro testo analogo: Gesù in croce, specialmente il capitolo 15 di Marco: «Da mezzogiorno alle tre si fece buio su tutto la terra», questo buio non erano certamente nubi di un temporale, era la presenza misteriosa di Dio: Dio si fa presente presso quel Crocifisso.

Questo è il senso di quella nube che ricorda anche la nube del Sinai, la grande teofania; ricorda anche la nube del Battesimo, della Trasfigurazione.

Però mentre nel Battesimo e nella Trasfigurazione Dio dice qualcosa: al Battesimo dice «Mi compiaccio»,  alla Trasfigurazione «Ascoltatelo!», qui, sulla croce, nel buio, in quelle nubi, non c’era nessuna parola.

Se al Battesimo dice: «Questo è il mio Figlio, mi compiaccio» e nella Trasfigurazione «Ascoltatelo! Quello che ha detto è vero», sulla croce Gesù sta vivendo anche lui il suo dramma. Dio si fa presente nella nube ma non dice niente, non dice una parola, non lo consola: c’è il silenzio di Dio.

E’ un parallelo che ho sempre pensato, tra quello che sta vivendo Abramo e il Cristo, ma qui nel Signore Gesù c’è una radicalizzazione del momento. Là c’è la parola: «Dio provvede», qui non c’è niente, qui c’è il silenzio di Dio.

  • Gesù tenta di dialogare col Padre, prega «Dio mio, Dio mio».

  • In Abramo si dice solo che «Dio stesso provvederà!».

In Gesù c’è questa preghiera in questa lontananza: «Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?»,  ma è un perché senza risposta.

Per Marco Gesù muore in questa lontananza da Dio, ma non smette di credere nel “mio Dio”, continua ad essere il «Dio mio»; non lo chiama “Abbà” perché in quel momento si associa a tutta l’umanità, dice «Dio mio» come lo chiama un uomo qualsiasi, evita di chiamarlo “Abbà” (papà), quasi, quasi, per lasciare libero Dio di agire come crede meglio.

C’è in Gesù un linguaggio di totale affidamento che lo rende così tragico….c’è il totale affidamento al quale però non corrisponde nessuna parola.

Quindi per Abramo c’è la probabile morte del figlio Isacco, qui la morte personale di Gesù: c’è una radicalizzazione in questa pagina, in qualche modo Gesù ci insegna che ha senso aderire a Dio sempre, comunque, anche quando Dio fa silenzio.

Guardate, questa è un espressione un po’ dura, ma a volte la vita ci prova fino a questo punto.

Quel silenzio che Gesù percepisce…«perché mi hai abbandonato?»….non c’è una risposta.

Cosa vuol dire?  (questo lo dico per me)

Questo mi insegna che ha senso aderire a Dio sempre, anche se Dio fa silenzio.

9) – Il mio futuro ha credibilità solo in base al mio “affidamento”; passa sempre per l’adesione a Dio

A questo atteggiamento di fede di Abramo, quando ormai sta per prendere il coltello in mano, fa eco la risposta: «Ora so che tu temi Dio». L’ha portato fino a quel punto!….quando ha visto l’«Eccomi», ha visto la fedeltà, ha visto la prontezza, ha visto l’obbedienza. Perché l’ha portato a quel punto non lo sappiamo.

Alla risposta di fede dell’uomo fa eco la rinnovata promessa: «Ora so che tu temi Dio».

E qui c’è un problema: ogni promessa di Dio è un dono che Dio elargisce, ma anche richiede indietro. Cioè sembra che Dio doni e riprenda, riprenda e poi ridoni.

Che gioco è questo?

E’ uno scambio che in fondo è la purificazione continua della coscienza del dono.

In fondo Isacco era un dono di Dio, non poteva Abramo generarlo a cent’anni, con i novant’anni di Sara: era un dono di Dio.

E’ la purificazione della coscienza del dono. Appena incomincia ad apparire all’orizzonte   il   senso   del   possesso:   “Il “mio” figlio… il “mio” destino… la “mia” vita”,  Dio   inventa   qualcosa   per   squalificare  questo   aggettivo  possessivo.

Riprende  e   poi,  se  la  lezione  è  recepita,  ridona.

E’  la  famosa  frase  di  Kierkegaard:  “Lo splendido scherzo di Dio”.

Il  cuore  dell’uomo  (sembra dire)  è  come  un  nido:  la  vita  vi  si  deposita, vi nasce, poi vola via dove Dio ve la porta,  il  nido  non potrà mai dire “è il mio”. Questo è un po’ il cuore dell’uomo.

Questa prova, questa esperienza, questo fatto, anche sconcertante, rimane ancora anche educativo per tutta la tradizione di Israele, difatti molti testi che vengono dopo, prendono come esempio la prova di Abramo.

Il secondo secolo, quando la fede ebraica era messa alla prova dalla cultura greca, il Siracide, al capitolo 44, fa una sua attualizzazione e cosa dice: “Abramo fu degno della promessa di Dio perché fu fedele nella prova, quindi ce la faremo anche noi”.

Il libro dei Maccabei torna ancora  con più insistenza  sull’argomento: la drammaticità dell’attuale situazione non è diversa da quella vissuta dal grande patriarca, nonostante tutto lui è rimasto fedele, quindi anche noi possiamo rimanere fedeli.

Quindi questa esperienza di Abramo si è riversata su tutto il vissuto. Sembra dire: “Anche oggi una fedeltà a Dio è possibile. Dio è presente nella nostra storia nonostante tutto”.

Anche il libro della Sapienza vedrà Abramo come un grande saggio: quindi la fede è una scelta di vita saggia.

E poi il Nuovo Testamento.  In questi giorni la lettera ai Galati che abbiamo letto, ma anche la lettera ai Romani e la lettera agli Ebrei tornano su questo parametro iniziale della fede per dirci che è un modello per tutti i tempi, anche per il nostro tempo:  la fedeltà di Dio che non viene meno nonostante tutto.

Io spero che Dio non ci metta alla prova come Abramo, però dall’altra parte, bisogna sottolineare che la fedeltà di Dio non viene meno. Nonostante tutto “Sul monte Dio provvede”.

Cosa vuol dire? In ultima istanza dice che la fede in Dio ha questo carattere di dono, ha questo carattere oblativo.

Non si dà fede senza prova-rischio per la persona: questo per tutti i battezzati, qualunque tipo di scelta essi facciano.

Ciò che l’uomo offre in piena perdita di sé stesso, diventa lo spazio su cui Dio semina promesse ricche di futuro.

Quando  Abramo sta  facendo  tutto  ciò  che di lui si dice, non sa come andrà a finire.

«Dio provvederà!» E’ credere ad un futuro che non ha un presente razionale (lui cammina).  Cioè non ha oggi una minima possibilità umana su cui fondare questo futuro, allora il futuro di Dio diventa un senso all’oggi impossibile.

Questa è la fede che sconfigge il mondo (dirà la prima lettera di Giovanni), perché tiene in piedi  l’unico progetto possibile nella storia che è quello di Dio.

Possiamo domandarci su quale fronte può essere richiesta a noi una fede così estrema. Potremmo fare questa annotazione generale e dire (anche questa è un’espressione radicale ma nella quale ci credo):  Il Signore può chiedere a ciascuno di noi il sacrificio dell’ultima speranza umana per essere lui l’unico artefice riconosciuto del nostro futuro. Per non farci sbandare.

A volte ci sono degli azzeramenti nella nostra vita, degli azzeramenti che facciamo fatica a capire, li capiamo forse dopo.   Credo che una cosa del genere solo Dio può farla a ciascuno di noi, nessun altro, neanche il Papa, solo Dio.

 

La storia di ciascuno insegna che appena abbiamo dato risposta alla vita, appena abbiamo detto: “Sì, veramente questo è il mio cammino”, subito abbiamo cominciato a sperimentare che questa strada  si stava aprendo in un modo diverso, era tutt’altra cosa da come l’avevamo immaginata.

Cioè Dio mi sceglie per un progetto perché io creda alla sue scelte, ma appena mi do un po’ di credito, sembra sottrarmi dal progetto, per cui il mio futuro sembra non avere più alcuna consistenza.

Il mio futuro non ha più credibilità in base a un progetto, ma in base solo ad un affidamento: è quello che il Signore ci chiede.

 

E’ proprio quello che Dio vuole!, pensate alla strada che ha fatto fare anche ad Abramo:  il progetto è andato avanti unicamente in questo affidamento.

Il fondamento del proprio cammino di fede non è più un progetto preciso ma solo un altare su cui è scritto: “Dio provvede”.

I nostri cammini di fede vengono percepiti come un dono di Dio; questo dono ogni tanto diventa prova per qualificarsi come dono. Ecco perché la prova a volte è necessaria.

«Dio mise alla prova Abramo»  Noi leggiamo questi testi per capire qualcosa anche della nostra vita, nessuno di noi non è provato, nessuno di noi; non sarà la prova di Abramo, però dobbiamo imparare, attraverso le Scritture a leggere, a dare un senso anche alle prove che attraversano la nostra storia. Leggiamo questi testi per capire qualcosa anche della nostra vita in questo momento.

A volte deve morire ogni legame col passato e col presente fatto di calcoli, fatto di speranze umane, di progetti nostri, perché viva questo futuro celebrato come dono, come gratuità imprevedibilmente donata da Dio.

Certo per digerire queste cose dovremmo aver sempre davanti quel bellissimo testo di Romani 8,31-39: «Chi ci separerà dall’amore di Dio?».

Chi ci separerà dall’amore che  Dio ha per noi? non il nostro amore, il suo amore.

E qui ci sono sette vocaboli, sette situazioni, e sette vuol dire la totalità delle situazioni che potrebbero mettere in crisi il nostro amore per Dio.

Ma davvero Dio ci ama? Se un bimbo muore di fame, chi può dire che Dio lo ama? Paolo dirà in quella frase: «Né morte, né vita, né presente, né futuro ci potrà mai separare dall’amore di Dio in Cristo Gesù. In tutte queste cose noi siamo stravincitori».

Quindi  alla luce di tutte queste cose dette stamattina, cosa ci vuole insegnare Abramo in questo anno cosiddetto  ‘Anno della Fede’ ?

Ci insegna che la sua vita rappresenta l’inizio di una storia di atteggiamenti che vanno esplorati con pazienza, sono sentieri percorsi da lui e da tanti altri dopo di lui, e in particolare da Gesù: l’epilogo del sacrificio di Isacco è anche l’epilogo di Gesù.

La storia di Abramo però, nonostante tutti i suoi errori e i suoi sbagli, è una storia che non esce dal sentiero di Dio, nonostante tutto. Non è perfetto, è contraddittorio, qualche bugia gli scappa, qualche problema familiare di gelosia lo coinvolge, ma ha questa spiccata sensibilità per le cose di Dio. Alla fine sceglie sempre Dio e la sua parola, e la sua vittoria si realizza proprio in questo affidarsi a Dio.

Come dirà Paolo che in questa prospettiva fa  un po’ il cammino variegato della vita con le chiamate, i grandi ideali, le oscurità, le fatiche, le attese, gli improvvisi azzeramenti che impediscono di farci noi un futuro: ciò che abbiamo visto in Abramo.

Ci deve essere una lettura esperienziale, una lettura vitale di questi testi, occorre confrontarsi. Se stiamo qui a passare una mattinata su questi testi è per imparare a vivere meglio noi, a dare una risposta al Signore più serena, più comprensiva, nonostante tutto.

Quante volte abbiamo trovato anche noi dei muri! Dopo qualche anno ci siamo accorti che era un muro che forse ci voleva, era provvidenziale: ci ha impedito di fare una certa strada nostra, ci ha impedito di fare un nostro futuro; il vero futuro passa sempre per l’adesione a Dio.

Davanti  all’imperativo  della  Parola,  davanti alla vocazione,  tutto diventa relativo: è la grande educazione che ci viene da questi testi.

In Abramo il futuro è una promessa, la promessa di Dio non potrebbe essere un futuro più suggestivo perché è il futuro di Dio, è un disegno di Dio.

Quando Gesù sulla croce dirà: «Tutto è compiuto»,  ha compiuto il disegno che Dio aveva su di lui e che ha anche su di noi, perché in questo cammino da Abramo alla Gerusalemme del cielo, ognuno di noi ha un disegno da vivere, una sua piccola parte.  Quindi è il disegno di Dio, non è dell’uomo, e questo futuro è grande come è grande Dio, non dobbiamo spaventarci.

Qualche volta anche noi, come Abramo, siamo lì nelle nostre tende, stiamo lì a fare i nostri calcoli e Lui ci dà un calcio, ci butta fuori:

«Guarda il cielo, conta le stelle, non stare lì a raccontare le tue storielle».

E Abramo sarà benedetto e la benedizione, lungi dall’esaurirsi nei secoli, crescerà sempre più e avrà centro in Cristo Gesù: Cristo morto e risorto.

La benedizione finisce lì (il che vuol dire “pienezza assoluta”, il che vuol dire “uomo pari a Dio”.

Il termine della promessa è l’uomo pari a Dio, quando Dio sarà tutto in tutti.

Il termine del nostro viaggio umano è diventare uguali a Dio.

Quante volte ripeto che il nostro cammino è una progressiva divinizzazione.

Ci è passato anche Paolo «Non sono più io che vivo, ma il Cristo vive in me!»: questo in fondo è il nostro cammino. Prima Corinti 15: «Affinché Dio sia tutto in tutti».

Era il sogno di partenza di Adamo:  ha sbagliato strada, è arrivata la tentazione, ma sarà quello che Dio costruirà realmente per ciascuno di noi.

I discepoli che hanno avuto un contatto con Gesù vengono subito proiettati attraverso questo futuro, che non è nemmeno quello di Abramo, il nostro è un futuro che si allarga all’infinito.

Quando a Gesù chiedono: «Maestro dove abiti?», egli risponde: «Venite e vedete».

Gesù non può dire dove abita perché la sua dimora è la comunione con il Padre.

A Natanaèle dirà: «Vedrai cose ancora più grandi […] i cieli aperti».

La nostra chiamata battesimale è questo immenso viaggio percepito come una chiamata totalizzante verso l’assoluto, a contatto con l’assoluto:  si rompe col passato e ci si spinge verso il futuro attraverso un rinnovamento incessante, radicale, che coinvolge tutte le nostre energie.

Questa in fondo è anche la nostra storia, questo è il nostro cammino, per cui la vocazione non si esaurisce nel giro di una persona, la mia persona: inizia con Abramo e termina nella Gerusalemme Celeste, nella Gerusalemme dell’Apocalisse; dalla Genesi all’Apocalisse.

C’è una vocazione personale, ma c’è anche una vocazione totale, cioè tutta l’umanità dà il suo contributo. La nostra chiamata, il nostro battesimo, la nostra vocazione,  qualunque  essa  sia:  c’è  un  nostro  contributo, c’è una nostra realtà, c’è un pezzettino di questa realtà che mi sovrasta  dentro questo grande disegno. Qui c’è anche la nostra persona, abbiamo questo ruolo in tutto questo, ognuno dà il proprio contributo, ognuno si sente come centrifugato verso il massimo.

La chiamata ci lancia sulle piste di questo grande impegno.

E tutto questo lo possiamo capire nello schema del capitolo 13 di Paolo della prima lettera ai Corinzi: «Tutto sopporta, tutto spera, tutto crede». In mezzo c’è questa chiamata a seguire il Signore, però si può farlo dentro questa capacità di credere, di sperare e di amare.

In questo modo si compirà anche il nostro itinerario verso Dio,  come l’ha compiuto Abramo, come l’ha compiuto Gesù, come toccherà anche a noi.

Sono cose che possiamo trarre dal confronto con questo grande personaggio che è vissuto tanti anni fa e che, attraverso la parola di Dio, abbiamo cercato di rendere vivo oggi,  per noi,  adesso.

Mi pare sia questo uno dei modi per rendere veramente vitale la Parola anche per noi. Certo tutto passa attraverso una fede realmente vissuta, una fede che può avere ancora una incidenza, nel caso l’avessimo smarrita, come era successo anche ad Abramo che nel momento in cui la fede non aveva più incidenza nella sua vita, vende la moglie perché non crede più alla promessa.

E leggiamoli questi testi, con calma, per imparare a vedere un po’ se questa parola di Dio ci dice ancora qualcosa, ci aiuta a vivere il presente.

Celebrazione Eucaristica

                                                                             Sabato 13 ottobre 2012

Gal 3,22-29   Fratelli, la Scrittura invece ha rinchiuso ogni cosa sotto il peccato, perché la promessa venisse data ai credenti mediante la fede in Gesù Cristo. Ma prima che venisse la fede, noi eravamo custoditi e  rinchiusi sotto la Legge, in attesa della fede che doveva essere rivelata. Così la Legge è stata per noi un pedagogo, fino a Cristo, perché fossimo giustificati per la fede. Sopraggiunta la fede, non siamo più sotto un pedagogo. Tutti voi infatti siete figli di Dio mediante la fede in Cristo Gesù, poiché quanti siete stati battezzati in Cristo vi siete rivestiti di Cristo. Non c’è Giudeo né Greco; non c’è schiavo né libero; non maschio e femmina, perché tutti voi siete uno in Cristo Gesù. Se appartenete a Cristo, allora siete discendenza di Abramo, eredi secondo la promessa.

Lc 11,27-28  In quel tempo, mentre Gesù parlava, una donna dalla folla alzò la voce  e gli disse: «Beato il grembo che ti ha portato e il seno che ti ha allattato!». Ma egli disse: «Beati piuttosto coloro che ascoltano la parola di Dio e la osservano!».

o m e l i a

Ci sarebbero molte cose da dire anche su questi pochi versetti, ma il testo della lettera ai Galati mi sembra quasi una specie  di  continuazione  di quanto abbiamo riflettuto stamattina. Anche i Galati accennano ad Abramo. E qual è il messaggio nel contesto di questa lettera? «Voi tutti siete figli di Dio», dice Paolo ai Galati.  Sentiamoci queste cose come dette a noi, oggi!

Paolo ha appena parlato della situazione dei Giudei e dice: «Noi», perché era un Giudeo prima che venisse alla fede. Ora parla di quando è venuto alla fede e la fede porta la libertà e la responsabilità di essere «figli». Sia Giudei che pagani, sono tutti «figli di Dio».

Col  passato c’è una medesima rottura che lui stesso sperimentò sulla via di Damasco (è un testo forse non semplice, però la parola va capita): lui ha sperimentato sulla via di Damasco non tanto la caduta da cavallo, ma la caduta delle sue sicurezze, cioè l’uscita dalla schiavitù della legge, dalla dipendenza dalla legge.

E’ una specie di passaggio dalle tenebre alla luce, dalla morte al dono dello Spirito che dà vita. Cioè con Dio c’è una relazione nuova, non più da servo o da bambini, ma da figli, da adulti.

Proprio il brano è centrato sull’essere in Cristo, noi!

L’essere in Cristo è l’essere di Cristo. Addirittura sul nostro essere una sola persona con Lui, uniti a Lui mediante il battesimo.

Cioè riscoprire l’importanza fondamentale del nostro battesimo, perché ci inserisce in lui, il Figlio: ci rende figli.

Immersi in Lui abbiamo il suo stesso spirito, il suo medesimo principio vitale che ci fa agire con Lui e come Lui.

Capite la ricchezza che Paolo sta dicendo qui ai Galati?

Prima diceva: “Insensati Galati, non siete consapevoli di questa ricchezza che avete!”.

Non solo, ma uniti a Cristo (notate bene) siamo uniti anche al Padre e siamo uniti anche tra di noi.  Quindi il comando dell’amore di Dio e del prossimo è la dolcezza di un dono che matura, che cresce.

Siamo liberi dalla legge non perché siamo dei libertini, ma perché siamo figli, infatti siamo in Cristo e di Cristo. Il nostro essere è essere suoi, partecipare alla sua medesima condizione filiale, sia che siamo Giudei o pagani, maschi o femmine.

Cioè la fede ci porta alla maturità della nostra condizione filiale.

Vivere di fede vuole dire questo. Addirittura, diceva Isaia ma lo ripete anche Giovanni nel capitolo 6: “siamo liberi e istruiti direttamente da Dio”.

Paradossalmente usciamo da una minorità e diventiamo adulti quando accettiamo pienamente di essere figli uguali al Padre in tutto, ma diversi da Lui in quanto figli che abbiamo tutto dal Padre. Quindi Lui non è più percepito come un antagonista, ma Lui, Dio, è la sorgente della nostra vita, della nostra libertà.

Tutte le divisioni religiose, culturali, sociali, naturali su cui a volte si regge la nostra società, non sono degli assoluti, ciò che conta è qualcos’altro: che siamo uniti a Cristo, pienamente figli, veramente fratelli. Solo così è rotta la radice stessa di ogni divisione.

Purtroppo capite quando pensiamo alla inculturazione che stiamo facendo nel mondo. Adesso c’è questo Sinodo che è importante, anche se io personalmente incomincio ad avere qualche perplessità su alcune cose che ho già letto di questi primi giorni [….]. Scusate questa è una mia lettura che sto facendo adesso, perché qui andiamo al di là di queste cose, siamo tutti uno, figli nel Figlio, inseriti in Cristo; addirittura il testo diceva: «Siamo rivestiti di Lui», altrimenti facciamo ancora: “io sono di Paolo, tu di Cefa, tu di Apollo”, siamo rimasti lì….

Il testo dice «Quando è giunta la fede»: si contrappone al prima.

Cioè legge ebraica (la legge mosaica) e fede comportano due tipi di rapporto con Dio: prima era una specie di rapporto da schiavi, adesso siamo dei figli, è venuta la fede, non siamo più sotto il pedagogo; con la fede non siamo più sotto la legge, ma sotto la grazia.

Prima  il  nostro rapporto con Dio era quello della legge, ora conosciamo “Dio come amore che giustifica”, ci sentiamo veramente figli amati.

Quindi al ministero della legge di Mosè, è succeduto quello di Cristo che ci dà la vita.

La fede, il battesimo, ci toglie dalla sudditanza della legge mosaica, non perché siamo senza legge, ma perché siamo nella legge di Cristo e la legge di Cristo è la vita secondo lo Spirito: ci ha donato lo Spirito nel battesimo, abbiamo la stessa vita di Gesù, la vita del Figlio.

Facendoci sentire figli amati ci strappa dal nostro egoismo radicale e ci rende capaci veramente di amarci da fratelli.

Il dono dello Spirito ci libera da ogni egoismo, ci fa vivere per amore, aperti al bene e (al v.26) «Voi tutti siete figli di Dio»,  “Voi, Galati, ex pagani (perché i Galati erano pagani) siete figli di Dio, in forza proprio della fede”.

Quindi l’esperienza battesimale che ci immerge in Cristo, che ci unisce in una sola persona con lui, ci dona per grazia ciò che è lui per natura.

Essere anche noi figli del Padre”: è il tema che Paolo svolgerà in seguito.

La lettera ai Galati è una delle lettere che più ho capito e che più mi piace, perché ci dà una ricchezza di vissuto incredibile. «Voi siete figli di Dio in Cristo Gesù», il nostro essere figli del Padre deriva dal nostro essere in Cristo.

Ecco perché dico: “innamorarsi di Cristo”.

Questo «essere in Cristo», questa espressione, non è un modo di dire che supplisce all’aggettivo: “cristiano”; forse per noi non è ancora in uso ma è importante capire questo «essere in Cristo».

L’essere in Cristo e di Cristo è proprio l’esperienza del battesimo che ci inserisce in Lui, ci fa essere veramente suoi.  Gesù Signore diventa non solo il referente determinante, ma la vita stessa del credente.

E questo mediante la fede, la fede in senso anche soggettivo, il mio abbandono in Lui, come si diceva anche stamattina: il nostro abbandono in Lui.

Infatti col battesimo siamo immersi in Cristo, non solo, ma Paolo dice: «Vi siete rivestiti di Cristo»:  chi è di Cristo, col battesimo si riveste di Cristo.

E il vestito cos’è? Il vestito è la visibilità dell’uomo.

Il battesimo che ci immerge in Gesù, che ci immerge nel Figlio, ci fa vivere (dovrebbe farci vivere) concretamente come lui.

Spogliati dell’uomo vecchio con le sue azioni, ci siamo rivestiti dell’uomo nuovo che si rinnova per una piena conoscenza a immagine del Salvatore (Colossesi).

Cioè siamo rinnovati fuori perché nuovi dentro, abbiamo una veste nuova fuori perché nuovi dentro. Siamo resi conformi all’icona del Figlio, partecipi della sua bellezza.

E la Trasfigurazione è il punto di arrivo della vita di chiunque accoglie nel cuore la parola del Padre, la parola di Gesù.

E poi, obbedendo alla voce che ci dice: “Ascoltatelo!”.

E qui tocchiamo brevemente il Vangelo, appunto Maria.

Beata perché? Perché ha accolto la parola. L’episodio narrato ci è riferito solo da Luca, perché forse Luca era quello che più è stato vicino a Maria.

Una donna del popolo alza la voce in mezzo alla folla e comunica il suo entusiasmo davanti alla figura, alla forza di Gesù, che ha appena vinto il potere di satana e porta la salvezza. E la proclamazione di due beatitudini sono la trama di questo breve brano.

Una donna loda la Madre di Gesù, ma la lode della Madre dipende dal Figlio, perché la grandezza del Figlio rende grande anche la Madre.

Tuttavia la maternità corporale di Maria non è l’unico motivo della beatitudine: “molto più beato è chi ascolta la parola del Signore e la custodisce”, perché ascoltare, custodire, seguire la parola, preserva dal cadere ancora sotto la signoria della legge.

La beatitudine proclamata da Gesù non sconfessa quella donna, ma in un certo modo la conferma: Maria è beata perché ha ascoltato, ha creduto, ha conservato la parola di Dio. E’ beata perché è la Madre di colui che ha vinto il dèmone, la morte, ma ancora di più perché ha ascoltato e osservato la parola di Dio.

Vorrei chiudere con questo richiamo di una santa, diciamo così…al di sopra di ogni sospetto: Teresina di Lisieux,  che scrive di  «non sopportare un certo tipo di predicazione che tende a fare della Madonna un insieme di privilegi e di doni straordinari al punto da renderla troppo lontana dai comuni cristiani».

Teresina diceva queste cose.

E’ una tentazione che di tanto in tanto riemerge nella storia della nostra spiritualità cristiana.  La parola di Dio però ci mette sulla strada giusta per capire la vera grandezza di Maria.

Luca afferma all’inizio del suo Vangelo che:

«Maria da parte sua serbava tutte queste cose meditandole nel suo cuore».

Stamattina si diceva che la risposta di Abramo al Signore è stata come quella di Maria: «Eccomi, avvenga di me secondo la tua parola».

Nel testo di oggi Gesù annuncia che c’è una beatitudine per chi sta ascoltando la parola come l’ascoltò Maria sua madre.

Inutile dire tante cose se poi noi non ascoltiamo la parola. Non ha senso.

E’ beato chi sa conservare nel suo cuore ciò che riguarda il Figlio di Dio e sa confrontare: stamattina abbiamo confrontato, paragonato la nostra storia personale.

Questo tipo di ascolto, nella vita di Maria, si è trasformato in condivisione totale della missione del figlio, e noi vediamo Maria fin sotto la croce: ha condiviso in tutto.

Giustamente aveva ragione Agostino dicendo che “Maria è grande non perché è la madre, ma perché è la prima discepola di suo figlio”.

Il frutto della Parola sono la partecipazione agli stessi atteggiamenti che furono di Cristo Gesù: il suo amore pieno di misericordia per noi quando eravamo ancora suoi nemici.

Nel Battesimo siamo uno con Cristo e, uniti a Cristo, possiamo partecipare alla sua vittoria definitiva e stare sempre con lui.

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