1. UNICO MISTERO “TRASFIGURAZIONE E SOFFERENZA”, di Kallistos Ware, metropolita di Diokleia

5 settembre 2015 - Categoria: Bacheca-2


1. La sfida di Ivan Karamazov

Iniziamo questo pomeriggio con la domanda che Ivan Karamazov pone a suo fratello Alëša nel capolavoro di Fëdor Dostoevskij I fratelli Karamazov. “Immagina”, dice Ivan, “di essere tu a edificare il destino umano con lo scopo di rendere felici gli uomini, di concedere loro, alla fine, pace e serenità, e che per far questo sia necessario e inevitabile far soffrire anche una sola creaturina… e sulle sue lacrime erigere quell’edificio. Ebbene, acconsentiresti a esserne l’artefice a queste condizioni?”. A ciò Alëša risponde: “No, non acconsentirei”.

Dal momento che noi non acconsentiremmo a ciò, allora perché Dio sembra averlo fatto? Come possiamo riconciliare il tragico mistero della sofferenza innocente, presente dappertutto nel nostro mondo, con la nostra fede in un Dio d’amore? Quale può essere, infine, la nostra risposta a Ivan Karamazov?

Avrete notato che, tenendo a mente la distinzione fatta da Gabriel Marcel, tra gli altri, ho parlato di “mistero” piuttosto che di “problema” del male e della sofferenza innocente. Un problema è un rompicapo intellettuale, un enigma, che può essere decifrato attraverso un pensiero chiaro e un acume logico. Ma il male e la sofferenza innocente, in quanto mistero, non possono essere spiegati semplicemente attraverso l’argomentazione razionale. Un mistero è qualcosa che deve essere trasformato dall’azione, al fine di divenire trasparente al pensiero; è qualcosa che può essere risolto, per quanto possibile, soltanto attraverso l’esperienza personale, la partecipazione personale e la compassione. Non possiamo iniziare a capire la sofferenza a meno di esservi direttamente coinvolti.
Tale è precisamente il significato della crocifissione: Dio in Cristo è vittorioso sul male perché nella sua propria persona ne soffre fino in fondo tutte le conseguenze, senza riserve. Vincit qui patitur. Il nostro Dio è un Dio coinvolto: “Avendo amato i suoi che erano nel mondo, li amò fino all’estremo” (Gv 13,1).

Accostandoci a questo mistero della sofferenza e del male, cercando di aggiungere qualcosa alla breve ed enigmatica risposta di Alëša, ricordiamo le parole che si trovano in un altro dei romanzi di Dostoevskij, L’idiota: “La bellezza salverà il mondo”. Non possiamo iniziare a comprendere la sofferenza senza esservi coinvolti; ma non dobbiamo permettere che questo coinvolgimento ci faccia dimenticare la presenza, in questo mondo decaduto, della bellezza divina e salvifica. Ma che cosa ci dice la bellezza riguardo alla salvezza del mondo? Le parole di Dostoevskij sono soltanto parole evasive? Di fronte a un bambino che muore di fame in Africa, o di fronte a un ostaggio torturato e ucciso in Iraq, che senso ha parlare di “bellezza”? O piuttosto Dostoevskij ci ha fornito un suggerimento di vitale importanza?

L’occasione suprema in cui la divina bellezza è stata rivelata all’umanità è la trasfigurazione di Cristo sul monte Tabor, come la chiesa ortodossa afferma in uno degli inni per i vespri di questa festa:

Trasfigurato oggi sul monte Tabor davanti ai discepoli,
nella sua persona egli ha mostrato loro la natura umana
rivestita dell’originale bellezza dell’immagine
.

Quale luce dunque è gettata dalla bellezza divina del Cristo trasfigurato sul mistero della sofferenza? Quale relazione c’è tra la gloria del monte Tabor e l’angoscia e la disperazione del mondo?

2. “Una gloria più splendente della luce”

Iniziamo con il considerare la natura di questa gloria dischiusa sul Tabor, per poi esplorare la relazione tra le due montagne, il Tabor e il Calvario. In primo luogo, quale è la natura della radiosità che risplendette come folgore dal volto e dalle vesti del Salvatore al momento della sua trasfigurazione? E, in secondo luogo, quale è la relazione (se ve n’è una) tra la gloria della trasfigurazione e la kenosis di Cristo al Getsemani e sul Golgota?

Riguardo alla luce della trasfigurazione, nel racconto evangelico è detto che il volto di Cristo risplendette “come il sole” (Mt 17,2). Qui il padri greci e i libri liturgici ortodossi sono più espliciti ed enfatici. Il volto del Signore, dice san Giovanni Crisostomo, risplendette non soltanto come ma più del sole. La gloria del Tabor, così insegnano i padri con sorprendente unanimità, non è soltanto una luce naturale, bensì soprannaturale; non soltanto una luminosità materiale, creata, bensì lo splendore spirituale e increato della divinità. È una luce divina. Già nel tardo secondo secolo Clemente di Alessandria spiega che gli apostoli non videro la luce grazie alla normale capacità della percezione sensoriale, dal momento che gli occhi fisici non possono vedere la luce della divinità senza essere trasformati dalla grazia divina; la luce è “spirituale” ed è rivelata ai discepoli non nella sua interezza, ma soltanto nella misura in cui essi erano in grado di percepirla. Esattamente lo stesso è detto nel tropario (apolytikion) della festa:

Tu sei stato trasfigurato sulla montagna,
mostrando la gloria ai tuoi discepoli nella misura in cui essi erano in grado di sopportarla…

Si tratta di una luce, dice san Gregorio il Teologo, “troppo forte per gli occhi umani”, una luce, secondo san Massimo il Confessore, che “trascende il funzionamento dei sensi”.

Affermazioni simili ricorrono nei testi liturgici della festa. La luce del Tabor, viene detto, è “immateriale”, “eterna”, “infinita”, “inavvicinabile”, “una gloria più splendente della luce”. In breve, non è nient’altro che “la gloria della divinità”; “è uno splendore radioso e divino”. Come afferma san Dionigi l’Areopagita, la luce è “sovraessenziale” o “al di là dell’essere” (hyperousios). Quando nel quattordicesimo secolo san Gregorio Palamas insisteva dicendo che la luce del Tabor è identica alle energie increate di Dio, non stava facendo nient’altro che riassumere la tradizione patristica esistente, che si estendeva fino a più di mille anni prima di lui.

Riguardo a questa luce increata e immateriale che risplende dal Salvatore trasfigurato, si possono affermare almeno quattro cose:

Essa ci rivela la gloria della Trinità;
Essa ci rivela la gloria di Cristo come Dio incarnato;
Essa ci rivela la gloria della persona umana;
Essa ci rivela la gloria dell’intero cosmo creato.

Innanzi tutto, la luce del Tabor è una luce della santa Trinità, come la chiesa canta ai vespri della festa:

Cristo, la luce che risplendette davanti al sole,
in questo giorno ha misticamente fatto conoscere sul monte Tabor
l’immagine della Trinità.

Vista come celebrazione trinitaria, la festa della trasfigurazione è molto simile alla festa che ricorre esattamente otto mesi prima, la teofania o epifania (6 gennaio), la celebrazione del battesimo di Cristo. Entrambe sono feste della luce: infatti la teofania è comunemente chiamata Ta phota, “Le luci”. Ma il parallelo si estende più in là di questo: entrambe sono occasioni in cui è chiaramente manifestata l’azione congiunta delle tre persone della divinità. Al battesimo di Gesù la voce del Padre parla dal cielo, rendendo testimonianza al Figlio, mentre lo Spirito in forma di colomba discende dal Padre e riposa sul Cristo (Mc 1,9-11). Esattamente la stessa configurazione triadica è evidente sul monte Tabor: il Padre parla dal cielo, testimoniando del Figlio, mentre lo Spirito è presente in quest’occasione non in forma di colomba bensì come nube luminosa.

Leggendo la trasfigurazione in questa prospettiva trinitaria, dunque, noi proclamiamo nell’exaposteilarion al mattutino:

Oggi sul Tabor alla manifestazione della tua luce, o Logos, …
abbiamo visto il Padre come luce
e lo Spirito come luce,
che guida con la luce l’intera creazione.

Oltre a essere trinitaria, la gloria della trasfigurazione è, in secondo luogo, più specificamente una gloria cristologica. La luce increata che risplende dal Signore Gesù lo rivela come “vero Dio da vero Dio … consustanziale al Padre”, secondo le parole del Credo. Ma allo stesso tempo sul Tabor il corpo umano del Signore, sebbene radioso di gloria immateriale, resta ancora pienamente materiale e umano; la sua carne creata è resa traslucida, così che la gloria divina risplende attraverso di essa, ma non è abolita né ingoiata. Come si esprime l’innografia di questa festa, utilizzando il linguaggio della definizione calcedonese e di quello del quinto concilio ecumenico, Cristo è rivelato sulla montagna come “una persona in due nature, completa in entrambe”.

Interpretando le implicazioni cristologiche della trasfigurazione, noi possiamo dire: nulla è tolto e nulla è aggiunto. Nulla è tolto: trasfigurato sul Tabor, Cristo resta pienamente umano. Allo stesso modo, nulla è aggiunto: la gloria eterna rivelata sul Tabor è qualcosa che il Cristo incarnato possiede da sempre, fin dal suo concepimento nel grembo della santa Vergine. Questa gloria è con lui lungo tutta la sua vita terrena: perfino durante i momenti della sua più profonda umiliazione, come quello dell’agonia nel giardino del Getsemani o in quello del suo urlo di abbandono sulla croce, resta vero che “in lui abita corporalmente tutta la pienezza della divinità” (Col 2,9). La differenza sta semplicemente in questo: in altri momenti della sua vita sulla terra la gloria, sebbene realmente presente, è nascosta sotto il velo della carne; sulla cima della montagna, per un breve istante, il velo diviene trasparente e la gloria è resa parzialmente manifesta.

Alla trasfigurazione, comunque, nessun cambiamento avvenne in Cristo stesso; il cambiamento avvenne piuttosto negli apostoli. Secondo san Giovanni Damasceno, “egli fu trasfigurato non assumendo ciò che non era, ma manifestando ai suoi discepoli ciò che egli era, aprendo così i loro occhi”. “Egli non divenne in quel momento più radioso o più esaltato”, dice sant’Andrea di Creta, “lungi da ciò: egli rimase come era prima”. Come afferma Paul Evdokimov, “la storia evangelica non parla della trasfigurazione del Signore, ma di quella degli apostoli”.

La festa della trasfigurazione, così, ci pone di fronte il paradosso salvifico della nostra fede cristiana: Gesù è interamente Dio e allo stesso tempo interamente uomo, essendo tuttavia una sola persona e non due. Ogni anno, il 6 agosto, facciamo bene a riflettere con la massima chiarezza e umiltà su questa doppia pienezza presente nel Salvatore incarnato: la perfezione della sua divinità e l’integrità intatta della sua umanità.

In terzo luogo, la trasfigurazione ci rivela non soltanto la gloria della Trinità, non soltanto la gloria di Cristo, una persona in due nature, ma anche la gloria della nostra persona umana. La trasfigurazione è una rivelazione non soltanto di ciò che Dio è, ma parimenti di ciò che noi siamo. Guardando a Cristo trasfigurato sul monte, noi vediamo la natura umana – la nostra persona creata – assunta in Dio, riempita interamente della vita e della gloria increate, permeata dalle energie divine, pur continuando a essere totalmente umana. Noi vediamo la natura umana come era al principio, in paradiso, prima della caduta; vediamo la natura umana come sarà alla fine, nel tempo che verrà dopo la risurrezione finale – e questo ultimo stato della natura umana è incomparabilmente più elevato del primo. In questo senso la trasfigurazione ha un carattere escatologico; è, per utilizzare le parole di san Basilio il Grande, “l’inaugurazione della parousia gloriosa di Cristo”.

La trasfigurazione di Cristo ci mostra dunque, secondo sant’Andrea di Creta, “la deificazione della natura umana”. Se vogliamo comprendere il vero significato della dottrina della theosis, dobbiamo partecipare a una liturgia vigiliare della festa della trasfigurazione e ascoltare attentamente ciò che è detto e cantato. Cristo, trasfigurato sul monte, ci rivela la pienezza delle nostre potenzialità umane, la capacità ultima della nostra natura umana in ciò che essa ha di più vero ed elevato. Secondo il kontakion della vigilia:

Oggi, nella divina trasfigurazione,
tutta la natura umana risplende in modo divino
e grida di gioia.

Ma non è tutto. In quarto luogo – e ciò ha un particolare significato per il mondo contemporaneo –, il Cristo trasfigurato ci rivela la gloria non soltanto della persona umana ma ugualmente dell’intera creazione materiale. “Tu hai santificato con la tua luce tutta la terra”, cantiamo ai vespri della festa (Lity, sticheron 1). La trasfigurazione ha una portata cosmica, poiché l’umanità deve essere salvata non dal mondo ma con il mondo. Il monte Tabor anticipa lo stato finale predetto da san Paolo, quando la creazione nella sua interezza “sarà liberata dalla schiavitù della corruzione”, ed entrerà nella “libertà della gloria dei figli di Dio” (Rm 8,21). È l’inaugurazione della “nuova terra”, di cui parla l’Apocalisse (Ap 21,1).

Sulla montagna, cioè, vediamo non soltanto un volto umano trasfigurato nella gloria; la radiosità risplende allo stesso modo anche dalle vesti di Cristo (Mt 17,2). La luce del Tabor trasforma non soltanto il corpo del Salvatore in modo isolato, ma anche gli altri oggetti materiali associati a lui, le vesti fatte da mano d’uomo che indossa; e così, per estensione, essa abbraccia potenzialmente tutte le cose materiali. Non soltanto ciascun volto umano, ma anche ciascun oggetto fisico è capace di trasfigurazione. Alla luce di quell’unico volto che fu mutato, di quelle particolari vesti che furono rese bianche e rilucenti, tutti i volti umani hanno acquisito una nuova radiosità, a tutti gli oggetti comuni è stata data una nuova profondità. Agli occhi di coloro che credono veramente nel Cristo trasfigurato nulla è misero o disprezzabile; tutte le cose create possono diventare un veicolo delle energie increate di Dio. La gloria del roveto ardente è tutt’intorno a noi, desiderosa di essere disvelata. La festa della trasfigurazione è par excellence una celebrazione ecologica.

3. I due monti: il Tabor e il Calvario

È ora di ritornare alla nostra domanda iniziale. In che modo la gloria di Cristo trasfigurato sulla montagna – gloria della Trinità, gloria del Logos incarnato, gloria della persona umana, gloria dell’intera creazione – ci rende in grado di comprendere il mistero della sofferenza? Come ci aiuta a rispondere all’angoscia, alla rabbia e alla disperazione che provano le nostre sorelle e i nostri fratelli in Iraq o nel Darfur, o qui a Milano e Torino, oppure nella mia città di Oxford? È cosa buona, potreste dire, parlare della gloria del roveto ardente che è tutt’intorno a noi; ma come possiamo far diventare queste parole una realtà viva?

Una risposta, o per lo meno l’inizio di una risposta, emerge se consideriamo il contesto in cui avviene la trasfigurazione di Cristo. Questa ha luogo appena prima che Gesù lasci la Galilea (Mt 19,1) per salire per l’ultima volta a Gerusalemme. Quindi i principali eventi che seguono la trasfigurazione sono l’incontro con Zaccheo a Gerico (Lc 19,1-10), la resurrezione di Lazzaro a Betania (Gv 11,1-44), e l’entrata nella città santa, seguita quasi immediatamente dalla crocifissione. Cronologicamente, dunque, vi è una stretta prossimità fra la trasfigurazione e la passione. Ciò viene facilmente trascurato, perché nel calendario ecclesiastico la settimana santa e la festa della trasfigurazione (6 agosto) sono celebrate in momenti dell’anno completamente distinti. Ma se la nostra prassi liturgica volesse aderire più strettamente alla reale sequenza degli eventi, allora dovremmo fare memoria della trasfigurazione in un qualche momento della Quaresima; e di fatto secondo il rito latino il vangelo della seconda domenica di Quaresima è esattamente il racconto matteano della trasfigurazione (Mt 17,1-9).

Tentiamo ora di esplorare ulteriormente la possibile relazione tra i due monti: il Tabor e il Calvario. Questo può essere fatto al meglio chiedendoci: nel racconto evangelico che cosa viene immediatamente prima della descrizione della trasfigurazione di Cristo e che cosa viene immediatamente dopo?

In tutti e tre i vangeli sinottici (Matteo, Marco e Luca) c’è un’identica sequenza di eventi. Dapprima, sulla strada per Cesarea di Filippi, Pietro fa la sua risoluta confessione di fede: “Tu sei il Cristo, il figlio del Dio vivente” (Mt 16,16). Gesù prosegue predicendo la sua passione ormai prossima, la sua morte e la sua resurrezione (Mt 16,21). Pietro è scandalizzato, ma Cristo lo rimprovera e insiste nel ricordare che non solo lui stesso, ma tutti coloro che desiderano essere suoi discepoli sono chiamati a seguirlo sul sentiero della sofferenza volontaria: “Se qualcuno vuole venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua” (Mt 16,24). Essere discepoli significa portare la croce. Cristo poi predice la sua futura venuta nella gloria (Mt 16,28), e dopo di ciò segue immediatamente il racconto della trasfigurazione: “Dopo sei giorni Gesù prese con sé Pietro, Giacomo e Giovanni suo fratello, e li condusse su un alta montagna, loro soli” (Mt 17,1).

Questa sequenza nella narrazione evangelica non è semplicemente una giustapposizione casuale, ma esprime un’interdipendenza spirituale vitale e assolutamente importante. Innanzitutto e ovviamente, la trasfigurazione avalla la confessione di fede di Pietro: Gesù è infatti non soltanto figlio dell’uomo, ma anche “figlio del Dio vivente”. Il Tabor conferma la proclamazione della divinità di Cristo da parte di Pietro. Ma la trasfigurazione deve anche essere compresa nella luce del resto del dialogo sulla strada per Cesarea di Filippi. Non è una coincidenza che nostro Signore parli della sua passione e dell’universale vocazione a portare la croce immediatamente prima della rivelazione della sua gloria divina sul Tabor. Al contrario, è preoccupato di enfatizzare la relazione essenziale nella sua economia di salvezza tra gloria e sofferenza.

In questo modo il contesto della trasfigurazione ci suggerisce un possibile modo di avvicinarci al mistero della sofferenza innocente. Gloria e sofferenza vanno insieme nell’opera salvifica di Cristo. I due monti, il Tabor e il Calvario, sono così di fatto significativamente legati. La trasfigurazione non può essere compresa se non alla luce della croce, né la croce può essere compresa se non alla luce della trasfigurazione e, ugualmente, della resurrezione.

Ciò diventa più chiaro se guardiamo più da vicino alla narrazione evangelica. Chi, possiamo chiederci, sono i tre discepoli che accompagnano Gesù sulla cima della montagna? Sono Pietro, Giacomo e Giovanni. E chi sono i tre discepoli presenti con Gesù al Getsemani? Proprio i medesimi tre: Pietro, Giacomo e Giovanni (Mt 26,37). Si può naturalmente avanzare che questi tre erano presenti in entrambe le occasioni perché erano i discepoli più intimamente associati a Gesù, un circolo più ristretto all’interno dei dodici. Ma certamente deve essere trovato un significato più profondo di questo.

Proprio come non è una coincidenza che Cristo parli del portare la croce immediatamente prima della sua trasfigurazione, così non è una coincidenza che gli stessi tre discepoli siano presenti sia sulla cima della montagna sia all’agonia nel giardino del Getsemani. Testimoni della sua gloria incretata, essi sono testimoni anche di ciò che padre Enzo ha chiamato, nella sua introduzione, lo “sfiguramento”.

Qual è, possiamo ulteriormente chiederci, l’argomento di cui Mosé ed Elia parlano con Cristo mentre stavano con lui nella luce radiosa del Tabor? È, secondo san Luca, nient’altro che il suo prossimo exodus a Gerusalemme, la sua imminente morte in croce (Lc 9,31). Non è sorprendente? Avvolti nella luce dell’eternità, essi parlano non delle gioie trascendenti del cielo, ma della kenosis sacrificale della crocifissione. Questo indica esattamente come la trasfigurazione debba essere compresa alla luce della crocifissione, e la crocifissione alla luce della trasfigurazione. Alla sommità del Tabor è piantata la croce; e, in parallelo, dietro al velo della carne crocifissa e sanguinante di Cristo sul Golgota dobbiamo discernere la presenza della luce increata della trasfigurazione. Gloria e sofferenza sono due aspetti di un unico, indiviso mistero. “Hanno crocifisso il Signore della gloria”, afferma san Paolo (1Cor 2,8): Cristo è tanto il Signore della gloria quando muore sulla croce quanto lo è quando è trasfigurato sul Tabor.

Questa “sindrome Tabor-Calvario”, come potrebbe essere appropriatamente definita, è ripetutamente sottolineata nei testi liturgici del 6 agosto. Prima di tutto, è notevole che la festa della trasfigurazione ricorra quaranta giorni prima dell’esaltazione della croce, il 14 settembre. Il numero quaranta ha ovviamente un significato speciale nella storia sacra: Israele stette quarant’anni nel deserto (Nm 14,33), Davide e Salomone regnarono entrambi per quarant’anni (1Re 2,11 e 11,42), Elia camminò per quaranta giorni verso il monte Horeb prima di fare esperienza della teofania nella grotta (1Re 19,8), Gesù fu tentato per quaranta giorni nel deserto (Mc 1,13), e ascese al cielo quaranta giorni dopo la sua resurrezione (At 1,3). Il fatto che la festa della trasfigurazione sia esattamente quaranta giorni prima dell’esaltazione della croce è enfatizzato dal canto delle katavasiai della croce nel canone del mattutino del 6 agosto. Gli eventi futuri allungano le loro ombre dietro di sé.

Questo non è affatto l’unico luogo nella prassi liturgica della trasfigurazione dove il Tabor e il Calvario sono giustapposti. I primi due stichera ai grandi vespri, che descrivono entrambi il momento della trasfigurazione, iniziano sorprendentemente con le parole “prima della tua crocifissione, o Signore”. Sulla stessa linea il primo sticheron delle lodi all’Orthros comincia con le parole “prima della tua preziosa croce e passione”. Il legame tra la trasfigurazione e la crocifissione è sottolineato allo stesso modo nel kontakion della festa:

Tu fosti trasfigurato sulla montagna,
e i tuoi discepoli videro la tua gloria, o Cristo nostro Dio,
affinché essi fossero in grado di fare ciò:
che cioè, quando ti avrebbero visto crocifisso,
potessero sapere che la tua sofferenza era volontaria…

Al momento della crocifissione, poi, i discepoli devono ricordare la teofania sul Tabor, e devono comprendere che anche il Golgota è una teofania. La trasfigurazione e la passione sono ciascuna da comprendere in relazione reciproca, e ugualmente in termini di resurrezione.

Il legame tra il Tabor e il Calvario è evidente non soltanto nella Scrittura e nei testi liturgici ma anche nell’iconografia. Come padre Enzo ci ha ricordato, in quella che è la più antica rappresentazione della trasfigurazione giunta fino a noi (insieme al mosaico nell’abside della chiesa di santa Caterina del Sinai) – vale a dire il mosaico nell’abside di sant’Apollinare in Classe a Ravenna – il Cristo trasfigurato è mostrato proprio nella forma di una crux gemmata, una grande croce decorata con gemme preziose, che stende le sue braccia nel firmamento del cielo. L’interconnessione fra la trasfigurazione e la passione è qui proclamata in una maniera particolarmente singolare e memorabile.

Abbiamo fin qui considerato cosa accadde immediatamente prima della trasfigurazione. Guardiamo ora a ciò che viene direttamente dopo. In tutti e tre i vangeli sinottici (Matteo, Marco e Luca) c’è ancora una volta un’identica sequenza di eventi. I tre discepoli, scendendo con Cristo dalla montagna, sono messi di fronte a una scena di confusione e tristezza allo stesso tempo: un bambino malato, afflitto da crisi epilettiche; un padre che grida nell’angoscia: “Io credo: tu aiuta la mia incredulità!”; gli altri discepoli sono perplessi e incapaci di assisterlo (Mt 17,14-18; Mc 9,14-27). Ancora una volta non si tratta di una giustapposizione casuale. Pietro voleva rimanere sulla cima della montagna, costruire tre tabernacoli, e così prolungare la visione (Mt 17,4). Ma Gesù non lo permette: insiste che essi scendano nuovamente nella pianura. Noi partecipiamo alla grazia della trasfigurazione non isolandoci dalla sofferenza del mondo ma coinvolgendo noi stessi in essa. La nostra esistenza quotidiana è trasfigurata esattamente nella misura in cui noi, ciascuno nella propria situazione, condividiamo la sofferenza, la solitudine e lo scoraggiamento di coloro che sono attorno a noi.

Tale è dunque la relazione portatrice di vita tra la gloria del monte Tabor e l’angoscia e la disperazione del mondo; tale è il messaggio del Salvatore trasfigurato alla razza umana sofferente; tale è il significato della trasfigurazione per il mondo contemporaneo. Tutte le cose sono capaci di trasfigurazione, ma tale trasfigurazione è possibile soltanto attraverso il portare la croce, come la chiesa ortodossa afferma ogni domenica al mattutino: “Contempla come, attraverso la croce, la gioia è giunta a tutto il mondo”.

Attraverso la croce: non c’è altra via. Per Cristo stesso e per tutti noi che cerchiamo di essere membra del suo corpo, gloria e sofferenza vanno insieme. Nella nostra vita come nella sua i due monti, Tabor e Calvario, formano un unico mistero. Essere cristiani significa condividere allo stesso tempo l’autosvuotamento e il sacrificio di sé sulla croce, e la grande gioia della trasfigurazione e della resurrezione. Presenti con Cristo nella gloria sulla cima della montagna, siamo anche presenti con lui al Getsemani e sul Golgota.

“Il paradosso della sofferenza e del male”, dice Nikolaj Berdjaev, “è risolto nell’esperienza della compassione e dell’amore”. Ciò è vero non soltanto per noi stessi ma anche per il Dio incarnato. Il nostro Dio è un Dio coinvolto. Alla domanda di Ivan Karamazov egli non offre una risposta a parole; la sua risposta è una risposta espressa con la vita, attraverso la sua compassione, la sua partecipazione al nostro dolore, attraverso il suo amore che soffre con noi. La sua trasfigurazione ci dona la guarigione proprio perché significa non una fuga dal male e un’alienazione dalla creazione decaduta, ma un coinvolgimento incondizionato e senza limiti in essa. La trasfigurazione conduce alla croce e la croce alla resurrezione: qui sta la nostra speranza certa.

Il titolo della mia presentazione era “La trasfigurazione di Cristo e la sofferenza del mondo”, ma avrei potuto ugualmente scegliere come titolo “La sofferenza di Cristo e la trasfigurazione del mondo”. “La bellezza salverà il mondo”: sì, certamente Dostoevskij aveva ragione. Ma anche Isaia aveva ragione nel dire che “egli ha portato le nostre sofferenze e si è caricato dei nostri dolori” (Is 53,4). La bellezza che è la salvezza del mondo è infatti sì la bellezza increata che risplende sul Tabor, ma questa stessa bellezza increata è manifestata nondimeno nel sacrificio della croce. La trasfigurazione di Cristo non ci permette di evadere da alcuna sofferenza, ma rende la nostra sofferenza creatrice e portatrice di vita: secondo le parole di san Paolo, “morenti, eppure viviamo … afflitti, ma sempre lieti” (2Cor 6,9-10).

Kallistos Ware, metropolita di Diokleia

Campanile di San Donato

Lettera di don Lorenzo Milani
San Donato 1950

Caro Pipetta,

ogni volta che ci incontriamo tu mi dici che se tutti i preti fossero come me, allora …

Lo dici perché tra noi due ci siamo sempre intesi anche se te della scomunica(1) te ne freghi e se dei miei fratelli preti ne faresti volentieri polpette. Tu dici che ci siamo intesi perché t’ho dato ragione mille volte in mille tue ragioni:

Ma dimmi Pipetta, m’hai inteso davvero?

E’ un caso, sai, che tu mi trovi a lottare con te contro i signori. San Paolo non faceva così.

E quel caso è stato quel 18 aprile(2) che ha sconfitto insieme ai tuoi torti anche le tue ragioni. E solo perché ho avuto la disgrazia di vincere che…

Mi piego, Pipetta, a soffrire con te delle ingiustizie. Ma credi, mi piego con ripugnanza. Lascia che te lo dica a te solo. Che me ne sarebbe importato a me della tua miseria?

Se vincevi te, credimi Pipetta, io non sarei più stato dalla tua. Ti manca il pane? Che vuoi che me ne importasse a me, quando avevo la coscienza pulita di non averne più di te, che vuoi che me ne importasse a me che vorrei parlarti solo di quell’altro Pane che tu dal giorno che tornasti da prigioniero e venisti colla tua mamma a prenderlo non m’hai più chiesto.

Pipetta, tutto passa. Per chi muore piagato sull’uscio dei ricchi, di là c’è il Pane di Dio.

E solo questo che il mio Signore m’aveva detto di dirti. E’ la storia che mi s’è buttata contro, è il 18 aprile che ha guastato tutto, è stato il vincere la mia grande sconfitta.

Ora che il ricco t’ha vinto col mio aiuto mi tocca dirti che hai ragione, mi tocca scendere accanto a te a combattere il ricco.

Ma non me lo dire per questo, Pipetta, ch’io sono l’unico prete a posto. Tu credi di farmi piacere. E invece strofini sale sulla mia ferita.

E se la storia non mi si fosse buttata contro, se il 18… non m’avresti mai veduto scendere lì in basso, a combattere i ricchi.

Hai ragione, sì, hai ragione, tra te e i ricchi sarai sempre te povero a aver ragione.

Anche quando avrai il torto di impugnare le armi ti darò ragione.

Ma come è poca parola questa che tu m’hai fatto dire. Come è poco capace di aprirti il Paradiso questa frase giusta che tu m’hai fatto dire. Pipetta, fratello, quando per ogni tua miseria io patirò due miserie, quando per ogni tua sconfitta io patirò due sconfitte, Pipetta quel giorno, lascia che te lo dica subito, io non ti dirò più come dico ora: “Hai ragione”. Quel giorno finalmente potrò riaprire la bocca all’unico grido di vittoria degno d’un sacerdote di Cristo: “Pipetta hai torto. Beati i poveri perché il Regno dei Cieli è loro”.

Ma il giorno che avremo sfondata insieme la cancellata di qualche parco, installata insieme la casa dei poveri nella reggia del ricco, ricordatene Pipetta, non ti fidar di me, quel giorno io ti tradirò.

Quel giorno io non resterò là con te. Io tornerò nella tua casuccia piovosa e puzzolente a pregare per te davanti al mio Signore crocifisso. Quando tu non avrai più fame né sete, ricordatene Pipetta, quel giorno io ti tradirò. Quel giorno finalmente potrò cantare l’unico grido di vittoria degno d’un sacerdote di Cristo: “Beati i… fame e sete”.

 

1. La scomunica decretata nel 1948 dal Sant’Uffizio contro tutti quelli che aderivano al Partito Comunista.

2. Il 18 aprile 1948 la Democrazia Cristiana vinse le elezioni politiche.