3. CORSO DI FILOSOFIA, sulle CONFESSIONI DI SANT’AGOSTINO, Scheda 27

5 maggio 2018 - Categoria: Filosofia

filosofia

Comunità Cristiana di San Carlo Borromeo Vescovo
Ponte della Priula – Anno X: 2017-2018


Scheda 27

LE CONFESSIONI DI SANT’AGOSTINO: LIBRO XIII

SIGNIFICATO SPIRITUALE DELLA CREAZIONE

L’attesa della Chiesa militante

13. Tuttavia finora siamo luce per la fede, non ancora per la visione. Nella speranza fummo salvati, e una speranza che si vede, non è speranza. L’abisso chiama ancora l’abisso, ma ormai con la voce delle tue cateratte. Chi dice ancora: “Non potei parlarvi come a esseri spirituali, ma carnali”, pensa di non aver ancora capito nemmeno lui. Dimentico delle cose che stanno dietro le spalle, si protende verso quelle che stanno innanzi e geme sotto il peso del suo fardello. La sua anima ha sete del Dio vivo come i cervi delle fonti d’acqua. Perciò dice: “Quando giungerò?”. Desideroso di essere rivestito della sua abitazione celeste, così apostrofa l’abisso inferiore: “Non uniformatevi a questo secolo, riformatevi invece, rinnovando il vostro cuore”; e così: “Non dovete divenire fanciulli di mente, ma siate piccoli nella malizia per essere perfetti di mente”; e così: “O galati insensati, chi vi ha incantato?”. Ma non è più la sua voce; è la tua, sei tu, che hai mandato il tuo spirito dal cielo  per mezzo di Colui, che ascendendo in alto aprì le cateratte dei suoi doni, affinché la piena del fiume rallegrasse la tua città. Per lei sospira l’amico dello sposo, avendo già con sé le primizie dello spirito, ma ancora gemebondo fra sé nell’attesa dell’adozione, la redenzione del suo corpo. Per lei sospira, poiché è membro della sposa; per lei si affanna, poiché è amico dello sposo; per lei si affanna, non per sé, poiché con la voce delle tue cateratte, non con la voce sua, invoca l’altro abisso, oggetto del suo affanno e del suo timore. Teme che come il serpente ingannò Eva con la sua astuzia, così anche i loro pensieri non si corrompano allontanandosi dalla castità, che è nel nostro Sposo, il tuo unigenito. Ma quale non sarà lo splendore della sua luce, allorché lo vedremo com’è, e saranno passate le lacrime, che sono divenute il pane dei miei giorni e delle mie notti, mentre mi si chiede quotidianamente: “Ov’è il tuo Dio?”.

Fede e speranza

14. Anch’io dico: “Dio mio, dove sei?”. Ecco dove sei! Respiro in te un poco, quando effondo su me la mia anima in un grido di esultanza e di lode, concento di una celebrazione festosa. Eppure l’anima è ancora triste, poiché ricade e torna abisso, o piuttosto sente di essere ancora abisso. La mia fede, da te accesa nella notte innanzi ai miei passi, le dice: “Perché sei triste, o anima, e perché mi turbi? Spera nel Signore. La sua Parola è lucerna che rischiara i tuoi passi. Spera e persevera finché sia passata la notte, madre degli empi; finché sia passata la collera del Signore, collera di cui fummo figli anche noi, un tempo tenebre. I residui di quelle tenebre ci trasciniamo dietro nel nostro corpo morto per colpa del peccato, finché aliti il giorno e siano dissipate le ombre. Spera nel Signore“. Fin dal mattino sarò in piedi a contemplare, sempre lo confesserò.  Fin dal mattino sarò in piedi a vedere la salvezza del mio volto, il mio Dio, che vivificherà anche i nostri corpi mortali grazie allo spirito che abita in noi, misericordiosamente portato sopra il fiotto tenebroso della nostra intimità.

 

Da lui abbiamo ricevuto in questo pellegrinaggio il pegno  di essere presto luce. Ormai siamo salvati nella speranza  e figli della luce e figli di Dio, non figli della notte e delle tenebre  come un tempo. Fra questi e noi tu solo, nella perdurante incertezza della scienza umana, operi la separazione: poiché vagli i nostri cuori e chiami la luce giorno e le tenebre notte. Chi ci discerne, se non tu?. Ma cosa abbiamo, che non abbiamo ricevuto da te? Vasi d’onore, fummo tratti dalla medesima massa, da cui furono tratti anche altri, vasi di spregio.

Il firmamento simbolo della Scrittura (Gn 1. 7)

15.1.  Chi, se non tu, Dio nostro, creò per noi un firmamento di autorità sopra di noi, nella tua Scrittura divina? Il cielo sarà ripiegato come un libro, e ora si stende su noi come pelle di tenda: l’autorità della tua divina Scrittura è più sublime da che i mortali per cui ce l’hai comunicata incontrarono la morte della carne. Tu sai, Signore, tu sai  come rivestisti di pelli gli uomini, allorché per colpa del peccato divennero mortali. Perciò hai disteso come una pelle il firmamento del tuo libro, le tue parole sempre coerenti, che hai posto sopra di noi con l’ausilio d’uomini mortali. Anche grazie alla loro morte il bastione d’autorità delle tue parole per loro mezzo annunciate si stende eccelso sopra ogni cosa, che sta più in basso di loro, mentre non si stendeva così eccelso durante la loro vita quaggiù. Non avevi ancora disteso il cielo come una pelle: non avevi ancora diffuso in ogni luogo la risonanza della loro morte. Fa’ che vediamo, Signore, i cieli, opera delle tue dita. Schiudi ai nostri occhi il sereno oltre la foschia in cui li avvolgesti. Là si trova la tua testimonianza, che comunica la sapienza ai piccoli. Completa, Dio mio, la tua gloria con la bocca degli infanti che ancora succhiano il latte. Davvero non conosciamo altri libri, che stronchino tanto bene la superbia, tanto bene stronchino il nemico, il difensore  restio a riconciliarsi con te mentre difende i propri peccati. Non conosco, Signore, non conosco altre espressioni così pure e capaci d’indurmi alla confessione, di ammansire la mia cervice al tuo giogo, di sollecitare a prestarti un culto disinteressato. Fa’ che le capisca, Padre buono; concedimi questa grazia, perché mi sono sottomesso a te e tu hai stabilito saldamente quelle parole per le anime sottomesse.

15.2. Le acque sopra il firmamento simbolo degli angeli (Gn 1. 7)

Esistono, io credo, altre acque sopra questo firmamento, acque immortali e separate dalla corruzione della terra. Lodino il tuo nome: ti lodino le schiere sopracelesti dei tuoi angeli, che non hanno bisogno di alzare lo sguardo a questo nostro firmamento, e di leggerla, per conoscere la tua parola. Essi vedono in continuazione il tuo volto e vi leggono senza sillabe distribuite nel tempo il volere della tua eterna volontà. Leggono, eleggono e prediligono; leggono perennemente, e ciò che leggono non passa mai, perché leggono, eleggendo e prediligendo, l’immutabilità stessa del tuo volere, codice che mai si chiude, libro che mai si ripiega; tu stesso infatti sei il loro libro, e lo sei in eterno; tu li hai stabiliti sopra questo firmamento stabilito sopra l’instabilità delle genti instabili della terra, affinché queste alzando lo sguardo conoscano la tua misericordia, che ti annuncia nel tempo, creatore del tempo. Nel cielo, Signore, è la tua misericordia, e la tua verità fino alle nubi. Passano le nubi, il cielo invece rimane: passano i predicatori della tua parola da questa vita all’altra vita, la tua Scrittura invece è stesa sopra le genti fino alla fine dei secoli. Anzi, il cielo e la terra passeranno, ma le tue parole non passeranno. Questa pelle sarà ripiegata, l’erba su cui si stenderà passerà col suo splendore; la tua parola invece permane eternamente. Essa ora non ci appare, nell’enigma delle nubi e attraverso lo specchio  del cielo, qual è; noi stessi, benché diletti del tuo Figlio, non appare ancora cosa sarem; egli ci guardò attraverso la rete della carne, c’infiammò d’amore con le sue carezze, e noi corriamo dietro il suo profumo. Ma quando apparirà, saremo simili a lui, perché lo vedremo com’è. Vederlo qual è, Signore, è il nostro retaggio, che non è ancora in nostro possesso.