4. TESTO PER GLI INCONTRI MENSILI PER I GIOVANI DAI 14 AI 18 ANNI, 5° INCONTRO

28 marzo 2016 - Categoria: Bacheca-1Senza categoria


“LE NUOVE GENERAZIONI CRESCONO ATEE DAVVERO?”

Di quale ateismo si tratta?

Incontri per Giovani (14 – 18 Anni)

Ponte della Priula, 2018

 

 

            La non credenza è una tipica categoria “ombrello”, sotto la quale si annidano particolari definizioni e sensibilità, come hanno messo in evidenza tutti gli studiosi, soprattutto stranieri,  che si stanno occupando di un fenomeno fin qui poco studiato dal punto di vista empirico in ogni parte del mondo.

            Sotto l’etichetta “non credenti” rientrano anzitutto i soggetti atei agnostici e indifferenti nei confronti della fede e della religione, che  tuttavia possono interpretare questi orientamenti in modi diversi. Nel definirsi tali, alcuni portano specifiche motivazioni teoriche, altri ragioni ideologiche,  altri ancora appaiono meno riflessivi o utilizzano i suddetti termini in modo interscambiabile, facendo ricorso più a categorie di senso comune che a criteri qualificati.

            Tuttavia, al di là di queste varianti e del diverso livello di consapevolezza che sorregge tali orientamenti, ciò che accumuna nel profondo l’insieme di questi giovani sembra essere una doppia convinzione: l’impossibilità di conoscere ciò che supera l’esperienza umana e la consapevolezza di non aver bisogno di Dio per condurre una vita sensata, ricercando o ritrovando altrove il senso di un’esistenza degna e compiuta. Di qui il disinteresse per le questioni religiose, il rigetto della visione della realtà proposta dalle religioni, il riconoscimento dell’incompatibilità tra scienza e fede; cui fa seguito in vari casi un atteggiamento particolarmente avverso

 

nei confronti della religione prevalente nel proprio ambiente di vita, alla quale si dà la colpa di esercitare un’influenza dannosa sia sugli individui sia sull’insieme della società. Ecco, in estrema sintesi, i tratti dello “zoccolo duro” della non credenza, che per comodità e semplificando potremmo definire “ateismo forte”.

Ma, a fianco degli “atei forti” vi è la categoria degli “atei deboli”, anch’essa varia al proprio interno. In questa area rientrano i giovani che negano Dio più per le pressioni del proprio ambiente di vita che per specifiche convinzioni personali, uniformandosi al sentire diffuso tra i coetanei che frequentano; quasi fosse una moda culturale che si fa propria per emanciparsi da un legame religioso che i più considerano antimoderno. Ma in tale sfera troviamo anche quanti risultano apatici o disinteressati nel confronti di un orizzonte di fede, nonostante non siano privi di dubbi e di ansie. Questo “ateismo pratico”  coinvolge giovani che non spezzano il legame con le religioni istituite o prevalenti, pur stando ai margini. Persone, dunque, lontane dagli interessi e dagli ambienti religiosi, non ostili nei confronti della fede, ma mai coinvolte, la cui l’indifferenza religiosa è spesso legata al peso della vita o al successo personale e ai bisogni materiali.

            Il profilo qui descritto è ben illustrato da una delle tante e interessanti testimonianze da noi raccolte. Una ragazza di 25 anni, che si definisce “agnostica”, (*agnostico è chi si rifiuta di prendere posizione di giudizio su questioni morali o religiose) così racconta l’esperienza religiosa più coinvolgente che ritiene di aver sin qui vissuto:  “L’unica cosa che mi viene in mente è il fatto che quando avevo 21 anni e mi trovavo in Cina per un’esperienza di studio di un anno – non frequentavo più la chiesa da diversi anni e le mie convinzioni religiose erano ormai vacillanti – ho sentito il bisogno, il giorno di Natale (quando intorno a me nessuno viveva o sentiva questa festività e io avevo una forte crisi nostalgica), di andare in chiesa, l’unica chiesa cristiana in tutta la città, non sapevo neppure se fosse cattolica o meno. Ricordo anche che in Cina, quando mi chiedevano in merito alla mia confessione religiosa, rispondevo senza esitare di essere cristiana, diversamente da come avrei fatto in Italia”. 

(* La morale della situazione rifiuta la dipendenza del valore morale di un’azione da leggi morali universali come i Dieci Comandamenti e la fa valutare unicamente dall’incontro tra le circostanze concrete e la coscienza individuale che le giudica: ogni situazione e il suo incontro con chi la giudica essendo unica, non può, quindi, esistere un insieme di regole e di principi universali che regolino il comportamento umano in quanto tale).

 

Il versante dei credenti.

Sostenendo che la credenza non giovanile in Italia è in sensibile crescita, non intendiamo affermare la marginalità o l’irrilevanza della condizione di “credente” tra le giovani generazioni. Quella da noi promossa è pur sempre un’indagine dedicata a sondare come l’insieme dei giovani affronta oggi la questione religiosa; che ci ha permesso di cogliere da un lato la consistenza e la rilevanza culturale della componente dei  “senza Dio” o dei “senza religione”, e di verificare dell’altro ciò che succede nell’area giovanile che continua a mantenere nel tempo un legame con la fede e la religione. Anche a questo livello emergono interessanti indicazioni, che confermano tendenze conosciute e delineano alcune novità. Una conferma è rappresentata dal fatto che la maggior parte dei 18-29enni italiani che ancor oggi dichiarano di credere in Dio continua in qualche modo a riconoscersi nella religione della tradizione, in quei principi cattolici cui sono stati introdotti e orientati sin da piccoli; essendo assai debole nel nostro paese la propensione a convertirsi ad altre fedi religiose storiche; e nonostante alcuni siano attratti dalle religioni orientali o guardino con ammirazione alla fede testimoniata dai coetanei di matrice musulmana.

Tuttavia, all’interno dell’appartenenza cattolica si avverte di generazione in generazione un doppio dinamismo: l’indebolirsi del rapporto con la chiesa e l’affermarsi di un sentire religioso soggettivo e autonomo. Non manca una minoranza di giovani cattolici assai convinti e attivi, che esprimono una fede vitale e impegnata nelle comunità locali, a seguito di esperienze positive vissute in famiglia e negli ambienti ecclesiali. Ma nell’ insieme dei giovani “credenti” prevalgono-come già succede per la popolazione adulta – quanti esprimono un cattolicesimo più delle intenzioni che del vissuto; e soprattutto coloro che aderiscono alla religione cattolica più per motivi “ambientali” e culturali che spirituali, ritrovando a questo livello un’appartenenza identitaria che offre sicurezza in un mondo sempre più precario e plurale, anche dl punto di vista religioso. Si tratta di un mondo di essere “religiosamente connessi senza essere religiosamente attivi; che mantiene un legame con una comunità religiosa, ma con un impegno decaduto”; definito anche come l’ultima tappa della secolarizzazione, tipico di un attaccamento religioso assai esile e allentato “prima che i legami abbiano a sciogliersi del tutto”  [Demerath 2000].

 

Tra le novità si avverte, sia dentro sia fuori dal campo cattolico, una grande domanda di senso (circa la vita personale e sociale) che guarda a sentieri e ad approdi diversi, sovente più auspicati che percorsi, più oggetto del desiderio che di pratiche di vita.

Mentre è in sensibile aumento, rispetto al passato, la quota di giovani alla ricerca di spiritualità alternative, che prendono parte a incontri sulle religioni orientali, si interessano dei nuovi movimenti religiosi, coltivano l’armonia e il potenziale umano secondo declinazioni che non appartengono alla nostra cultura. Ma pur in crescita si tratta di un fenomeno ancora minoritario e circoscritto tra giovani italiani, che in parte combinano queste istanze con le risorse spirituali acquisite dalla propria tradizione religiosa.

 

 

Tratti della non credenza giovanile in Italia.

 

                        Che significato assume per un paese come il nostro l’aumento di giovani che dichiarano in modo esplicito di essere n on credenti?

Anzitutto si osserva quanti si caratterizzano per posizioni atee o agnostiche o di indifferenza religiosa n on hanno alcuna remora a definirsi e presentarsi come tali, nelle occasioni pubbliche e private in cui si parla di questi temi o ci si confronta almeno indirettamente su di essi. Vi è certamente qualche eccezione, che coinvolge soprattutto coloro che vivono nelle aree italiane più vincolate dalla tradizione; ma nel complesso oggi si respira a livello giovanile una grande libertà nel manifestare un orientamento estraneo alla fede e alla religione se esso rientra tra le proprie opzioni di vita.       

                        Non si tratta di un fatto di poco conto per la storia e la cultura del nostro paese, visto che in altre società pur culturalmente assai pluraliste – come ad esempio gli Stati Uniti – molti studiosi segnalano che il distacco dalle convinzioni religiose diffuse non è un processo indolore per quanti lo intraprendono [Bainbridge 2005; wuthnow 2012]. Da noi invece una quota consistente di giovani non sembra avere problemi a smarcarsi da una tradizione e da una cultura incentrate sui valori cristiani, operando una scelta non priva di costi personali, considerati i benefici della religione (relazionali, affettivi, simbolici) che essi in tal modo si perdono. Insomma, si tratta di scelte che da un lato sfidano gli orientamenti prevalenti in una nazione in cui il cattolicesimo appare ancora diffuso; e dall’ altro spingono chi le compie a concettualizzare il mondo senza rincorrere all’idea di Dio [Zuckerman 2012]. Tutti aspetti in qualche modo prefigurati da quanti hanno descritto il processo di “uscita dalla religione” che coinvolge quote crescenti di popolazione nelle società liberali [Gauchet 1992].

                        Proprio l’immagine dell’uscita dalla religione evoca un altro tratto che accomuna la maggior parte dei giovani che oggi si riconoscono in una versione secolarizzata e immagine dell’esistenza.

            Solo alcuni di questi soggetti provengono da nuclei familiari di matrice ateo-agnostica o indifferente alla religione, il cui imprinting li ha resi estranei nel tempo a qualsiasi proposta religiosa, offrendo loro altri riferimenti culturali. Per contro, molti giovani che oggi si dichiarano atei o non credenti hanno maturato questo orientamento dopo un percorso più e meno intenso di formazione religiosa, essendo stati introdotti dalla famiglia ai primi sacramenti della vita cristiana e avendo frequentato per un certo periodo gli ambienti ecclesiali. Per questi casi, dunque, si può parlare di un processo di socializzazione religiosa che – per le più diversi ragioni – si è interrotto in un particolare momento della propria biografia, in genere nell’ età dell’adolescenza.

                        Per alcuni si è trattato di esperienze che non hanno lasciato traccia nel loro vissuto o che li hanno allontanati da un orizzonte di fede e dagli ambienti religiosi; per gli altri il distacco è avvenuto nonostante siano stati coinvolti in situazioni che gli hanno aiutati a crescere da vari punti di vista (nelle relazioni con gli altri, in qualche impegno di volontariato, nella riflessione interiore). In tutti i casi si è di fronte a soggetti la cui memoria delle esperienze vissute negli ambienti religiosi esercita un’indubbia influenza sul modo in cui essi oggi interpretanonla condizione di “senza Dio” o “senza religione”.

                        Un rapporto assai controverso nei confronti del cattolicesimo e della chiesa cattolica è un altro tratto distintivo dei giovani ateo-agnostici o indifferenti alla religione. La maggior parte di essi – come già accennato – esprime giudizi assai tranchant sul ruolo della chiesa nella società italiana, riproponendo l’immagine di un’istituzione sempre più vecchia, stanca e malandata, emblema – tra l’altro – di una religione “imposta” troppo precocemente ai giovani frutto più di una decisione di altri e del condizionamento dell’ambiente che oggetto di libera scelta.

                        Tuttavia, dietro l’insistenza con cui questi giovani puntano il dito contro i molti mali e limiti della chiesa sembra celarsi un curioso interesse per una realtà che si vorrebbe profondamente diversa, che non si considera definitivamente persa. Come se si fosse consapevoli che essa è proprio intrecciata con le vicende della nazione (e la vita di molte persone) per poterne auspicare la scomparsa; o che questo mondo contiene al proprio interno delle figure e delle opere esemplari, che rappresentano per tutti – credenti e non credenti – un richiamo alle cose che contano. 

 

 

I giovani sono davvero più secolarizzati dei loro padri?

Vi è un altro punto importante su cui si registra una buona convergenza tra giovani credenti e giovani atei o agnostici o indifferenti alla religione: la messa in discussione dell’idea che la loro sia la generazione più secolarizzata della storia (perlomeno nazionale); in altri termini che le generazioni precedenti (cioè i loro genitori e nonni) siano l’emblema di una fede più convinta e partecipata rispetto a quanto si registra oggi nell’universo giovanile. Una quota di giovani condivide questa opinione diffusa nella società, ma la maggior parte prende le distanze da essa, rilevando sia il carattere “obbligato” e formale di molta religiosità del passato, sia soprattutto la non comparabilità delle diverse situazioni. Si tratta di una percezione dal basso che nega – con riferimento agli ultimi decenni – che vi sia stata “un’età dell’oro della fede” oggi compromessa da una cultura che ha voltato le spalle alla proposta cristiana. È a questo periodo dorato della religiosità a cui pensano molti osservatori e uomini di chiesa quando oggi lamentano il calo delle vocazioni, le chiese semivuote (soprattutto di giovani), l’analfabetismo cristiano delle nuove generazioni. Ed è ovvio che il trend delle statistiche non può che supportare questa convinzione diffusa, che tuttavia – stando alla riflessione di non pochi giovani – enfatizza la solidità della fede del passato mentre sottostima il diverso approccio dei giovani alla questione religiosa. Su questo punto Charles Taylor ha scritto pagine illuminanti, che invitano alla cautela nel mettere a confronto epoche profondamente diverse tra di loro sul versante religioso.

In genere quando si parla di questi temi il pensiero corre immediatamente alla diminuzione della credenza e della frequenza ai riti, all’allontanamento delle persone da Dio e dalle chiese, e si usano le statistiche per misurare il trend di secolarizzazione che si sta consumando nella società da un periodo all’altro. Ma si tratta perlopiù di valutazioni improprie, in quanto si opera un confronto tra situazioni sovente assai distanti tra loro, per il diverso tipo di esperienza morale, religiosa e spirituale che contraddistingue i periodi presi in esame (PIANA 2014). Perché un conto è aver fede ed esprimere una pratica religiosa in una società in cui era praticamente impossibile non credere in Dio (in cui la religione aveva un’evidenza pubblica e collettiva); altro conto è essere credenti e praticanti in un’epoca in cui la fede – anche per il credente più convinto – rappresenta solo un’opzione tra le tante (TAYLOR 2009). È il clima prevalente che sta caratterizzando da tempo le società occidentali e le rende distintive rispetto a ciò che si registra ancor oggi in altri contesti, ad esempio nei paesi di cultura musulmana o nella società indiana.

La biodiversità religiosa

Tra le principali ragioni che spingono oggi i sociologi a interessarsi della non credenza vi è l’idea che l’incredulità e la fede siano le due facce della stessa medaglia. Si diffonde la convinzione di non poter comprendere appieno la fede religiosa senza tener conto della sua assenza, in parallelo di quanto sia arduo capire la storia della religione senza immaginare la sua scomparsa o perlomeno il suo indebolimento [Bainbridge 2005]. Proprio dalla mancanza di fede si coglie maggiormente il ruolo della religione in una particolare società. Perché i non credenti rappresentano una sfida per i credenti, soprattutto nelle società di lunga tradizione religiosa, in quanto negando la presenza di Dio essi mettono in discussione un patrimonio di senso diffuso e costringono i credenti a meglio comprendere la propria fede, a non darla per scontata, a purificarla da forme improprie. Inoltre, guardando alla condizione dei non credenti si hanno preziose indicazioni circa il grado di apertura (di liberalità) che caratterizza un contesto ancora permeato dai valori religiosi. Al riguardo, la nostra ricerca indica che si sta affermando nel paese un clima assai tollerante o comprensivo circa la possibilità o meno del credere, che non considera più la condizione di credente come quella dotata di maggior senso o capacità di affrontare le questioni fondamentali della vita. Ciò perlomeno è quanto emerge dalla percezione e dal vissuto dei giovani, sia credenti che non. Quella “senza Dio” o senza “senza religione” vivono questa opzione non avvertendo più lo stigma che le società del passato attribuivano agli increduli o ai miscredenti. In parallelo i giovani credenti (anche quelli religiosamente molto impegnati) non ritengono che chi la pensa diversamente stia facendo delle scelte al ribasso sui temi vitali. Lo stigma non è scomparso dai giudizi dei giovani di entrambi i gruppi, ma si indirizza verso quei coetanei che dimostrano scarsa coerenza. Siano essi -  per usare le parole di alcuni intervistati – “cattolici che bestemmiano ma indossano santini” o atei-agnostici che “tra gli amici professano un grande distacco dalla religione, ma ogni tanto fanno i bigotti”.

Inoltre, i non credenti deplorano i giovani che professano una fede fanatica e settaria, mentre dall’altro versante la critica si applica a un ateismo più di moda che di sostanza.

Insomma, pur nella diversità delle posizioni si delineano – tra giovani credenti e giovani senza fede religiosa – alcune convergenze ed affinità. Tra queste, il riconoscimento che le scelte sulla questione religiosa sono insindacabili se effettuate in libertà e con sufficiente grado di consapevolezza; l’idea del carattere “relativo” delle diverse opzioni In questo campo, in quanto esse dipendono dalla storia, dalla biografia e dal vissuto di ognuno; l’ammissione che vi sono approcci diversi nella ricerca del senso della vita, non tutti equivalenti, ma in gran parte degni di rispetto e considerazione. Infine, non pochi giovani (con o senza Dio) sono convinti che non sia affatto agevole nella modernità avanzata decidere da quale parte stare nei confronti di Dio; se optare una concezione immanente della vita o aprirsi ad un orizzonte trascendente. Non mancano certamente tra i giovani degli atei incalliti, che denigrano la fede religiosa a quanti la professano ; e in parallelo dei credenti granitici che denunciano il vuoto di valori connesso alla morte ei Dio nella modernità avanzata. Tuttavia, nell’insieme, sono molti di più i giovani (credenti e non) attenti gli uni alle buone ragioni degli altri, delineando una possibile convivenza pur nella diversità degli orizzonti. Prevalgono dunque il riconoscimento della differenza sulle questioni religiose, la consapevolezza che anche in questo campo la diversità è un prodotto della modernità e in quanto tale da accettare come un principio di realtà; allo stesso in modo in cui per le generazioni del passato era scontata identificarsi in una fese religiosa, vissuta come parte integrante del proprio destino. In un’epoca che celebra la varietà dei mondi vitali, la ricchezza degli ecosistemi, è gioco forza riconoscere che esiste anche una biodiversità religiosa da accettare e riapettare.

Giovani e Dio

Qualche anno fa è uscito un volumetto: “La prima generazione incredula”. I giovani d’oggi, però, più che increduli, sono la prima generazione che cerca di dare alle domande sulla fede risposte non tramandate per sentite dire, non tradizionali perché appaiono loro costrittive e rigide. Forse occorre chiarire: Che cosa intendono per costrittive? E che cosa per rigide? Nel mondo giovanile è in atto l’abbandono del centro e la scelta della periferia esterna alla comunità cristiana, collocandosi all’esterno della Chiesa, della quale non comprendono e non accettano i linguaggi e le leggi. Dal 2013 al 2016 i giovani che dichiarano di essere cristiani cattolici sono passati dal 55.9% al 50.9%. La loro pratica della Santa Messa della domenica è scesa all’l’11,3%.

La quasi totalità dei giovani, dopo la cresima, ma anche prima, si allontana dalla comunità cristiana, dalla pratica dei Sacramenti e dalle indicazioni morali della chiesa. Conservano una ricerca soggettiva e solitaria sul senso della vita, che li conduce ad una religiosità individualistica e fai da te. Una diciannovenne dice: “Io mi sento di vivere la mia fede come piace a me, nel senso che sono assolutamente certa che non è necessario andare in chiesa tutte le domeniche per credere, è necessario il pensiero di un minuto e mezzo nella giornata, mi basta il pensiero”.

Questi giovani, fatti ormai adulti, manifestano l’esigenza di una fede personale, che matura dentro un percorso difficile e non lineare, percorso di libertà e di consapevolezza su cui influisce sempre meno la tradizione, sempre più la testimonianza e la vicinanza di chi sappia accompagnare, in una relazione calda e cordiale. I giovani, più che pensare la loro vita a prescindere da Dio, la pensano a prescindere dal “Dio di Cristo” e dalla Chiesa, dalla sua cultura spirituale e dalle sue indicazioni morali. La tensione verso Dio e la domanda di Assoluto sono ben presenti anche nella coscienza dei giovani di oggi, ma a questi interrogativi essi rispondono personalmente, prescindendo dalle opinioni espresse dalla dottrina e dalla tradizione della Chiesa.

Gli educatori  sono chiamati a ripensare il loro modo di agire, la loro esperienza spirituale e il loro modo di prendere contatti con le nuove generazioni. Ai giovani oggi servono dei compagni di viaggio disposti ad accompagnare le loro coscienze nel difficile e affascinante viaggio alla scoperta di Dio e della bellezza del Vangelo, mostrando loro che l’incontro con il Signore Gesù trasforma l’esistenza personale, dandole orizzonti vasti e carichi di significato. Educatori che questo incontro l’abbiano realizzato loro stessi!

Che cosa cambia con Papa Francesco?

In un’indagine sulla religiosità o sull’irreligiosità dei giovani italiani di oggi non poteva mancare una sezione specifica dedicata al gradimento che papa Francesco incontra nelle giovani generazioni, per cogliere, in particolare, se la presenza di un pontefice ritenuto “aperto” sui temi etici e sociali da gran parte dell’opinione pubblica favorisca un avvicinamento dei giovani a una chiesa sin qui percepita come distante dai canoni della modernità avanzata. In altri termini, si registra un “fattore Francesco” tra i giovani? Capace anche di interpellarli sul versante della fede e della riflessione religiosa? Su questi punti, emergono dalla ricerca indicazioni oltremodo interessanti, anche se non sempre univoche e scontate. La grande maggioranza dei giovani è colpita da un pontefice che sembra informato da uno spirito antisistema, sia nei confronti della sua chiesa sia per come va il mondo globale. Che da un lato vuole una chiesa “in uscita” dalle sue antiche certezze, meno burocratica e più umana, non invischiata nelle vicende politiche delle diverse nazioni, in dialogo con il mondo laico e con quanti pensano e vivono diversamente, più prossima alla condizione degli ultimi e al dramma degli immigrati. E che dall’ altro promuove una politica ecclesiastica più globale e universale, meno legata all’Occidente; che rivaluta le periferie del mondo, denuncia le ingiustizie del mercato e gli squilibri ambientali del pianeta, afferma il diritto di tutti i popoli a essere soggetti attivi e responsabili del proprio sviluppo.

Tuttavia non tutto fila liscio nel rapporto tra i giovani e il papa argentino. Non mancano quanti vedono ombre in questo pontificato, o perché giudicano le aperture più di facciata che di sostanza, o perché ritengono la chiesa cattolica non riformabile.
vi sono poi quelli che operano dei distinguo, identificandosi in alcune scelte dell’attuale papa ma distanziandosi da altre. Una minoranza consistente di giovani ritiene che questo pontificato sia fonte di divisione dentro la chiesa e coltivi più i temi della giustizia sociale che il senso del sacro e le ragioni dello spirito. Non tutti poi condividono la visione del papa sulla questione migratoria, riflettendo tensioni che si registrano in alcune aree del paese di fronte ad una presenza straniera ritenuta sempre più ingombrante. In tutti i casi, si tratta di un pontefice che lascia un segno non solo nel dibattito pubblico ma in molte coscienze. Almeno nella metà dei casi i giovani riconoscono di essere stati spinti da questa presenza a riavvicinarsi alla fede o ad aumentare il proprio impegno religioso.

 

 

In questa introduzione abbiamo offerto un’idea dei principali argomenti trattati e dei più importanti risultati di ricerca su cui è costruito il presente volume, frutto di un progetto dedicato al tema “Ateismo e nuove forme del credere” nelle giovani generazioni, promosso e realizzato ‘APSOR, Associazione piemontese di sociologia delle religioni, che ha sede presso il Dipartimento di Culture, politica e società dell’Università degli Studi di Torino. Per le notizie sullo svolgimento, le modalità e gli strumenti dell’indagine si rimanda alla Nota metodologica. Qui è sufficiente richiamare che il materiale di lavoro proviene da una doppia fonte empirica: anzitutto una ricerca quantitativa (realizzata tramite questionario e svolta nel 2015 dall’Istituto demoscopico Eurisko di Milano) che ha coinvolto un campione nazionale di 1.450 soggetti, rappresentativo della popolazione italiana di età compresa tra i 18 e i 29 anni; e in secondo luogo, un’indagine qualitativa (effettuata utilizzando una traccia di 12 domande) grazie alla quale abbiamo raccolto un buon numero di interviste dirette (144) tra studenti universitari di due città italiane (Torino e Roma). Ringrazio Alberto Marinelli per l’aiuto che ci ha offerto su Roma.

 

Sia il progetto di ricerca sia il presente volume sono frutto dell’interazione e dell’impegno di un gruppo di studiosi che da tempo collaborano con chi scrive allo studio dei fenomeni religiosi nella modernità avanzata e che operano nel Dipartimento universitario prima ricordato. Si tratta di Simone Martino, Stefania Palmisano, Roberta Ricucci, Roberto Scalon, ognuno dei quali ha firmato un capitolo di questo lavoro. Inoltre, Martino ha curato l’elaborazione dei dati della ricerca e Ricucci la stesura dei riferimenti bibliografici del volume. Ringrazio ciascuno di loro per l’apporto qualificato offerto a questa comune impresa scientifica, che
segue di qualche anno il lavoro di ricerca confluito nel libro Religione all’italiana edito dal Mulino nel 2011.                                                                                              

La realizzazione dell’indagine – svolta in piena autonomia dal gruppo di lavoro – non sarebbe stata possibile senza i contributi finanziari messi a disposizione dai due sponsor di questo progetto: la Fondazione Cassa di Risparmio di Torino e il Progetto culturale della Conferenza Episcopale Italiana. Ad essi dunque va il nostro più vivo ringraziamento.

 

Ateismo in crescita e secolarizzazione dolce

 

Giovani atei, non credenti, increduli: questa è la rappresentazione che sempre più spesso viene data delle nuove generazioni, un ritratto che guardando ad alcune indicazioni empiriche sembra confermato dai giovani stessi. Stando alla ricerca nazionale che qui presentiamo, solo il 23 % dei giovani dai 18 ai 29 anni ritiene
che la maggior parte dei coetanei creda in Dio, ben il 70% è dell’idea che pochi abbiano un cammino di fede o siano coinvolti in un percorso di ricerca di tipo religioso, il51 % è convinto che l’indifferenza religiosa sia molto o abbastanza diffusa tra i pari età. Si tratta di dati sorprendenti per un’Italia che si vuole (e si pensa) ancora “cattolica”, le cui file inoltre sono state ingrossate negli ultimi anni da iniezioni migratorie con buona presenza di giovani professanti fedi diverse (musulmani e ortodossi soprattutto). Tali dati sembrano direi che la religione nel suo complesso si
indebolisce non solo nella vita pubblica, nel rapporto degli italiani con la chiesa, nella presenza ai riti e negli ambienti religiosi, ma anche nella dimensione più intima e privata della credenza e dell’esperienza religiosa.

 

Tuttavia, se si guarda da un’altra angolatura, il quadro muta sensibilmente. Gli stessi ragazzi, se intervistati sulla propria religiosità, delineano uno scenario diverso: il 72% dichiara di credere in Dio (anche se ormai la fede intermittente e dubbiosa prevale rispetto a quella certa); oltre il 70% si definisce in qualche modo “cattolico”; circa un giovane su quattro (27%) afferma di pregare alcune volte alla settimana o più. Il dato sulla frequenza regolare (settimanale) ai riti è decisamente più basso, coinvolgendo attualmente il 13 % dei giovani (a cui fa seguito il 12% che vi partecipa almeno una volta al mese), pur risultando il migliore nel panorama europeo, anche nei paesi di cultura e tradizione cattolica [Pérez-Agote 2012]. Si delinea dunque una generazione ancora complessivamente «cattolica», almeno per quanto riguarda 1′appartenenza e la credenza. Semmai la crisi pare aver eroso di più le pratiche religiose, ma questo è un fenomeno noto, che caratterizza la religiosità contemporanea a prescindere dalla generazione di appartenenza e dall’ età. Ciò non vuol dire che la secolarizzazione non proceda, né che i giovani d’oggi siano di fatto meno religiosi dei loro padri o anche solo dei loro fratelli maggiori. Eppure sono dati che non indicano un tracollo religioso negli ultimi anni, come spesso descritto, ma una prosecuzione della “secolarizzazione dolce” caratteristica del nostro paese e rilevata in tutte le ricerche degli ultimi quarant’ anni.

È difficile quindi sintetizzare la religiosità dei giovani in un’unica immagine [Bichi e Bignardi 2015]. Le sfumature sono molte, spesso i dati risultano contraddittori e contro intuitivi, su tutto aleggia il gap tra il modo in cui i giovani dal punto di vista religioso – si autorappresentano come generazione e lo scenario
che si ricava chiedendo ai singoli individui di illustrare la propria situazione in questo campo.

Un’ulteriore incongruenza si coglie circa ciò che i giovani intervistati osservano nel proprio intorno immediato (tra gli amici con cui condividono la vita quotidiana) e ciò che dichiarano di vivere a livello personale. Circa il 70% dei giovani italiani ritiene che sia assai minoritaria o circoscritta – tra i coetanei che frequentano – l’esigenza di coltivare la dimensione spirituale dell’esistenza; e parallelamente che anche la ricerca di forme di religiosità alternativa coinvolga di fatto una quota assai esigua di coloro che compongono la propria cerchia amicale. Si tratta di due indicazioni di non poco rilievo, in quanto sembrerebbero attestare nei giovani la crisi del senso religioso tout court, non soltanto il distacco dai modelli ufficiali della religiosità prevalenti nella società, quelli cioè che le nuove generazioni hanno ereditato nel venire al mondo in un ambiente ancora permeato da una particolare tradizione religiosa. Come a dire che la crisi della religiosità tradizionale non è compensata nelle giovani generazioni dalla ricerca di forme innovative o diverse di spiritualità. Tuttavia, per contro, la maggior parte di questi stessi giovani (oltre il 60%) – quando parlano di se stessi – ammette di “avere una propria vita spirituale, di coltivare i valori dello spirito”, anche se secondo modalità e percorsi sovente non convenzionali o “ortodossi”. Per alcuni questa tensione si manifesta seguendo i principi della propria religione, ma
per molti altri o nell’interpretare la vita spirituale (e religiosa) in modo personale o nella ricerca di una qualche armonia interiore.
In tutti i casi, non più di un quarto dei giovani italiani dichiara la sua estraneità alla categoria della spiritualità. Questi punti sono approfonditi nel capitolo 7 del presente volume. Tutte queste incongruenze sembrano direi che la «coscienza generazionale» risulta più secolarizzata della coscienza dei singoli.
Detto altrimenti, la “narrazione” (per usare un termine ormai di moda e spesso abusato) della secolarizzazione risulterebbe più cupa del fenomeno stesso, che tuttavia si mantiene sul fosco andante, sul grigio fumo di Londra. La presente ricerca permette di quantificare alcuni di questi fenomeni e di cogliere elementi e sfumature che poi verranno ripresi e approfonditi nei capitoli successivi.

 

 

 

Una generazione incredula?

Nel 2010 il teologo Armando Matteo, in un saggio intitolato La prima generazione incredula, ha affrontato il problema della disaffezione dei giovani rispetto alla fede religiosa, attribuendo a essi una sordità che dice incredulità, ovvero un’assenza di antenne per ciò che la Chiesa è e compie, quando vive e celebra il Vangelo. Una sordità, poi, avallata da una cultura diffusa resasi ormai estranea al cristianesimo e da una recente ondata di risentimento anticattolico che non piccola presa ha proprio sulle nuove generazioni [Matteo 2010].

Si tratta di una rappresentazione a tinte forti, certamente suggestiva, di quelle che bucano il video, ma che sembra prescindere (per la cultura, le competenze e il discorso dell’autore) da quanto emerge dalle indagini empiriche in questo campo. Tuttavia, questa denuncia non solo ha alimentato il dibattito pubblico (sia all’interno sia all’ esterno degli ambienti religiosi), ma ha saputo interpretare un sentimento oggi diffuso sia tra gli operatori del sacro, sia in molte famiglie religiosamente impegnate che si interrogano sul perché i loro figli vadano fuori dal seminato.

Circa il dibattito, alcuni hanno notato che l’incredulità non nasce oggi, perché i figli succhiano il latte dei loro genitori e sono specchio di una società in cui la fede non è più un’evidenza collettiva da vari decenni. Altri si sono chiesti che cosa si intenda per incredulità, irreligiosità, miscredenza, perché un conto è dire che le nuove generazioni si stanno allontanando dalla “religione di chiesa”, altro conto è affermare che la loro esistenza non contempla più una “sacra volta”. Altri ancora ributtano la palla nel campo da cui è stata lanciata, perché questa denuncia – espressa da un uomo di chiesa e condivisa da non poco clero – sarebbe la prova provata che la chiesa che è in Italia (o una parte di essa) non è più in grado di interpellare i giovani con proposte significative. E ciò mentre altri modelli cattolici (di gruppi e movimenti particolari) continuano ad avere presa su una quota non irrilevante di giovani; in un contesto peraltro in cui alcune minoranze religiose appaiono (anche in ambito giovanile) assai attive sul territorio. È la nota tesi dei sociologi delle “economie religiose” [Stark e Bainbridge 1985; 1987], per i quali non è detto che la secolarizzazione sia nel DNA della modernità avanzata. Non bisogna guardare soltanto allo stato di salute della “domanda” religiosa; se essa è moribonda, molta responsabilità è da imputare all’incapacità delle chiese e degli operatori del sacro di aggiornare e meglio qualificare l’offerta religiosa.

Ragionamenti di questo tipo, e altri ancora, si ritrovano nella parte qualitativa della presente ricerca, ove è stato chiesto ai giovani intervistati – tra i diversi temi affrontati – se e quanto si riconoscessero nell’icona “prima generazione incredula”. Essa ha avuto un alto o medio gradimento da parte della metà dei giovani, mentre è stata sostanzialmente rifiutata dall’ altra metà. Il match dunque è finito in pareggio.

Gli uni affermano che la “religione non è più un tema centrale per le nostre vite”, “non ci condiziona più”, “non ha più nulla da offrire”; o che l’incredulità “è il risultato di un lungo processo di emancipazione”; o ancora che “cerchiamo di trovare le risposte dentro di noi, piuttosto che cercarle nella fede”, “rifiutiamo qualcosa di imposto dall’alto”, “non vogliamo più essere dei “fedeli” con gli occhi chiusi”. Emblematica la risposta di una ragazza: noi giovani “siamo più capaci di “creare” e meno disposti ad accettare di essere stati “creati””.

Il discorso invece risulta più articolato tra quanti rigettano l’accusa ai giovani di essere la prima generazione incredula.

Emergono perlopiù tre diverse motivazioni. Anzitutto perché è una “definizione troppo generalizzata”, “è superficiale etichettare un’intera generazione con un solo aggettivo”; “noi crediamo molto di più di quanto non facciano altri che amano dipingerci così”; “è un errore, perché è cambiato l’oggetto in cui si crede”.

In secondo luogo, perché non pochi giovani sono convinti che “già i nostri padri e nonni avessero predisposto la strada”; che la prima generazione incredula è quella dei nostri genitori [ ... ] sono proprio loro che hanno smesso di credere e praticare”; che “i primi veri increduli siano i sessantottini, i protagonisti delle lotte di classe e i “comunisti”, le femministe di quegli anni”; per cui “la nostra generazione ha portato a compimento ciò che avevano già iniziato le generazioni precedenti”. Del resto “tale
tendenza procede in modo progressivo, non attraverso balzi di generazione in generazione”. Inoltre “le generazioni del passato nascondevano tale incredulità”.

In terzo luogo, c’è chi propone un cambio di etichette: più che di “prima generazione incredula”, si dovrebbe parlare di “prima generazione consapevole” o “meno credulona”, la prima “che ha scelto di credere o di non credere”, o che “crede ma non pratica”, o “credente forse anche più di prima”, o di “generazione che fatica a trovare una fede”; o ancora “la prima generazione che può permettersi di dire di essere incredula”. Non pochi si definiscono “generazione scettica e delusa” (sia dalle chiese sia dalla società). Alcuni con un tono di sfida si chiedono: “Increduli rispetto a che cosa?”. Altri recriminano: “Che cosa possiamo permetterci? In cosa possiamo o dobbiamo credere? C’è qualcuno dalla nostra parte?”.

Insomma, quando diamo fiato al tam-tam delle nuove generazioni scopriamo scenari impressionanti, che ridicolizzano l’idea cara a molti adulti che i giovani siano irriflessivi circa ciò che succede nelle loro vite. Ma al di là della vivace contesa sul tema, al di là del fatto che i giovani si dividono in parti pressoché uguali tra quanti affermano “gli increduli siamo noi” e quanti accusano “gli increduli siete voi” (puntando il dito contro gli adulti e le generazioni che li hanno preceduti), è importante verificare se sia davvero plausibile parlare dei giovani d’oggi come di una generazione fortemente segnata dall’ateismo, dalla miscredenza, dall’indifferenza religiosa. Chi ha ragione dunque? Quanti parlano di un’incredulità che – per i più diversi motivi – cresce di generazione in generazione nel nostro paese, o quanti ritengono che sia del tutto improprio, se non fuorviante, applicare questa immagine alle nuove generazioni?

Lo zoccolo duro della non credenza

Lo zoccolo duro della non credenza

Optando per una definizione ristretta dell’età giovanile, si osserva che i giovani italiani tra i 18 e i 29 anni che attualmente dichiarano di non credere in Dio ammontano al 28% circa dei soggetti di questa fascia di età. Sembra questo lo zoccolo duro della non credenza giovanile, dei giovani «senza Dio», attribuendo a questo termine il significato perlopiù diffuso nella nostra cultura. Chi sono questi giovani? Sono molti o sono pochi?

Si tratta di un insieme di giovani che si compone di anime diverse (ben analizzate nel cap. 6), che interpretano l’essere non credenti in vario modo: o perché si caratterizzano per posizioni ateo-agnostiche, o perché sono del tutto indifferenti al tema dell’esistenza di Dio, o ancora perché pur ritenendo che nel mondo vi sia una qualche forza misteriosa non la identificano affatto col concetto di Dio (i fatalisti). Ma al di là della consistenza attuale del fenomeno, ciò che più colpisce è la velocità di diffusione di questo orientamento negli ultimi decenni. Guardando a dati di ricerche comparabili, risulta che negli ultimi otto anni i giovani non credenti sono cresciuti nel nostro paese di 5 punti percentuali (quindi di oltre il 20%), passando dal 23% del 2007 al 28% del 2015 (Garelli 2011).

 Inoltre, districandosi tra domande formulate in modo diverso, si osserva che le indagini sulla religiosità svolte in Italia negli anni ’80 e ’90 del secolo scorso concordavano sul fatto che il fenomeno dei giovani non credenti in Dio non superasse il 10-15% dell’intera popolazione giovanile; per cui si può ragionevolmente supporre che esso sia raddoppiato nel nostro paese negli ultimi decenni’. Dunque, i «piccoli atei» crescono nel tempo, soprattutto
nel breve periodo.

Vi è un altro dato che merita grande attenzione: i non credenti sono ormai uno dei gruppi più numerosi che si ottengono distinguendo i giovani a seconda del loro rapporto con la religione.

Più dei «credenti convinti e attivi», ormai ridotti a una piccola minoranza resistente (ancorché riflessiva e impegnata) nel paese; più dei «credenti non sempre o poco praticanti», che non da oggi è uno degli stili religiosi più diffusi nella nazione. Secondi soltanto a un altro stile religioso assai in voga tra gli adulti e che si pensava in via di estinzione tra i giovani; che si presenta invece come un tratto culturale che persiste di generazione in generazione: quello dei «credenti per tradizione ed educazione», quanti cioè credono più per ragioni ambientali o anagrafiche o familiari che per motivi religiosi o spirituali. Ritorneremo più avanti su questa
interessante tipologia.

 

Qui ci preme ancora notare che i giovani non credenti sembrano rappresentare l’avanguardia moderna dell’Italia giovane, essendo più presenti nelle zone geografiche più dinamiche e produttive del paese, tra quanti hanno un’istruzione elevata e nelle famiglie di medio-buona condizione socioculturale. Ad esempio, l’ateismo o l’indifferenza religiosa coinvolgono il3 7 % dei giovani del Nord Italia, rispetto a121 % dei giovani del Mezzogiorno; e il37% dei giovani che ancora studiano o hanno frequentato l’università, rispetto a127 % di quanti già lavorano e a120% degli inoccupati.

Inoltre tali orientamenti risultano più diffusi tra i giovanissimi (18-21 anni) che tra i giovani con qualche anno in più. Non si osservano invece grandi differenze tra maschi e femmine, anche se il fenomeno è un po’ più esteso tra i primi. A margine di ciò, si osservi che tali atteggiamenti sono assai più presenti nei giovani i cui genitori sono separati o divorziati (e in parte anche tra chi ha i genitori conviventi) rispetto a quanti hanno padre e madre che ancora stanno insieme.

Dunque la realtà dell’ateismo e dell’indifferenza religiosa tra i giovani appare consistente e in rapida diffusione in un’Italia che per vari aspetti si ritiene ancora «cattolica». Tuttavia non bisogna dimenticare che da noi l’area della non credenza giovanile appare ancora contenuta se la si mette a confronto con quanto accade nelle nazioni del Centro-Nord Europa nelle quali, come si sa, il vento della “morte di Dio” è soffiato con molto anticipo e con maggior forza. L’erba dei cortili di molti vicini contiene dunque germi di secolarizzazione più potenti dei nostri. Stando alle ultime rilevazioni disponibili”, paesi come Svezia, Germania, Olanda, Belgio, Francia contano alloro interno una quota di giovani che non credono in Dio oscillante tra il 50 e il 65% dei casi; mentre il clima appare religiosamente più aperto nelle nazioni (a lunga tradizione cattolica) del Sud Europa dove i giovani non credenti ammontano al 37% dei casi in Spagna al 20% circa in Portogallo, e appunto a1 28% in Italia. Per inciso, è interessante rilevare che gli Stati Uniti anche a livello giovanile confermano di essere una nazione di grande vitalità religiosa, di rappresentare un’eccezione rispetto a gran parte dell’Europa “laica e secolarizzata” (Berger, Davie e Focas 2010), in quanto il fenomeno dell’ateismo-agnosticismo interessa non più di 18% dei giovani ivi residenti. A fronte di queste comparazioni internazionali viene spontaneo chiedersi che cosa ci riservi il futuro. Se cioè nel breve o medio periodo la situazione italiana (al pari di quella spagnola e portoghese) sia destinata ad allinearsi ai grafici delle nazioni più secolarizzate del vecchio continente, oppure a mantenere in questo campo una distinzione culturale e ambientale.