1. CORSO DI FORMAZIONE ECUMENICA, Settimana di preghiera per l’Unità dei Cristiani, Scheda 14

20 gennaio 2018 - Categoria: Catechesi

Comunità cristiana di San Carlo Borromeo vescovo

Ponte della Priula

Catechesi per adulti: Anno pastorale 2017-2018, XXX anno

Scheda 14

Potente è la tua mano, Signore  (Esodo 15, 6)

TemaCome pregare per l’Unità dei cristiani in questa Settimana

Introduzione

Oggi i cristiani dei Caraibi appartengono a diverse tradizioni e vedono la mano di Dio nella fine della schiavitù: Dio porta alla libertà ed è seme di unità. Per questo è stato scelto il cantico di Mosè e di Miriam quale tema per il 2018, un canto di trionfo sull’oppressione. Questo tema è stato inserito nell’Inno “La mano di Dio”, scritto durante un incontro delle chiese dei Caraibi nel 1981 e divenuto un inno del Movimento ecumenico nella regione. Come gli Israeliti, anche le popolazioni dei Caraibi hanno il loro canto di vittoria e di liberazione, un canto che li unisce. Tuttavia, nuove schiavitù minacciano oggi la dignità della persona umana, oscurata sia dal peccato personale che da strutture sociali di peccato. Nel nostro mondo, troppo spesso le relazioni sociali mancano della dovuta giustizia e compassione che onorano la dignità umana. Povertà, violenza, ingiustizia, tossicodipendenza, pornografia, dolore, tristezza, angoscia: tutte esperienze che feriscono la dignità umana. Molti problemi che affliggono oggi le popolazioni dei Caraibi sono eredità del passato coloniale e della tratta degli schiavi. Queste ferite a livello collettivo si manifestano in problemi sociali legati a una bassa autostima e all’esistenza di bande violente e di violenza domestica che danneggiano le relazioni familiari. Tutto ciò è aggravato dal neo-colonialismo. Nelle attuali circostanze, infatti, sembra quasi impossibile per molte nazioni di questa regione uscire fuori dalla condizione di povertà e dal debito pubblico. Inoltre, in molti luoghi è rimasto un contesto legislativo che continua a essere discriminatorio. La mano di Dio che condusse il popolo fuori dall’Egitto, dando continua speranza e coraggio agli Israeliti, continua anche oggi a infondere speranza ai cristiani dei Caraibi. Nel testimoniare questa comune speranza, le chiese lavorano insieme nel servizio a tutte le popolazioni della regione, ma particolarmente alle più vulnerabili e neglette, come canta l’inno: “La mano di Dio semina la terra; essa pianta semi di libertà, di speranza e di amore”.

Il Libro dell’Esodo ci conduce attraverso tre periodi: la vita degli Israeliti in Egitto (1,1–15,21); il viaggio di Israele attraverso il deserto (15,22–18,27); l’esperienza del Sinai (19–40). Il testo biblico scelto, il “Cantico del mare” intonato da Mosè e Miriam, narra gli eventi che hanno portato alla liberazione del popolo di Dio dalla schiavitù e conclude il primo periodo. “È lui il mio Dio, lo voglio ringraziare”. I versetti 1-3 del capitolo 15 sottolineano la lode a Dio: “Il Signore è mia difesa, mia potenza. Egli mi ha salvato. È lui il mio Dio, lo voglio ringraziare; è il Dio di mio padre, lo voglio esaltare”. Nel cantico, intonato da Mosè e Miriam, gli Israeliti esaltano le meraviglie di Dio che li ha liberati.

Essi si rendono conto che il piano di Dio di liberare i popoli non può essere reso vano; nessuna potenza, neppure i carri del faraone, il suo esercito e il suo potere militare ben

organizzato può vanificare la volontà di Dio di liberare il suo popolo. In questo gioioso canto di vittoria i cristiani di molte e  diverse tradizioni riconoscono in Dio il Salvatore di tutti, e noi siamo certi che Egli è fedele alle sue promesse e ci dona la salvezza mediante lo Spirito Santo. Riconosciamo che Egli è il nostro Dio e noi il suo popolo.

“La mano di Dio” opera la vittoria sugli avversari e realizza la sua protezione. Nonostante la determinazione del faraone, Dio ha ascoltato il grido del suo popolo e non lascerà che perisca. Attraverso il potere sul vento e sul mare, Dio mostra di voler preservare la vita e di distruggere la violenza. Lo scopo di tutto questo era di costituire gli Israeliti come popolo che riconosce e loda l’amore di Dio fedele. La liberazione ha portato al popolo una speranza e una promessa: 1. la possibilità di adorare liberamente il suo Dio e di crescere secondo le sue capacità; 2. la fiducia che Dio lo avrebbe accompagnato durante tutto il viaggio attraverso il deserto e che nessuna forza avrebbe distrutto il piano liberatore di Dio.

Ma Dio usa violenza per rispondere alla violenza?

Alcuni Padri della Chiesa hanno interpretato questo brano quale metafora della vita spirituale. Agostino, ad esempio, identificò il nemico che viene gettato in mare non come gli Egiziani, ma come il peccato: “Tutti i nostri peccati del passato, infatti, Dio li ha sommersi e distrutti nel Battesimo. Spiriti immondi strumentalizzavano le tenebre e le spingevano dove volevano; per questo l’Apostolo li chiama reggitori delle tenebre. Da questo siamo stati liberati col Battesimo come passando per il Mar Rosso, rosso cioè per il Sangue santificante di Cristo: non rivolgiamo più il cuore verso l’Egitto, ma attraverso le varie tentazioni del deserto, con la sua guida e protezione, camminiamo verso il regno”. Agostino costruisce un parallelismo tra il passaggio attraverso il Mar Rosso e il popolo cristiano nel Battesimo. Entrambi questi eventi danno vita a un’assemblea credente e adorante. Il brano di Esodo 15 ci permette di vedere come la strada verso l’unità deve spesso passare attraverso una comune esperienza di sofferenza.

La liberazione degli Israeliti dalla schiavitù è un evento fondante nella costituzione del popolo. Dio coinvolge i soggetti umani, anche noi, nella realizzazione del piano di redenzione del suo popolo e ci chiede di eliminare le divisioni che ostacolano la testimonianza e la missione di noi cristiani in un mondo che ha bisogno del perdono guaritore, di Dio.

Dov’è questo bisogno di guarigione?

Per entrare nella complessità dei Caraibi accenniamo all’isola della Guadeloupe, dipartimento francese del continente americano, con 460.000 abitanti, nel centro dei microstati dei Carabi. Le specificità del suo territorio, oltre alla lontananza dalla Francia, sono dovute essenzialmente alla sua doppia insularità, all’importanza del suo litorale, alla pregnanza dei rischi naturali. Con il suo popolo giovane, costituitosi da meno di 200 anni, fa parte dell’Europa come Regione Ultra Periferica. Fondata a partire da schiavi africani e da coloni francesi, e successivamente da lavoratori dell’India, l’Isola all’origine era occupata dagli Arawak, che sono stati decimati, e dai Carabi di cui rimangono oggi pochissimi discendenti. È a partire da questa storia movimentata e dalla cultura originaria, che i Guadeloupeani oggi si cercano e crescono.

La realtà socioculturale della Guadeloupe è segnata dall’interculturalità, vera ricchezza, che dà al popolo una sua cultura ed elementi preziosi per la ricerca della sua identità, della sua vera anima che si chiama “Creolità”. La cultura è ricca di una forte tradizione popolare, con grande vitalità musicale, artistica, letteraria e sportiva. Le feste, profane e religiose, sono veri momenti di fraternità e di solidarietà, vissuti nella gioia della condivisione, ma purtroppo senza la partecipazione di tutte le etnie. Si dice che il popolo guadeloupeano si cerca e cresce: sempre più esso va verso una maggiore unità che viene vissuta nel rispetto della sua così grande diversità. E va verso il suo sviluppo nell’Europa e nei Caraibi senza perdere la sua anima specifica e la sua autonomia, nella lotta permanente per il rispetto delle sue specificità, aprendosi con fiducia e coraggio al futuro, verso il mondo.