1. CORSO DI CATECHESI, “Nell’Eucaristia nasce e rinasce la gioia”, Scheda 24

14 aprile 2018 - Categoria: Catechesi

catechesi

Comunità Cristiana di San Carlo Borromeo Vescovo
Ponte della Priula – Anno XXX: 2017-2018


NELL’EUCARESTIA NASCE E RINASCE LA GIOIA

 

Scheda 24

 

 TEMA: La Comunione Eucaristica e l’Adorazione

 

Nella Liturgia Eucaristica, prima del rito di comunione, i partecipanti si scambiano il segno della pace. Il Celebrante dice: La pace del Signore sia sempre con voi!: la pace parte da Cristo. È lui la sorgente della Pace. Egli ci dona la linfa portatrice di Pace e con questo gesto i cristiani si impegnano a essere nel mondo segno di una fraternità riconciliata. Poiché lo scambio della pace precede la Comunione sacramentale, esso deve esprimere apertura a Cristo e ai fratelli.

Viene poi recitato o cantato l’Agnello di Dio a cui fa seguito la frazione del Pane.

In intimo e sereno raccoglimento, i cristiani che lo desiderano e che sono (occorre essere in comunione per fare comunione!) in comunione con se stessi, con Dio e con i fratelli, raggiungono processionalmente l’altare dove ricevono il Corpo di Cristo con fede. Si tratta di rispondere alla chiamata che Gesù rivolge al suo popolo per invitarlo a partecipare alla Mensa comune. I fedeli che in processione e cantando vanno a ricevere il Corpo del Signore, sono segno del popolo di Dio, la Chiesa, che cammina verso il banchetto del Cielo.

Il canto di comunione è il canto dell’Assemblea che, in processione o dal posto, esprime la gioia di questo momento comunitario. L’atto del ricevere il Pane della Vita, sia fatto con calma, rispetto e dignità: si riceve l’Ostia consacrata sulla mano sinistra accolta nella destra, si risponde “Amen” come conferma della propria fede, si mette in bocca l’Ostia, si ritorna al proprio posto. “Mangiato il Pane”, ci si ferma in silenziosa e intima preghiera nella quale siamo in comunione con Gesù e facciamo comunione con lui e i fratelli. In questo raccoglimento interiore possiamo sperimentare che la comunione con Gesù ci trasforma rendendoci capaci di perdono e di servizio verso i fratelli.

Gesù realizza la sua promessa: Io sono con voi tutti i giorni, sino alla fine del mondo.

L’Adorazione eucaristica permette di onorare questa presenza, di accoglierla con amore, di comprenderne la ricchezza, di interiorizzarla perché diventi sorgente di pensieri, di desideri e di scelte nuove. Anche noi possiamo fermarci davanti all’Eucarestia per cogliere la preziosità della Presenza del Signore, contemplandola nel silenzio, lasciando salire dall’intimo del nostro cuore lo stupore e la gioia. Da questa esigenza sono nate nella vita della Chiesa, l’adorazione eucaristica, le Quarantore, l’adorazione continua o notturna.

Che cos’è l’adorazione eucaristica? Non basta stare davanti al Santissimo Sacramento e fare qualsiasi preghiera. L’adorazione ha lo scopo di aiutarci a cogliere e fare nostra la vita di Gesù nella forma del pane spezzato, cioè nella forma della sua esistenza donata: facciamo nostre le sue parole, i suoi gesti, la sua passione. Etty Hillesum, una giovane donna ebrea, ha scelto di vivere i suoi ultimi giorni nel campo di concentramento di Auschwitz per essere vicina alle persone, consolarle, dare loro amore in una realtà di odio e di morte. Nel suo diario, così ha descritto la sua decisione di vita: Ho spezzato il mio corpo come pane e l’ho dato alla gente perché ne mangiasse. Erano affamati, e da tanto tempo.

Mentre guarderemo con gli occhi del cuore il Corpo di Cristo, spezzato come pane per noi, sentiremo crescere in noi il desiderio di farci, ogni giorno, pane spezzato attraverso piccoli atti di generosità verso ogni fratello e ogni sorella. Nell’adorazione eucaristica possiamo mettere le nostre fatiche accanto a quelle di Gesù, sciogliere le nostre amarezze nel suo cuore ricco di compassione, disporci al perdono. Ogni mattina ripartiremo con il desiderio di esprimere con il dono di noi stessi la riconoscenza per il dono gratuito dell’Eucaristia.

 

Evangellii  Gaudium, Capitolo III: L’OMELIA (nn. 139-141)

 

La conversazione di una madre

 

Il Popolo di Dio, per la costante azione dello Spirito, evangelizza continuamente se stesso. Che cosa implica questa convinzione per il predicatore? Ci ricorda che la Chiesa è madre e predica al popolo come una madre che parla a suo figlio, sapendo che il figlio ha fiducia che tutto quanto gli viene insegnato sarà per il suo bene perché sa di essere amato. Inoltre, la madre buona sa riconoscere tutto ciò che Dio ha seminato nel suo figlio, ascolta le sue preoccupazioni e apprende da lui. Lo spirito d’amore che regna in una famiglia guida tanto la madre come il figlio nei loro dialoghi, dove si insegna e si apprende, si corregge e si apprezzano le cose buone. Così accade nell’omelia: lo Spirito che ha ispirato i Vangeli e che agisce nel Popolo di Dio, ispira anche come si deve ascoltare la fede del popolo e come si deve predicare in ogni Eucaristia. La predica cristiana, pertanto, trova nel cuore della cultura del popolo una fonte d’acqua viva, sia per sapere che cosa deve dire, sia per trovare il modo appropriato di dirlo. Come a noi piace che ci si parli nella lingua materna, così anche nella fede ci piace che ci si parli in chiave di “cultura materna”, in chiave di dialetto materno. Il cuore si dispone ad ascoltare meglio. Questa lingua è una tonalità che trasmette coraggio, respiro, forza, impulso.

Questo ambito materno-ecclesiale in cui si sviluppa il dialogo del Signore con il suo popolo si deve favorire e coltivare mediante la vicinanza cordiale del predicatore, il calore del suo tono di voce, la mansuetudine dello stile delle sue frasi, la gioia dei suoi gesti. Anche nei casi in cui l’omelia risulti un po’ noiosa, se si percepisce questo spirito materno-ecclesiale, sarà sempre feconda, come i noiosi consigli di una madre danno frutto col tempo nel cuore dei figli.

Si rimane ammirati dalle risorse impiegate dal Signore per dialogare con il suo popolo, per rivelare il suo mistero a tutti, per affascinare gente comune con insegnamenti tanto elevati e tanto esigenti. Credo che il segreto si nasconda in quello sguardo di Gesù verso il popolo, al di là delle sue debolezze e cadute: Non temere, piccolo gregge, perché al Padre vostro è piaciuto dare a voi il Regno (Lc 12,32). Gesù predica con quello spirito. Benedice, ricolmo di gioia nello Spirito, il Padre che attrae i piccoli: Ti rendo lode, o Padre, Signore del cielo e della terra, perché hai nascosto queste cose ai sapienti e ai dotti e le hai rivelate ai piccoli (Lc 10,21).

Il Signore si compiace veramente nel dialogare con il suo popolo e il predicatore deve far percepire alla sua gente questo piacere del Signore.